Lucariello 2007

LUCARIELLO DONATO, Và e anche tu fai così. Funzione performativa della Parola, Facoltà Teologica Pugliese, 2007

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La teologia narrativa può offrire all’evangelizzazione la riscoperta di un nuovo modo di “dire Dio” per la salvezza degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Oggi ci si deve mettere alla ricerca di un linguaggio nuovo per la formulazione della fede, che sappia distinguere la sua sostanza dalle forme di espressione della medesima e che provochi una conversione non solo negli uomini e nelle donne, ma in tutta la prassi pastorale.

Questo lavoro è nato dal bisogno di ripensare l’intero impianto formativo e pastorale per una buona comunicazione e trasmissione della fede nelle comunità ecclesiali.

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Donato Lucariello è docente di Teologia Pastorale, Teologia del Laicato e Teologia Spirituale nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bari; fa parte del Dipartimento di Teologia Pratica dell’Istituto Teologico Pugliese di Molfetta (Facoltà Teologica Pugliese) e collabora con l’Istituto Pastorale Pugliese. Ha pubblicato numerosi saggi che affrontano i nodi pastorali più attuali, riguardanti la parrocchia, la catechesi e la comunicazione della fede.

Pandolfi 2007

PANDOLFI LUCA, Ascoltandoci. Itinerari sull’ascolto per adolescenti e giovani, Paoline, 2007

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Paoline, Milano, 2007 – 184 pagine – Codice: 9788831532730 – Prezzo: Euro 10,00

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Volume dedicato al tema dell’ascolto nella vita dei giovani e degli educatori, partendo da un’espressione davvero significativa: i ragazzi, non è vero che non ascoltano.

Il volume è strutturato in tre parti:

La prima parte, in quattro sezioni, parla dell’essere ascoltati e dell’ascoltare nelle mille situazioni della vita quotidiana. Tra coetanei, con gli adulti; ascolto di se stessi, del “buon Dio”.

Ogni sezione è scandita da tre momenti: il forum, dove ragazzi e ragazze dicono la loro; riflettendoci un po’’: il momento nel quale si sottolineano le idee dominanti che danno da pensare, e ascoltando Dio che parla è il terzo momento in cui ci si mette in ascolto della parola di Dio.

Nella seconda parte del volume si fa un passo avanti, aiutando a capire meglio alcune dinamiche generali dell’ascolto.

La terza parte è un piccolo vademecum per gli animatori e gli educatori nella quale si offre qualche suggerimento in più per l’uso del testo, per la costruzione di un itinerario di educazione all’ascolto da vivere durante momenti di catechesi, animazione dei Campi estivi.

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Luca Pandolfi, (1965) è prete della Diocesi di Roma. Da diversi anni svolge il suo servizio pastorale accompagnando gruppi di adolescenti, giovani e adulti. È docente di Antropologia Culturale presso la Pontificia Università Salesiana e presso la Pontificia Università Urbaniana, dove insegna anche Sociologia della Religione e dirige il Centro di Comunicazioni Sociali. Si occupa a Roma e in Italia della formazione di catechisti, educatori, animatori di gruppi giovanili e capi scout. Svolge ricerche in Italia e all’estero e anima, insieme ad altri amici, un’associazione di solidarietà internazionale, che si chiama S.A.L., Solidarietà con l’America Latina.

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INTERVISTA ALL’AUTORE

Cosa significa “ascoltare” e perché è così importante imparare a farlo?

Ascoltare significa percepire la realtà, il mondo intorno a noi, le persone, la loro storia. Ascoltare significa percepire la realtà e il mondo dentro di noi, la nostra persona, la nostra storia. Mettersi in ascolto significa percepire la parola discreta di Dio, il suo grido nell’umanità, la sua presenza e la sua compagnia. Non ascoltare significa perdersi tutto questo… Si nasce pronti ad ascoltare e di fatto cresciamo solo ascoltando… Ma ad ascoltare si impara, se si vuole, giorno dopo giorno. Si affina la nostra capacità, la nostra attenzione. Se intono a noi abbiamo chi ci ascolta, davvero, è più facile imparare ad ascoltare. Ma anche noi dobbiamo fare la nostra strada.

Oggi i giovani ascoltano? E chi ascoltano?

Il mio libro inizia con le parole di Andrea, giovane scout di 19 anni che dice: “I ragazzi, non è vero che non ascoltano: a volte fanno finta di non ascoltare. In realtà ascoltando, stanno zitti e nella loro mente passano mille pensieri: ma non è detto che ne parlino… E questo per mille motivi…”. Questa frase, raccolta durante un incontro con un gruppo di giovani scout mi ha molto colpito. L’ho ascoltata e l’ho trascritta sapendo che avrebbe segnato questo lavoro sull’ascolto e i giovani. Anche se è in un italiano non molto probabile, forse molto parlato, ho preferito lasciarla così, come era stata detta, come l’ho ascoltata, con la forza di questo i ragazzi, non è vero che… Mi lasciano perplesso le “teorie” sulla superficialità di ragazzi e giovani: di solito sono idee un po’ grossolane, proposte da adulti che parlano di se stessi in termini di spessore e profondità, e parlano dei giovani in termini di superficialità e perdita dei valori: spesso nasconde l’incapacità di farsi ascoltare. Più interessante sarebbe approfondire la questione delle dinamiche dell’ascoltare: come queste si apprendono vivendole, essendo ascoltati, prima, e imparando ad ascoltare poi. Sarebbe interessante approfondire come gli adulti che popolano il mondo dei ragazzi e dei giovani vivono l’ascolto, usano la televisione, il cellulare o internet. In parte questo libro vuole offrire qualche spunto di riflessione in proposito. Essendo letto anche da educatori adulti e giovani forse darà da pensare…

In un ambiente carico di opportunità, di stimoli, ma anche di rumori e chiasso, e dunque con poco silenzio, è possibile ascoltare?

Credo di sì. Il problema non è tanto l’assenza o la presenza di silenzio ma la “capacità” di silenzio. “Ieri” c’era più silenzio e meno stimoli ma non sempre si sapeva cosa fare di questo silenzio. “Oggi” c’è meno silenzio e più stimoli e non sempre si sa cosa fare quando si sta in silenzio. Occorrono persone che sanno raccontare con la vita, non tanto con le parole, e con la loro forza cosa riescono a percepire e ad ascoltare nel silenzio. Occorrono anche persone che sappiano guidare gradualmente all’esperienza del silenzio e dell’ascolto.

In quale modo si ascolta Dio?

Innanzitutto sapendo e percependo, anche scommettendo direi sul fatto che lui ha qualcosa da dirci. Il Signore ha qualcosa da dirci, dialoga con noi e vuole ascoltarci. Pertanto non vuole solo parlare, non vuole solo ascoltare. Vuole dialogare con noi: sulla vita, sulla storia, sulle vicende quotidiane, sul grido del nostro cuore e sul grido e i sogni di tutta l’umanità: vuole parlarne “con “ noi. Ci va di iniziare a parlare con lui? Circa il modo… Beh un po’ come con le altre persone: iniziando a conoscersi, poi andando più in profondità, riconoscendo i suoi modi di dire e farsi presente, le sue domande e le sue risposte. Una conoscenza autentica e liberante del messaggio biblico aiuta molto nel dialogo e nell’ascolto di Dio: a volte non aiuta immaginarsi un dio strano, distante, esigente, inumano, spiritualeggiante e disincarnato. Dio parla agli uomini, con parole d’uomini e racconta la sua passione per la vita dell’uomo, la vita piena, che non finisce, la vita per tutti.

Che differenza c’è tra sentire e ascoltare?

I ragazzi nel libro raccontano quando qualcuno “li sente” e quando capita loro che qualcuno “li ascolti”. Percepiscono la differenza nel sentire che le loro vite, non solo le loro parole, “entrano” nella vita di chi li ascolta. Si può sentire superficialmente ma non si può ascoltare se non con passione e partecipazione.

Sarnataro 2007

SARNATARO CIRO, L’agire della chiesa nel tempo. Figure, temi e problemi, Luciano Editore, 2007

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L’impegno ecclesiale di grandi personaggi della storia della Chiesa, come san Paolino da Nola o sant’Alfonso Maria de Liguori, dei suoi confratelli ed amici del secolo diciottesimo, come Gennaro Maria Sarnelli, Mariano Arciero, denominato “l’Apostolo delle Calabrie”, il parroco santo di Torre del Greco, Beato Vincenzo Romano, e, più recentemente, di grandi vescovi della chiesa di Napoli, come Mimmi ed Ursi, viene presentato in questo volume e studiato non solo come un servizio rivolto soprattutto all’annuncio del Vangelo e alla elevazione delle classi sociali più povere ed abbandonate, ed alla promozione degli ultimi ma come paradigma di ogni autentico atto d’amore verso un territorio come quello del Mezzogiorno d’Italia; di esso vengono anche considerate le manifestazioni tipiche della religiosità popolare.

La collocazione e il riferimento al territorio meridionale non deve far pensare ad uno studio interessante solo per coloro che lo abitano o sono comunque legati ad esso, e non solo per il fatto che i personaggi sopra citati hanno assunto una importanza straordinaria nella vita della Chiesa e delle comunità civili, ben al di là dei limiti di tempo e dei confini geografici.

La natura della riflessione teologica sull’agire della Chiesa costituisce un essenziale elemento di confronto e una risorsa disponibile per tutta la comunità cristiana e per quanti sono aperti a cogliere il contributo offerto dai cristiani alla crescita e allo sviluppo culturale del Paese.

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Ciro Sarnataro è attualmente direttore della Scuola di Specializzazione e dell’Istituto di ricerche in Teologia Pastorale della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione san Tommaso d’Aquino in Napoli.

Ha pubblicato studi e ricerche su diverse riviste scientifiche e in volumi collettivi. Svolge anche attività di regista e autore dei testi per le riprese televisive della santa Messa domenicale su Rai 1. Tra le opere pubblicate di recente, a sua cura, sono: Annuncio del Vangelo e percorsi di Chiesa. La via della povertà, dell’alterità e della bellezza, Napoli 2005, e L’identità meridionale. Percorsi di riflessione multidisciplinare, Cinisello Balsamo 2005.

Alcamo 2006

ALCAMO GIUSEPPE, La catechesi in Sicilia. Tra il Concilio Vaticano II e il Giubileo del 2000. Le scelte proposte dall’Ufficio Catechistico Regionale, Coop.S.Tom.-Elledici, 2006

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Collana “Convegni – Richerche – Atti” 13 – Coop.S.Tom.-Elledici, Messina-Leumann 2006 – 24×17 cm; 447 p. – € 25,00 – ISBN 88-86212-34-8

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Gli anni analizzati sono stati fecondi: ricchi di realizzazioni, di ricerche e di nuove idee, pieni di slancio e creatività. Rimane sempre un periodo di passaggio culturale con le sue ambivalenze, che portano a riconoscere che esiste una certa divaricazione tra l’assimilazione dei valori dei documenti e la fatica di una prassi lenta al cambio.

Indice

Prefazione (Giuseppe Morante)

Introduzione

Parte I: IL CONTESTO SOCIOCULTURALE E RELIGIOSO DELLA SICILIA TRA IL CONCILIO VATICANO II E IL GIUBILEO DEL 2000

Cap. 1: Le vicende politiche ed economiche della Sicilia

Cap. 2: La presenza della Chiesa nella società

Parte II: GLI EVENTI ECCLESIALI DELLA SICILIA DAL 1970 AL 2000

Cap. 3: Il rinnovamento catechistico in Sicilia a partire dal Documento di base

Cap. 4: I Convegni Ecclesiali Regionali

Cap. 5: Gli eventi e i documenti catechistici regionali

Cap. 6: Elementi per una valutazione

Postfazione (Giuseppe Savagnone)

Bibliografia

Indice dei nomi

Bissoli 2006

BISSOLI CESARE, Va’ e annuncia. Manuale di catechesi biblica, Elledici, 2006

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Agli operatori biblici che

al popolo di Dio

offrono la Parola alla sorgente

UNA GUIDA ALLA LETTURA

1. Questo testo nasce all’incrocio di tre fattori: la comunicazione della Bibbia nella prassi pastorale della Chiesa, il confronto con diversi modelli di attuazione conosciuti a livello italiano ed internazionale, la pratica della scuola, precisamente il trentennale corso di Bibbia e catechesi nel Dipartimento di pastorale giovanile e catechesi presso l’Università Salesiana di Roma. Presentiamo perciò un lavoro che aspira di caratterizzarsi per correttezza teologica-pastorale, informazione aperta ed aggiornata, servizio pratico.

2. Destinatari sono anzitutto quanti sono impegnati nell’ambito della catechetica, dai docenti agli operatori o catechisti. Ma a causa di inevitabili implicazioni per somiglianza di compiti, teniamo presenti anche gli insegnanti di religione, dove la Bibbia ha ruolo di fonte primaria, e in particolare consideriamo gli animatori biblici, ossia quanti promuovono l’incontro diretto con il Libro Sacro mediante l’ Apostolato Biblico (AB). Il concetto di catechesi biblica, come vedremo, supera la figura del catechista tradizionale del catechismo, ma certamente lo comprende al primo posto. Il manuale dunque è stato pensato in funzione della formazione degli operatori, naturalmente sempre visti all’interno del popolo di Dio, con la varietà di soggetti, adulti e minori, mirando necessariamente ai primi per aiutare meglio i secondi.[1] Vorremmo dare un aiuto dove si fa formazione ai ministeri e ai servizi pastorali, segnatamente nei seminari e istituzioni analoghe, e nei corsi di prima formazione e di aggiornamento degli operatori biblici.

3. Il primo capitolo propone il quadro di tutta l’opera. Abbiamo fatto la scelta del modello della comunicazione per impostare l’architettura del libro, che comprende quindi varie dimensioni e conseguenti competenze: teologico-ecclesiale o contestuale, esegetica, ermeneutica o di attualizzazione, didattica. Lo sviluppo delle suddette competenze, entro una cornice di ordine storico, forma la struttura del manuale e il contenuto degli otto capitoli.

4. Il manuale ha una chiara intenzione pedagogica: vuol servire chi opera nel concreto della azione pastorale. Questo ha richiesto una esposizione capace di unire insieme motivazioni di sostegno ed indicazioni per la prassi, in termini chiari e sintetici, semplificando la problematica, che è vasta e sempre presente sullo sfondo, per affrontare i nodi principali in chiave operativa. Si potrebbe dire che più che le teorie chiuse in se stesse, è stata l’attenzione all’esperienza biblica di fatto a dettare l’ordine del giorno delle cose trattate, evidentemente per ricomprenderla in modo migliore. Di qui il tentativo di una presentazione didatticamente attrezzata nel seguente modo:

  • Una struttura logica e chiara dell’insieme e di ogni capitolo.

  • Un ricorso frequente ad esemplificazioni in relazione ai diversi aspetti trattati.

  • Richiamo permanente all’incidenza operativa.

  • Maggiore sviluppo a quei punti che riteniamo più difficili o trascurati.

  • All’inevitabile apparire di punti simili(non dimentichiamo che l’unità dell’oggetto ‘Bibbia’ deve coniugarsi con la considerazione di una pluralità di aspetti e viceversa), cerchiamo di rispondere segnalando i contatti con rimandi accurati

  • Ricorso a pagine “per l’approfondimento” quando l’argomento ci sembra meritarlo, nell’ottica sempre dell’impegno pastorale, più che per una informazione dotta. Lo stesso criterio ha determinato una certa abbondanza di note.

  • Uso di caratteri minori per i punti più analitici ed esemplificativi.Impiego di schemi e grafici.

  • Bibliografia essenziale, volutamente mirata a pubblicazioni italiane (originali o tradotte), nominando alcune non italiane di particolare valore[2].

5. Aggiungo le quattro note che considero maggiormente qualificanti il volume:

  • La rilevanza data alla persona e dunque alla comunità, cui Dio rivolge la sua Parola come ad amici, giacchè, come amava dire A. Heschel, la “Bibbia è un’antropologia per Dio”. Questo a maggior ragione considerando il centro della Bibbia, il mistero dell’Incarnazione.

  • Di qui l’attenzione centrale al testo biblico, visto come il mondo delle persone con cui Dio ci mette in dialogo, senza mai staccarsi da esso per discorsi sostitutivi. La catechesi biblica si fa anzitutto con una schietta e motivata stima del Libro sacro e con il contatto diretto.

  • Incontro con la Bibbia nel contesto di fede della Chiesa, vista come persone in cammino che formano la vivente Tradizione della Parola, per avvertirne in autenticità e pienezza le risonanze e l’attualità.

  • La scelta di porre come asse metodologico non la lezione dotta, ma la lettura critica dell’esperienza reale, prospettando la forma del laboratorio come la via operativa più efficace, perché chiunque possa incontrare Dio secondo le proprie originali fattezze.

6. Il testo, che con un po’ di presunzione è chiamato ‘ manuale di catechesi biblica’ e dei cui limiti il lettore si renderà ben presto conto, compare nel quarantennio di Dei Verbum (1965-2005), documento grazie al quale assistiamo alla fioritura di tanto interesse per la Sacra Scrittura nella Chiesa in Italia, provvidenziale risorsa per il profondo rinnovamento anche catechistico cui questa è chiamata[3]. Dedichiamo il lavoro Agli operatori biblici che al popolo di Dio offrono la Parola alla sorgente. E’anche per loro merito se “in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza” (Rom 15,4).

In sintesi, queste sono i capitoli dell’opera

  1. Significato, ambito e articolazioni del tema

  2. La Bibbia nella storia della catechesi di ieri e di oggi.

  3. Fenomeno biblico e problematica biblica oggi

  4. La Bibbia come Parola di Dio. La dimensione teologico- ecclesiale.

  5. Esigenze che nascono dalla Bibbia come tale. La dimensione esegetica.

  6. Esigenze che pone il destinatario: l’uomo di oggi. La dimensione ermeneutica.

  7. Esigenze della comunicazione. La dimensione pedagogico-didattica

  8. La figura del catechista – animatore biblico

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Note

[1] Non abbiamo scelto il titolo “manuale di pastorale biblica” perché della pastorale consideriamo il momento dell’annuncio, ma da questo punto di vista vi rientra.

[2] Possiamo dire di aver consultato un po’ tutto quanto è apparso di simile al nostro lavoro, con specifico debito a tre ordini di fonti: la grande didattica biblica del mondo tedesco come fondamento scientifico, la Federazione Biblica Cattolica mondiale come scenario incomparabile di modelli, il progetto catechistico italiano, e l’Apostolato Biblico che vi è connesso, come riferimento pratico di lavoro.

[3] Cfr CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 2001, n. 49.

Barghiglioni 2006

EGIDIO E MARIELLA BARGHIGLIONI – LUCIANO MEDDI, Il futuro della parrocchia. Guida alle trasformazioni necessarie, Paoline, 2006

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Molte parrocchie e molti parroci hanno messo mano a modificare la vita della loro comunità. Ne sono nate esperienze entusiasmanti. Molte comunità e operatori parrocchiali possono raccontare con gioia la fatica del rinnovamento. Molte parrocchie e parroci potrebbero raccontare, invece, storie diverse. Storie nate con buone intenzioni ma che non hanno trovato soluzione adeguata.

Perché questi tentativi non hanno avuto successo?

Che cosa non ha funzionato?

Possiamo descrivere l’obiettivo finale dell’itinerario proposto come raggiungere la capacità di comprendere il modello entro cui si vive, valutarlo alla luce delle riflessioni teologiche, individuare le linee di necessaria riprogettazione. Si riconoscono facilmente i tre passaggi fondamentali della progettazione pastorale: descrivere-comprendere, valutare, riprogettare.

Tutto nasce dalla comprensione che la Chiesa del nostro tempo é chiamata a evangelizzare con la propria vita il regno di Dio inaugurato da Gesù di Nazareth. Da questo principio ne nascono le trasformazioni necessarie.

Non sfugge a nessuno che un itinerario così impegnativo e affascinante coinvolge in prima persona il parroco, figura centrale di ogni comunità parrocchiale e, con lui, il Consiglio pastora le o Gruppo di animazione, chiamati a una intensa esperienza di comunione e animazione pastorale.

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Luciano Meddi, sacerdote della Diocesi di Roma, è docente di Catechetica nella Pontificia Università Urbaniana di Roma. Svolge attività di formazione degli operatori e collabora con numerose riviste specializzate di catechesi e pastorale. Tra le sue pubblicazioni si segnalano i volumi: Catechesi. Proposta e formazione della vita cristiana, EMP, Padova 2004; e (a cura di) Formazione e comunità cristiana. Un contributo al futuro itinerario, Urbaniana University Press, Roma 2006.

Egidio e Mariella Barghiglioni, 48 anni di matrimonio, tre figli di cui uno che ha raggiunto la casa del Padre e 3 nipoti, sono catechisti degli adulti. Da molti anni si occupano di animazione e formazione degli operatori pastorali parrocchiali.

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Il presente volume riprende le riflessioni e le sperimentazioni di un gruppo di animazione pastorale interparrocchiale, l’AESP – Associazione Ecclesiale Sviluppo della Pastorale, che si può contattare al sito www.aesp.it.

CATI 2006

CATI, La fede e la sua comunicazione. Il Vangelo, la Chiesa e la cultura, a cura di P. Ciardella e S. Maggiani, EDB, 2006

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Il Coordinamento delle Associazioni teologiche italiane (CATI), di cui fa parte anche l’AICa, ha pubblicato un volume che si presenta interessante per due motivi.

Anzitutto perché documenta il lavoro delle associazioni teologiche italiane, e “la storia dell’associazionismo teologico italiano è un evento squisitamente postconciliare” (C. Militello).

Poi perché delinea alcune prospettive interdisciplinari sul problema di «comunicare la fede» nella società contemporanea. Il tema è complesso, perché chiama in causa la dialettica tra singolo e comunità; postula il superamento dell’impianto intellettivo per coinvolgere il soggetto «totale», fatto anche di carne e di emozionalità; obbliga a interrogarsi sui modi della comunicazione e sui linguaggi, sulla liturgia/celebrazione e sulle altre espressioni della fede; mette in campo il tema della testimonianza e della morale. Così che ogni branca del sapere teologico è coinvolta.

Il volume raccoglie saggi di Gianfranco Calabrese, Giorgio Bonaccorso, Roberto Vignolo, Franco Giulio Brambilla, Paolo Carlotti, Marinella Perroni, Gianni Colzani, Agostino Montan, Tiziano Vanzetto.

Coluccia 2006

COLUCCIA FRANCESCO, Occhi, cuore e mani, Elledici, 2006

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“Guarite i malati” ha ordinato Gesù ai suoi discepoli. E per primo ne ha dato l’esempio.

Le riflessioni di questo libro sono un semplice e umile stimolo a comprendere l’importanza di assumere lo stile proprio del Maestro, il quale nel suo cammino terreno è passato sanando e beneficando tutti.

Per questo l’autore propone una vera e propria conversione pastorale che consideri le membra sofferenti non soltanto destinatarie di assistenza, ma soggetto attivo dell’unica azione della Chiesa. Ciò porterà a creare una perfetta sinergia all’interno del tessuto parrocchiale tra animatori della carità e della salute, gruppi famiglia e ministri straordinari della Comunione in modo tale che la proposta di catechesi, che viene offerta a più livelli attraverso un vero e proprio “laboratorio della fede”, incroci la vita dell’uomo così da colmare il divario esistente tra fede e vita.

Currò 2006

CURRÒ SALVATORE, Decidersi per il dono. Su una traccia biblica: Elia e la vedova di Zarepta, Pazzini, 2006

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Presentazione

Questo libro si interroga sul dono tenendo conto della riflessione attuale su questo tema e soprattutto appoggiandosi a un racconto biblico interpretato nell’ottica del dono: l’incontro a Zarepta di Sidone tra Elia, profeta di Israele, e una donna pagana (1° libro dei Re 17, 7-16). Si tenta un’originale ermeneutica. La pagina biblica è accostata come una traccia da interpretare mentre la si percorre, mentre cioè ci si coinvolge radicalmente. Emerge così che il racconto sul dono o, più profondamente, il dono del racconto può essere compreso e accolto solo nella misura in cui ci si decide per il dono.

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Indice

INTRODUZIONE

1. UN RACCONTO DI DONO E IL DONO DI UN RACCONTO

Il testo nel contesto.

Il testo e l’evento.

2. SULLA TRACCIA DI UN DONO

La chiamata-risposta.

Il dilemma dell’accoglienza: dono o non dono? mi affido o non mi affido?

Il luogo del parlare di Dio: esposizione, affidamento e parola ispirata.

3. VIVERE NEL SEGNO DEL DONO

Il primato della decisione e del rispondere.

L’accoglienza, la sincerità del sé e il riceversi in dono.

La piccola bontà che trasgredisce e compie la legge.

Tutto è dono per colui che dona.

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Dall’Introduzione dell’Autore

Sul dono si può riflettere in tanti modi e a partire da esperienze, sensazioni e prospettive diverse. Ci si può concentrare su qualche aspetto della vita, o sulla vita tutta avvertita come dono; ci si può preoccupare di mostrare dov’è il dono o cos’è dono, e lo si può fare con toni ottimistici o di delusione; si può porre l’accento primariamente sul dovere di donare o sul diritto di ricevere un dono. La nostra riflessione – dico: la nostra, nella speranza di coinvolgere anche il lettore nel cammino – si concentra sul decidersi per il dono. Alla base c’è la suggestione che, perché eventualmente si apra una dimensione di dono della vita, occorre una decisione, la decisione coraggiosa di qualcuno – di me, di te, di un soggetto – che si arrischia a donare o, più radicalmente, a donarsi. Ciò avviene in modo molto concreto, dentro una rete relazionale, di fronte a qualcuno; non tanto qualcuno scelto da me ma quel qualcuno, quell’uomo o quella donna, che ha un preciso volto e un nome proprio e che bussa alla mia porta, mettendo radicalmente in questione la mia progettualità e la mia libertà. La questione del dono è dunque, prima di tutto, la questione del mio dono all’altro; è la messa in questione di me da parte dell’altro. È la questione del coraggio che un soggetto ha o non ha di rispondere a un appello, ovvero del potere che egli ha di chiudere o aprire, per gli altri e per sé, una corrente di generosità che forse attraversa la vita. Non che il dono sia produzione di un soggetto. Il dono infatti, se è davvero dono, è dato o donato al soggetto; viene da altro. Eppure esso non si dà senza il soggetto; sopraggiunge eventualmente quando un soggetto si decide, con coraggio.

Si tratta di una piccola decisione, o forse: di una grande decisione ma nella piccola trama della vita quotidiana. Questo modo di misurare il piccolo e il grande può sorprendere. E la nostra riflessione potrebbe dare la sensazione, a chi è abituato a riflettere secondo i mega orizzonti del sociale, del mondiale e del globale, di essere troppo concentrata sul privato. Non è così. L’ottica del coraggio del dono guarda alle grandi sfide che segnano la nostra società e l’umanità attuale; guarda ai grandi processi in atto: processi di pacificazione, di democratizzazione, di promozione della giustizia internazionale, di dialogo interreligioso… Tali processi sono sentiti ormai in un orizzonte detto di globalizzazione e sono tutt’altro che privi di ambiguità; sono anche processi che rischiano di divenire impersonali e, in ogni caso, non scontatamente centrati sulla dignità dell’uomo, e soprattutto: di ogni uomo. Dire decidersi per il dono significa contestare l’ottica stessa del politico, del globale, del generale, come ottica prima o privilegiata della soluzione dei problemi. Ma è una contestazione dall’interno. Ogni processo di vera umanizzazione infatti ha certo una sua forza nella logica che lo attraversa, e in particolare nella coerenza di questa stessa logica con i principi della dignità dell’uomo o con la carta dei diritti dell’uomo; ma la sua vera risorsa di umanità non risiede nella sua buona logica ma nella bontà di singoli che pagano di persona.

La decisione per il dono orienta a tener viva la vera risorsa di umanità a cui attinge ogni società che non voglia divenire disumana; aiuta a far fronte al pericolo di ideologia, latente in ogni processo sociale, politico, religioso e culturale, pur se – e a volte proprio perché – si dice di umanizzazione. La decisione per il dono ci fa vigili soprattutto nei confronti di noi stessi; è forte infatti la tentazione del rifugio nell’universale, nelle spiegazioni razionali, nelle ragioni sociali, politiche e religiose, in cui si cerca in definitiva giustificazione al proprio diritto, alla propria libertà, alla propria visione della vita, al proprio progetto… o semplicemente al proprio. E il proprio è forse proprio la negazione del dono. Eppure la concreta esperienza di ogni giorno sembra sfidare al coraggio del dono. In qualche esperienza emerge un appello che la coscienza fatica a tacitare, pur se tante volte ci riesce; un appello che quando trova spazio sembra contestare il proprio diritto, talvolta persino il proprio diritto all’esistenza. Rispondere all’appello, e cioè trovare il coraggio di decidersi per il dono, significa forse ingresso vero nell’umano. Significa liberarsi dal rischio dei giochi ideologici della coscienza, che a volte può difendere egoismi e paure del soggetto, ponendoli sotto il manto di principi sedicenti umani. Liberarsi dal rischio? È il soggetto che si libera? La sensazione a volte è che in realtà è l’altro che libera. L’altro, da cui veniva l’appello, è avvertito misteriosamente come dono. Egli, anche senza saperlo e volerlo, mi aiuta a ritrovare me stesso, forse anche a sentire la mia vita come dono o a guardare più positivamente alla vita tutta, che mi appare improvvisamente nella luce del dono. E tutto avviene nell’ordinarietà di una relazione o, più radicalmente, nel segreto di un soggetto che può decidersi o non decidersi. E la decisione, che pure coinvolge pienamente il soggetto, si dà come risposta all’altro, ad altro; è decisione non come frutto di riflessione, ma decisione che quasi anticipa la coscienza. Decisione di coraggio. E decisione segreta: all’insaputa di tutti, nel segreto. E quanto più rimane all’insaputa degli altri, e forse anche della propria coscienza, tanto più è umana, davvero dono, davvero apertura sul dono.

Ma se la questione del dono è questione di coraggio o di una decisione quasi al di là di ogni riflettere e di ogni presa di coscienza, proporre una riflessione sul dono è contraddittorio; e ancor più contraddittorio se ha come titolo: decidersi per il dono. Il titolo evoca una decisione – che rompe col primato del pensare – ma, in quanto titolo di una riflessione sulla decisione per il dono, col suo stesso porsi smentisce il primato e della decisione e del dono. Eppure sentiamo che non ci si può rassegnare al silenzio. La decisione per il dono, che pure rompe col pensiero, ha bisogno del pensiero. Il dono, che è dono anche per il pensiero e che quindi non è alla portata del pensiero, ha bisogno però di entrare nel pensiero. È il paradosso del linguaggio, chiamato a dire l’impossibile a dirsi, chiamato a dire più di quello che può dire[1]. Eppure l’impossibilità a dire il dono è, positivamente, dono per il linguaggio: è la possibilità di un linguaggio più radicato nella responsabilità per il dono, linguaggio impregnato di decisione e di dono. È la possibilità di un linguaggio non preoccupato di precisare cos’è dono o di trovare il senso del dono all’interno di un sistema; ma un linguaggio che orienta, che si interrompe, che si sospende, che semplicemente introduce, che si lascia smentire, che rinvia ad altro da sé; linguaggio che sa farsi silenzio, ascolto, accoglienza. Ma la necessità di dire il dono viene anche forse da un dono ricevuto; è necessità di tener viva la memoria, perché il decidersi per il dono si nutre della memoria del dono. D’altra parte: l’incapacità di accoglienza dell’altro, da parte di un soggetto che si autopone rivendicando il primato della sua libertà, non è forse anche incapacità di sentirsi radicati? non è dimenticanza che la propria libertà o il proprio diritto o lo stesso porsi come soggetto è già grazie ad altro, già in seconda battuta rispetto a un già dato o un già donato?

La questione del dono è dunque anche questione di memoria. Il decidersi per il dono implica, e produce allo stesso tempo, il tener viva la memoria. È per questo che ho scelto di situare la riflessione sul dono su una memoria, su una testimonianza di dono, su un racconto di dono; o, forse dovremo dire, sul dono di un racconto. Il racconto in questione è riportato dalla Bibbia (1 Re 17, 7-16) e ci è consegnato dalla tradizione ebraico-cristiana: è l’incontro (incontro? Questa parola si rivelerà forse povera!) tra il profeta Elia e la vedova di Zarepta. Non sarà importante prima di tutto determinare cosa dice esattamente il racconto o che cosa è davvero avvenuto; e nemmeno interpretare il testo all’interno del più globale messaggio biblico o in rapporto al pensiero religioso ebraico e cristiano. Se pure queste attenzioni dovranno entrare in gioco (partiremo proprio da queste), esse dovranno pure essere sospese per lasciare spazio a ciò che è decisivo[2]. Il testo della Scrittura è una traccia di dono, porta con sé un segreto indicibile, un segreto che si presta ad una ermeneutica infinita e che ad essa allo stesso tempo resiste. È il segreto di un dono, un segreto che è dono. E l’accesso al segreto è al di là dell’ermeneutica – eppure nel cuore dell’ermeneutica – e cioè: nel segreto della decisione per il dono. Un segreto, se è davvero tale, rimane segreto. La tradizione – che pure testimonia, spiega, interpreta – nel suo significato più radicale è la consegna di un segreto[3].

Il nostro riflettere sul dono allora, consapevole di dire – e di dover dire – un segreto, dovrà rinviare incessantemente e alla memoria del dono e alla decisione per il dono. È in questo duplice rinvio che si gioca l’interpretazione della traccia, che ci accingiamo ad accostare o – dovremmo dire più esattamente – su cui poniamo i nostri passi.

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Note

[1] Che la questione del dono mette a soqquadro il linguaggio, è stato messo bene in luce da J. Derrida, soprattutto in Donare il tempo. La moneta falsa, tr. di G. Berto, Cortina, Milano, 1996.

[2] Decisivo e decidersi sono due parole imparentate.

[3] Cf. la riflessione di Derrida, che, a partire dall’espressione: «Perdono per non voler dire…», spiega il senso profondo della letteratura in rapporto alla tradizione biblica, come impossibilità di trasmettere un segreto e come continua richiesta di perdono per il tradimento. Questa frase («Perdono per non voler dire…») – afferma Derrida – «annuncia la letteratura», «per lo meno ciò che da alcuni secoli chiamiamo letteratura, ciò che si chiama letteratura in Europa, ma in una tradizione che non può non essere erede della Bibbia, poiché vi attinge il suo senso del perdono ma al contempo le chiede perdono del tradimento» (Donare la morte, intr. di S. Petrosino, postf. di G. Dalmasso, Jaca Book, Milano, 1996, 2002, 160).

Di Fiore 2006

DI FIORE CALOGERO, Per me Dio non si arrende mai. Un cammino per i giovani, Calabria Letteraria Editrice, 2006

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Una scelta mistica prima che ascetica.

Di Dio ci si deve innamorare.

Questa generazione, diceva un giornalista descrivendo i giovanissimi, è la prima che ha passato il guado dai timorati di Dio agli innamorati di Dio. Allora occorre aiutarli a sentirsi sempre accolti da questo amore, a rispondere alla domanda: ma quanto mi ama Dio? Quanto ama un balordo come me?

La risposta è sempre: molto più di quanto possiamo immaginare.

(Dalla presentazione di Domenico Sigalini)

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Calogero Di Fiore (Palermo, 1967) è membro della Congregazione della Missione. Dottorando in Scienze dell’educazione con specializzazione in Pastorale Giovanile e Catechetica. Docente di catechetica fondamentale presso l’istituto Pio X di Catanzaro e di dinamica di gruppo presso l’ISSR di Donnaregina di Napoli.
E-mail: alba.nuova@email.it