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Cristianesimo “popolare”: rischio ma soprattutto chance |
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Pio Zuppa Nota in margine al Convegno della
PFTIM |
Karl Rahner (del quale, quest’anno, ricorre il primo centenario della nascita), riflettendo sui termini di “costituzione pastorale” che qualificano il testo conciliare del Vaticano II Gaudium et spes, scriveva: “La Chiesa non può assolutamente accontentarsi della sola Rivelazione di Dio, anche se sviluppata e interpretata in modo conveniente. Ha bisogno per la sua azione – un’azione di un genere tale che, senza essa, perderebbe la sua natura – d’una conoscenza della situazione nella quale si svolge la sua vita”[1]. E aggiunge che l’assistenza dello Spirito, su cui essa può contare, “non esclude, ma include al contrario, una riflessione che utlizzi tutti i metodi umani (“toutes les méthodes humaines”), oggi molto complessi, atti a chiarire la situazione attuale; e si può dire che l’azione dello Spirito si rivela attraverso questa stessa conoscenza umana”[2]. Senza dubbio, se accolto in questo ottica propriamente teologica, il Convegno della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (PFTIM), celebrato a Molfetta presso l’Istituto Teologico Pugliese (dal 19 al 20 febbraio 2004) su “Il cristianesimo popolare oggi: persistenza o novità – rischio o chance”, assume una rilevanza tutt’altro che provvisoria e, in particolare, si pone all’interno di una ricerca e di un’azione che qualificano, per sua natura, la vita della comunità ecclesiale, oltre che l’orizzonte epistemico di una facoltà teologica, soprattutto se e quando questa assume tra i suoi compiti principali quelli dell’evangelizzazione, della formazione permanente e della cura pastorale.
Ma oltre a questa esigenza fondamentale, a perno della ricerca e della riflessione che la PFTIM, con il Convegno, ha inteso promuovere all’interno dei suoi diversi e articolati centri accademici, è stata collocata un’articolata e motivata ipotesi di ricerca ben delimitata nel suo ambito d’indagine e sufficientemente circoscritta nel suo itinerario di verifica e di sviluppo.[3]
Dentro l’ambito della ricerca
Per cristianesimo popolare e/o sacrale, nella letteratura teologico-pastorale, normalmente s’intende “il modello ereditato dalla tradizione posttridentina”[4]. Nel dibattito promosso in vista del Convegno, con la cifra “cristiamesimo popolare” si è voluto, in primo luogo, restringere l’ambito della riflessione a quello che accade oggi nel cristianesimo. Un “oggi”, ovviamente, non legato esclusivamente all’attualità più estrema e rappresentativa del cristianesimo nella storia, ma colto anche nella sua ampia parabola epocale di carattere sia storico-culturale che socio-pastorale. Per questo, nell’impostazione della ricerca, non si è voluto in primis parlare di “religiosità popolare”, devozione popolare, fede popolare, ecc., pur richiamandole in qualche modo tutte in quanto espressioni diverse del loro carattere “popolare”. Ma anche la connotazione esplicita di “popolare” – scelta ed espressamente voluta nella caratterizzazione/delimitazione degli aspetti che, in essa, vi s’intrecciano e che s’intendono de-cifrare nell’odierna prassi pastorale – ha significato problematicità di ricerca e apertura a varie (e non sempre feconde) interferenze,[5] all’interno del percorso di riflessione promosso dall’impianto dato al convegno.
Tra le domande-guida poste al centro dell’indagine, quella che più di ogni altra, in modo sia implicito che esplicito, ha attraversato e accompagnato i vari interventi, ha riguardato l’ipotesi secondo cui, sul piano interdisciplinare e multiprospettico della realtà, si è di fronte a una eterogenità di punti vista e di criteri sottesi, difficile da tener presente in modo unitario allo stato attuale. E’ come se, ciascuna disciplina, procedesse tenendo conto solo del proprio punto di vista. Sostanzialmente è ancora assente, per quanto attiene la dinamica popolare del fatto cristiano, una visione dialettica e integrata al tempo stesso. Così capita, in genere, di dare per scontata l’identificazione di un cristianesimo popolare, senza tuttavia aver sufficientemente dichiarato e criticamente verificato i criteri con i quali si giunge a riconoscerlo.
Strettamente collegata alla precedente pista di lavoro e di approdondimento, un altro segmento di ricerca si è incrociato con l’altrettanto comune convinzione che, non infrequentemente, guida un certo sentire ecclesiale e pastorale: si tratta dell’ipotesi secondo cui il cristianesimo popolare andrebbe comunque “evangelizzato”, in quanto lo si considera inquinato. Per questo si parla di purificazione, emancipazione, liberazione, autenticazione, ecc. Anche riguardo a questo luogo comune, nel corso del Convegno, sono emerse non poche domande. Così ci si è chiesti, ad esempio, se non fosse questa una lettura prevalentemente “morale” e, per quanto fossero possibili altre letture, come mai, però, si cade sempre – interpretativamente – in questo tipo di lettura sbrigativa, che fa pensare a qualcosa di “impuro”, d’incolto e dottrinalmente rischioso, come si può costatare sia nella relazione di Schinella che nei richiami storici riportati da Sarnataro in riferimento alla figura pratica del “buon cristiano”. Sta di fatto - sul piano pratico, sociale - la persistenza del fenomeno; e ciò a fronte di una reale mancanza di attenzione pastorale, tanto da rendere l’attuale situazione alquanto paradossale: dove si sono investite grandi energie (catechesi, liturgia, ecc.) pare che, a conti fatti e dati alla mano, non si sia raccolto granché; invece i fenomeni “popolari” persistono “spontaneamente”.
Come sfondo estremo della ricerca – dai diversificati punti di vista rchiamati attraverso gli approfondimenti – da ultimo è stato messo in gioco, dentro una prospettiva di lavoro e di indagine che ha mirato ad essere non solo teorica ma anche pratica, il futuro della figura popolare di cristianesimo: futuro inteso, però, non in senso assoluto, ma nei termini della operazionabilità e della direzione di marcia. Senza un dinamismo storico d’inculturazione, è stato autorevolmente affermato, non c’è nemmeno fede: “Una fede che non diventa cultura non è pienamente accolta, interamente pensata e fedelmente vissuta”.[6
Implicanze e sentieri aperti
Nell’ottica non delle “ricette” pronte per l’uso ma di piste di ricerca e di sperimentazione è possibile indicare alcune linee o sfide che, attualmente, emergono alla luce di quanto il Convegno, tra possibilità e limiti, ha permesso di indagare e di pensare in prospettiva di futuro. In che senso e a quali condizioni è possibile proseguire nella ricerca e nella pratica pastorale per quanto attiene al forte carattere culturale e popolare della prassi religioso-ecclesiale ereditata? E’ possibile agire, all’interno di queste strutture antropologiche e sociali di partecipazione, non come “rullo compressore” (per usare un’espressione evocata da C. Sarnataro) ma con l’intento di potenziarle e innovarle, come suggerisce il recente Direttorio (per quanto attiene al non facile ma complesso tema di pietà e devozione popolari), perché possano rifigurarsi come luoghi efficaci di mediazione, di annuncio e di corresponsabilità pastorale?
Intreccio prassi/teoria – In primo luogo si esige un’opera di «mediazione»,[7] di modo che non accada – come ha ricordato I. Schinella, nella sua relazione, riprendendo un classico testo di W. Kasper - che i teologi rispondano «alle domande che nessuno ci ha posto e non sappiamo rispondere alle domande che ci sono poste»[8]. A tale riguardo, come si sa, gli studi hanno solo cominciato a definirne il campo. La ricerca-intervento è sostanziallmente assente in campo teologico. Esiste e viene prodotta per lo più una buona teoria; è del tutto assente, invece, l’attitudine a valorizzare la pratica in atto. Anche la prassi cristiana, con i suoi agenti e i suoi dinamismi, con le sue forme strutturali e le sue modalità operative, con le sue domande e i suoi apporti può essere assunta come luogo teologico di ricerca.[9]. E comunque si tratta di un compito non facile.[10]
Sul piano teologico-pastorale, tutta la questione del cristianesimo/cattolicesimo popolare nella comunità cristiana, affrontata dal Convegno, si può ritenere strettamente collegata e relativa, in fondo, al recupero organico e dinamico del rapporto tra teoria e prassi, quale “nodo” centrale e proprio dell’attuale epistemologia pastorale. Superato lo schema soggetto/oggetto, tuttora presente nell’azione pastorale delle comunità, si impone una riflessione teologica sull’azione pastorale della Chiesa che, nel contesto di una prassi comunicativa, miri ad abilitare a un mutuo comportamento comunicativo tra prassi operativa e riflessione sulla medesima, più che alla semplice acquisizione di saperi e contenuti da applicare. In quest’ambito è cruciale, infatti, la ricezione teorica della pratica, la quale può compiutamente realizzarsi solo in una correlazione di riflessione e concreta azione ecclesiale. La riflessione sull’azione della Chiesa non può avvenire solo teoricamente ma deve essere attuata anche sul campo, in un continuo scambio fra teologi pratici e operatori pastorali. La costituzione di questi luoghi-laboratori di ricerca e di sperimentazione potrebbe essere una decisiva e impreteribile sfida che, proprio alla luce dell’odierno paradigma comunicativo, potrebbe aiutare le chiese cristiane del terzo millennio a muovere i primi passi nella linea dell’evangelizzazione e della missione.
Non si tratta di “culturalizzare” la pastorale, come se, per diventare professionalmente efficaci nel servizio della “cura d’anime”, si dovesse per forza aver bisogno di attestati e certificazioni accademiche. Ancor meno, poi, in un ambito di ricerca e di azione, qual è quello del cattolicesimo popolare, che porta con sé ragioni storico-dottrinali di tipo non élitario (come giustamente ribadito in alcuni precedenti interventi). Né, d’altro canto, una simile sfida vuole condurre l’azione pastorale delle comunità cristiane a imprigionare l’azione imperscrutabile del processo salvifico dentro paradigmi scientifici e prasseologici. Non siamo di fronte a una sorte di “pastorale di lusso”, o di esperti. Piuttosto s’intende sostenere una diffusa cultura (nel senso della Bildung, formazione) pastorale – scientificamente fondata e operativamente compresa – che trovi concreta possibilità di espressione e di diffusione dentro e attraverso propri centri di ricerca e di sperimentazione. Non è irrilevante che in ambito ecclesiale, a tale riguardo, la produzione scientifica risulti essere piuttosto appiattita su luoghi comuni e si risolva spesso (quando va bene) nella formulazione di principi, orientamenti, slogans – rispetto ad esempio ad altri ambiti scientifici, o di ricerca, analogamente interessati a una professionalità pratica di tipo sociale o semplicemente di aiuto. Si tratta di una sfida nella sfida per un contributo fecondo, non da “usa e getta”, al problema del “come” accompagnare, dall’interno, il cristianesimo popolare secondo i parametri di un’evangelizzazione “nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione”.[11]
Una questione attuale - Partendo dal concetto che la teologia pratica è una “teoria della prassi religiosa”, e più precisamente, per dirla con van der Ven, “una teoria empiricamente descritta e criticamente costruttiva della prassi religiosa (eine empirisch beschreibende und kritisch konstruktive Theorie der religiösen Praxis)”,[12] un campo di lavoro particolarmente fecondo e attuale, riguardo alla persistenza del cristianesimo popolare, potrebbe essere, se visto nell’ottica della ricerca-intervento, quello della prassi dell’iniziazione cristiana (=IC) che le comunità cristiane da alcuni decenni si sforzano di innovare ma senza successo, tenendo conto che si tratta proprio di una prassi dove tra domanda religioso-sacramentale e offerta di evangelizzazione e formazione il gap continua a far discutere senza possibilità, allo stato attuale, di soluzioni veramente praticabili. A monte di un impianto pastorale di iniziazione che, di fatto, come è riconosciuto da tutti, non inizia bensì conclude, è facilmente ravvisabile la questione del cristianesmo d’origine popolare. E tanti orientamenti messi a disposizione dell’operatore, non a caso e giustamente, sono nella linea dell’abbandono del contesto popolare di cristianità, che non c’è più in quanto orizzonte ultimo ed esplicito di senso sul piano sociale e comunitario. In realtà, come ha ricordato A.N. Terrin dal punto di vista antropologico-culturale, è successo in passato e succede ancora oggi, al cristianesimo viene richiesto di gestire quello che comunemente si considera il bisogno religioso. Si chiede, cioè, al rito cristiano di farsi carico di quella “dimensione profonda” (P. Tillich) che appartiene a ogni società e cultura e che accompagna i momenti simbolici fondamentali della vita come la nascita, le età di passaggio, il matrimonio, la sofferenza e la morte.
Questo fenomeno, in Italia, è ampiamente in vita. Da questo punto di vista, il cristianesimo popolare è chiamato a “dover gestire – come ha fatto presente mons. A. Caprioli all’Assemblea Cei 2003 che ha sviluppato il tema dell’IC - forme e richieste di religiosità diffusa, le quali non avrebbero altro modo per attuarsi se non il vocabolario cristiano, i riti cristiani: quindi un fenomeno interno all’area dei sacramenti. Si perpetuerebbe così un principio di ‘ospitalità’ che la Chiesa, con tutta probabilità, si porterebbe con sé fin dalla Chiesa degli apostoli. Ci troviamo così i nostri riti e i nostri ambienti abitati da tanta gente, che però li frequenta di passaggio e in modo distratto e che, alla fine, ci appare come gente estranea, quasi straniera in casa nostra”.[13] Che cosa vuol dire porsi da credenti di fronte questa situazione? Si tratta solo di “un approccio alla Chiesa da scoraggiare per non cadere in una pastorale lassista? Oppure – prosegue mons. Caprioli - bisognerà domandarsi se il giorno in cui questi non chiederanno più il battesimo e gli altri sacramenti, la Chiesa avrà fatto un passo in avanti o un passo indietro. Di fronte alla situazione le reazioni immediate sono diverse: ci sono quelli che chiedono una reazione severa e la restaurazione di un’immagine tradizionale e «sanzionatoria» di Chiesa; e ci sono quelli che si adattano alla situazione, o che l’accettano in modo rassegnato”.[14]
In questa prospettiva può essere utile rivisitare l’esito del dibattito teologico vissuto all’interno del mondo protestante sulla questione del battesimo dei bambini. “A differenza di K. Barth, che arrivava a rifiutare la prassi del battesimo ai bambini come prassi disordinata e antico errore della Chiesa, in nome di una Chiesa evangelicamente pura e testimoniale (‘bekennende Kirche’), D. Bonhoeffer era invece favorevole al battesimo ai bambini, proprio in quanto espressione di una ‘Chiesa di popolo’ (‘Volkskirche’): Chiesa di popolo, perché rifiuta ogni forma di perfettismo psicologico, organizzativo, spirituale e si pone al di sopra di ogni barriera e apartheid. […]. A meno perciò di cadere in una lettura barthiana, che contrappone fede e religione con la conseguente perdita della dimensione antropologica dei sacramenti, il problema, se mai, sarà quello di evangelizzare e di educare la domanda religiosa dentro il cammino di fede, non di cancellarla. Diversamente si finirebbe nell’idea di Chiesa come setta, comunità elitaria, perfetta, che comunica solo al suo interno e richiede la condivisione di molte cose, cancellando così la stessa ‘immagine popolare’ di Chiesa, comunità cioè aperta a tutti, alla quale è possibile accedere a partire da ogni età e da ogni condizione di vita: sociale, culturale, spirituale”.[15]
E così il problema ritorna al punto di partenza, e cioè ai processi di mediazione, di cui si nutre un’azione pastorale, e in definitiva all’epistemologia pastorale. Ma cosa vuol dire evangelizzare, educare la domanda? E’ questo il punto problematico e controverso di approdo e di discussione verso cui, per quanto in modo atematizzato, ha condotto – o, meglio, ha permesso di focalizzare - il Convegno attraverso la riflessione e il confronto agiti interdisciplinarmente all’interno delle comunità accademiche della PFTIM che vi hanno preso parte.
Verso dove?
Senza entrare rigorosamente nel merito di una ricerca e di una riflessione – che, ovviamente, meritano di essere portate avanti e non lasciate cadere, come spesso purtroppo succede, dopo che il sipario di una celebrazione, anche scientifica e accademica, si chiude – ci piace concludere con due prospettive di ricerca e di azione, strettamente correlate agli spunti sin qui raccolti. Si tratta, da un lato, della dimensione organizzativa e, dall’altro, della funzione narrativa che, anche a riguardo del cristianesimo popolare, ogni comunità è chiamata - in quanto istituzione sociale e pubblica - a rendere visibili nella sua prassi di vita. Ogni istituzione ecclesiale – pensiamo, ad es., alle parrocchie – sono, per ragioni antropologiche e culturali, “tra” le case, “in mezzo” alla gente, e non c’è nulla di genuinamente umano che non possa trovare eco nel loro cuore (cf GS 1), perché realmente e intimamente solidali con il territorio e con la sua storia. Ora – proprio nella prospettiva istituzionale ed organizzativa (e non astratta o fuori della storia) della comunità cristiana (cf LG 8) – si tratta di prendere in seria considerazione e di tener conto della conoscenza di cui ogni comunità dispone, di quell’insieme cioè di valori spirituali, di patrimonio di esperienze, di elaborazione di metodo e prassi di apostolato, di tradizioni, di riti, di simboli e di mentalità che guidano – comunque - il comportamento dei singoli e delle comunità.
Le comunità non possono continuare ad essere pensate e guidate come “tabula rasa”, senza cioè conoscenze, dall’esterno e solo come soggetti passivi, o inattivi destinatari, in breve come oggetto dei “sogni” di alcuni pochi eletti. Proprio perché sono di (oltre che per) tutti ed ecclesialmente costituite da tutti, le parrocchie sono chiamate a trovare modalità di conduzione e di organizzazione che, dall’interno, attivino processi di partecipazione e di coscientizzazione. Tra queste meritano attenzione quelle metodologie formative che, appunto, considerano il cosiddetto “apparato di gestione” degno di considerazione conoscitiva. Anche l’organizzazione – cioè quell’aspetto che, normalmente, viene ritenuto semplice contenitore di attività e di regole per l’azione – “apprende”, contiene un pensiero, “sogna” sia pure a suo modo, possiede una sua autonomia, si racconta.[16]
Come attivare queste energie sommerse di una comunità intrise di cristianesimo/cattolicesimo popolare? Non possiamo continuare a viverci nell’incertezza di chi si aspetta i cambiamenti dall’esterno e non si lascia interrogare dalle novità in atto, anche se non ancora evidenti.[17] Una comunità impegnata nei processi di cambiamento e di accompagnamento è quella comunità che – nella celebrazione dei santi segni, come nella predicazione del vangelo, ma soprattutto nel servizio al povero – si autocomprende come soggetto e testimone della scommessa di Dio per l’umanità: che tutti abbiamo la vita, e l’abbiamo in abbondanza (cf Gv 10,10).[18]
Ambroise Binz, noto pedagogista della fede, ha affermato: “La fede dei battezzati è come una casa. Sarà un’opera comunitaria, sempre in costruzione e che attua continuamente la buona novella, come una cattedrale? Oppure somiglierà di più a un supermercato ideato da altri, costruito rapidamente e la cui uniformità serve ai consumatori?”[19] Se comunità e narrazione, formazione e organizzazione torneranno a intrecciarsi – come, più a monte, teoria e pratica - ci sono buone ragioni per credere che possano diventare quella coppia di impegni in grado di esprimere, di fatto, quell’unico e originario indirizzo richiesto oggi per il rinnovamento delle molteplici comunità ecclesiali presenti nella Chiesa: essere e diventare “casa e scuola di comunione”,[20] ovvero comunità che si raccontano nella fede e che sanno fare memoria dei “mirabilia Dei” nell’oggi della storia e degli avvenimenti comuni della gente.
[1] K. Rahner, Réflexion sur la problematique theologique d’une constitution pastorale, in Gaudium et spes. L’Eglise dans le monde de ce temps. Schéma XIII. Commentaires, Mame, Paris 1967, 32. Per l’ed. ted.: Zur theologischen Problematik einer “Pastoralkonstitution”, in Schriften zur Theologie, VIII, Einsiedeln 1967, 613-636 (tr. it.: Problematica teologica di una “Costituzione pastorale”, in Nuovi Saggi, III, Roma 1969, 693-721).
[2] Ivi, 35.
[3] A tale scopo è stata elaborata una scheda di riferimento, inviata precedentemente a tutti i relatori, con l’intento di favorire una prima messa a punto riguardo all’argomento e alla nozione di “cristianesimo popolare”, posta a tema della ricerca. In essa erano esplicitati sia l’ambito di riflessione che una serie di provocazioni e di problematiche afferenti allo sviluppo dell’intera tematica. Successivamente si chiedeva a ogni relatore di re- ed inter- agire con la relazione base, affidata al prof. I. Schinella, in modo da offrire attraverso gli altri approfondimenti previsti, all’interno del Convegno, una elaborata e rigorosa visione interdisciplinare. Per motivi contingenti, questo importante momento preparatorio non è stato praticamente possibile; gli spazi previsti durante il Convegno di confronto libero e aperto tra i relatori e i partecipanti hanno però favorito un consistente risveglio di attenzione e un crescente dibattito, come è stato registrato, in modo puntuale ed ampio, anche dalla stampa (cf. ad es. la pagina di “Agorà” e l’editoriale, entrambi a firma di M. Blondet, apparsi in “Avvenire” del 21 febbraio 2004: “Fede popolare, con occhi nuovi”, p. 2 e “Pietà popolare, il risveglio”, p. 21).
[4] Cf M. Midali, Teologia pratica, vol. 2: Attuali modelli e percorsi contestuali di evangelizzazione, LAS, Roma 20003, 87-114: “Prassi pastorale in un cristianesimo popolare e sacrale”. “Nel corso dei secoli – spiega il Midali – [il cristianesimo popolare e sacrale] ha subito più o meno profonde trasformazioni ed è stato trapiantato nei cosiddetti luoghi di missione con l’espansione missionaria dellal Chiesa dei secoli scorsi. Di fatto, esso continua a caratterizzare variamente il cristianesimo dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia, dove, tra l’altro, sta assumendo valori ed espressioni culturali delle tradizioni religiose locali. Ne è una riprova il fatto che i recenti documenti ecclesiali dedicati all’evangelizzazione in tali contesti lo prende nella dovuta considerazione” (p. 87-88).
[5] “Il concetto di ‘popolare’ – scrive ad es. C. Prandi - ha limiti semantici non agevolmente circoscrivibili, anche se una tradizione di studi e di ricerche ha privilegiato, per la sua definizione, il milieu antropologico delle classi subalterne dell’Occidente, in particolare i ceti agricoli” (C. Prandi, La religione popolare fra tradizione e modernità, Queriniana, Brescia 2002, 9-25 [=«La nozione di ‘popolare’»], qui 9).
[6] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Congresso nazionale del Meic (16.1.1982), n. 2, in Insegnamenti e discorsi, V/1, Città del vaticano 1982, 131. E per quanto l’inculturazione della fede cristiana sia inculturazione di un paradosso che introduce nella cultura altrui un principio che la mette in crisi e le dischiude un nuovo senso, ogni autentico processo d’inculturazione inizia dall’ascolto delle culture da evangelizzare, assumendo e facendo lievitare la domanda dell’altro, sulla quale si innesta il kerigma biblico: “Nella casa di un altro – scrive C. Di Sante - si entra non da padroni ma in punta di piedi, con discrezione e con rispetto, ascoltando prima che parlando […]. Ogni processo di inculturazione, se vuole essere veramente tale, non può non partire dall’ascolto della cultura da evangelizzare. Prima che annuncio da fare, l’inculturazione esige l’ascolto da prestare. Senza questo ascolto – ascolto non tattico ma simpatetico e interesssato – ogni forma di evangelizzazione si trasforma in imposizione e violenza” (C. Di Sante, L’inculturazione nella Bibbia. Riflessione teologica, in “Rassegna di teologia” 39, 1998, 191-206, qui 204-205).
[7] B. Lonergan, Il metodo in teologia, Queriniana, Brescia 1975, 21. In proposito, cf anche L.-M. Chauvet, Simbolo e sacramento. Una rilettura sacramentale dell’esistenza cristiana, LDC, Leumann (To) 1990, 61-78: “La mediazione” (il cui discorso è centrale nella struttura dell’opera).
[8] W. KASPER, Per un rinnovamento del metodo teologico, Queriniana, Brescia 1969, 41.
[9] Del resto, come si sa, “il rapporto con la prassi caratterizza la fede ebraico-cristiana in ogni sua espressione e dunque anche in quella dell’intelligenza della fede, in maniera costitutiva e fontale” (B. Forte, Teologia in dialogo. Per chi vuol saperne di più e anche per chi non ne vuole sapere, Cortina, Milano 1999, 90).
[10] Come, ad es., fa notare dal punto di vista epistemologico A. Munari, Il sapere ritrovato. Conoscenza, apprendimento, formazione [1993], Guerini e Associati, Milano 2001, 65-79 (=“Ricerca-azione: la scoperta della prosa”). E ciò perché, spiega Munari, “la ricerca-azione, nella misura in cui essa coinvolge il ricercatore e il ‘ricercato’ in un legame fortemente implicante, è una metodologia che porta inevitabilmente alla revisione sistematica degli assunti epistemologici che la sottendono” (p. 74). Nel campo dell’educazione, tale approccio è diventato pratica sempre più corrente, a partire dagli anni ’80, nel corso degli ultimi venti anni: cf per l’Italia la rassegna di R. Mastromarino, Il metodo della ricerca-azione, in “Studi di psicologia dell’educazione” 2, 1986/5, 88-104.
[11] Giovanni Paolo II, Discorso all’Assemblea dei Vescovi del CELAM [9.III.1983], in Insegnamenti, VI/1, 698; cf. anche CfL 35 e ETC 25.
[12] J. A. van der VEN, Das moralische Selbst: Gestaltung und Bildung [Empirische Theologie, 1], Lit Verlag, Münster – Hamburg – London 1999, 7. Verso tale approdo empirico-critico si è mossa l’analisi praticata dal punto di vista psicologico da Angelo Sabatelli, che - tra le emergenze epistemologiche - ha segnalato in particolare “la necessità di un approccio culturale ed empirico”: “In questa prospettiva – ha affermato in conclusione - ogni cristianesimo popolare è una riscrittura autobiografica di un popolo, in un tempo e in uno spazio, della memoria cristiana ricevuta. Per questo […] il cristianesimo del presente e del futuro se non sarà popolare, forse non ci sarà affatto”. In proposito, cf anche F. Zaccaria, L’approccio empirico in teologia pratica: la proposta di J.A. van der Ven nell’Entwurf einer empirischen Theologie, Tesi di Licenza in Teologia (rel. prof. Pio Zuppa), Istituto Teologico Pugliese (PFTIM), Molfetta 2004.
[13] A. Caprioli, L’Iniziazione Cristiana: nodi problematici e prospettive di orientamento, Relazione Assemblea Cei, 20 maggio 2003, parte I, paragr. 3 (Caprioli_2001.htm).
[14] Ivi.
[15] Ivi. Cf anche E. Genre, Cittadini e discepoli. Itinerari di catechesi, LDC/Claudiana, Leumann (To)/Torino 2000, 178-194 (=“La chiesa come soggetto collettivo di catechesi”).Usando un’espressione di P. Tillich, Bonhoeffer - ricorda mons. Caprioli - riteneva che “la Chiesa deve entrare a confronto con le masse, deve tendere l’orecchio là dove le masse invocano la comunità. La comunità è però sempre sotto la Parola, e può battezzare anche i bambini nella misura in cui ha coscienza di essere in grado di «portarli in sé» e di sostenerli nel processo successivo di assimilazione personale della Parola, fino alla confessione di fede nella celebrazione eucaristica. È molto istruttiva, anche per noi cattolici, la rivisitazione che la riflessione teologica che si rifà alla Riforma sta facendo della pratica ecclesiale di iniziazione e partecipazione anche dei bambini alla cena eucaristica”. In questa direzione e verso un tale approdo di orientamenti si sono mossi, sia pure con prospettive di analisi diverse, anche gli apporti di A. Russo, C. Sarnataro, A.M. Terrin e, soprattutto, la relazione fondamentale offerta da I. Schinella.
[16] Non è un caso che nella letteratura sullo sviluppo delle organizzazioni, in particolare nelle concezioni organizzative che ricorrono ad un approccio sistemico ed aperto, ha assunto – nell’ultimo decennio – un grande rilievo il tema del cosiddetto “apprendimento organizzativo”: cf. ad es. D. Demetrio – D. Fabbri – S. Gherardi, Apprendere nelle organizzazioni. Proposte per la crescita cognitiva in età adulta [1994], a cura di D. Demetrio, Carocci, Roma 20004. Anche in ambito ecclesiale si comincia – ma appena - a lavorare in questo senso: G. Tacconi, Alla ricerca di nuove identità. Formazione e organizzazione nelle comunità religiose di vita apostolica attiva nel tempo della crisi, LDC, Leumann (To) 2001. Su questo - come anche sul necessario ed urgente recupero della dimensione narrativa dell’azione ecclesiale (a cui è strettamente legata la scelta formativa di restituire parola e pensiero alle comunità in modo da renderle, in linea con EN 60, veramente protagoniste, attive e vive, dall’interno delle loro tradizioni e della loro prassi di vita) – ci saranno buone e reali prospettive di futuro per le chiese di domani, se si terrà conto di come e in che modo anche le istituzioni ci parlano, si raccontano (cf B. Czarniawska, Narrare l’organizzazione. La costruzione dell’identità istituzionale [!997], pres. di S. Gherardi, Edizioni di Comunità, Torino 2000; C. G. Cortese, L’organizzazione si racconta. Perché occuparsi di cose che effettivamente sono “tutte storie”, con un saggio introduttivo di G. C. Quaglino, Guerini e Associati, Milano 1999; C. E. Cassani – A. Fontana, L’autobiografia in azienda. Metodologie per la ricerca e l’attività formativa, pref. di D. Demetrio, Guerini e Associati, Milano 2000). In questa linea sembrano muoversi, ad es., D. Negro, In mezzo alle case. Insieme in cammino per una parrocchia “casa di famiglia, fraterna ed accogliente”. Progetto pastorale, Salentina, Galatina (Le) 2004, 67-93 e Assemblea dei Vescovi del Québec, Proporre la fede ai giovani oggi. Una forza per vivere [2000], LDC, Leumann (To) 2001, 13-16.
[17] “Si tratta – come spiega nella conclusione della sua ricerca Giuseppe Tacconi – di guidare le comunità, spesso stanche e ripiegate su stesse, oppure tentate di attendere la soluzione dall’alto, a scoprire che è possibile pensare, che la loro stessa esperienza può essere tradotta in pensiero, perché ciò che vivono è già pregno di pensiero”. (Tacconi, Alla ricerca di nuove identità, cit., 296). Ma anche per evitare di chiudersi – come spesso succede nei confronti di esperienze e tradizioni tipiche di cattolicesimo/cristianesimo popolare - nella pura e semplice affermazione del disagio e, soprattutto, per alimentare la speranza. “Se vuoi costruire un'imbarcazione, ci ricorda Antoine de Saint-Exupèry, preoccupati sì di cercare il legname, i carpentieri, i fabbroferrai, i mozzi di bordo: preoccupati però di più di dare a tutti la nostalgia del mare”.
[18] Da cristiani e discepoli del Signore Gesù ci si forma come in laboratorio, sperimentando - cioè vedendo, toccando, condividendo (cf. Mc 3,14; Gv 1,39 e 46; 1Gv 1,1) - e riproducendo in contesto le condizioni di “setting” formativo valide per un’autentica esperienza di Chiesa. In proposito è noto il riferimento del Papa al cosiddetto “laboratorio della fede” (cf Giovanni Paolo II, Carissimi amici (XV Giornata Mondiale della Gioventù). Alla veglia del sabato, in “Il Regno-Documenti” 45, 2000, n. 15, p. 483). Ma, come riconosce fr. Enzo Biemmi, “la doppia fedeltà al vangelo e al proprio tempo fa sì che non si possa differire più a lungo l'allestimento di un immenso cantiere di rinnovamento, l'entrata per la Chiesa in un coraggioso laboratorio pastorale. L'invito che il Papa ha rivolto ai giovani a Tor Vergata ("laboratorio di fede") può essere esteso a tutta la Chiesa e in particolare al suo compito pastorale” (E. Biemmi, Analisi critica di alcune esperienze in atto. Lettura della prassi attuale, in “Quaderni della Segreteria Generale della CEI” 6, 2002, n. 13, p. 65-78, qui 78). Cf anche G. Barbon, Nuovi processi formativi nella catechesi. Metodo e itinerari, Dehoniane, Bologna 2003, p. 217-241: “Il passaggio dalle scuole di formazione ai laboratori formativi”.
[19] A. Binz, Costruire insieme la casa della fede adulta. Condizioni, realizzazione e impegni per gli agenti pastorali, in UCN, Adulti e catechesi nella comunità. Orientamenti per la catechesi degli adulti, LDC, Leumann (To) 1991, p. 100-117, qui 102. Non senza una qualche ragione, c’è chi parla, infatti, della «insostenibile pesantezza della formazione. Pesante, pesantissima […]. Sul suo primato non si discute. Nessuno osa farlo, tutti ne sono arciconvinti. Ma è un primato che si veste di retorica, di “invincibile vaghezza”, di “toni ottativi”, e l’attativo nella grammatica greca è il modo delle aspirazioni. E delle velleità» (G. Angelini, riportato da U. Folena, Formazione, “imperativo” della pastorale, in “Avvenire” del 26 febbraio 1997, p. 16.; cf Id., Educare si deve ma si può?, Vita e Pensiero, Milano 2002).
[20] NMI 43 e CVMC 65. Giovanni Paolo II la indica come “la grande sfida” per questo millennio che inizia, “se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo”.