Ripensare la logica del “fare progetti”

Redazione NPG

 


In questi anni, nella comunità ecclesiale italiana, si sta discutendo molto sulla opportunità o meno di lavorare secondo la logica dei progetti.
Una riflessione seria sulla pastorale giovanile non può davvero ignorare la questione.
Da che parte stare?

Uno sguardo al vissuto

La tradizione educativa e pastorale era poco sensibile all'ipotesi di pensare all'educazione alla fede in termini di progetti, di programmazioni, di metodi. Molti operatori di pastorale avevano l'impressione che questo modo di fare fosse carico del rischio di mettere in secondo piano la consapevolezza che il protagonista assoluto e decisivo di ogni esperienza di fede è sempre lo Spirito di Gesù, per far prevalere la nostra attenzione, la nostra preparazione, in qual-che modo persino le nostre astuzie metodologiche. E così l'azione pastorale è stata realizzata all'insegna di una buona volontà che non accettava di essere troppo condizionata da programmi e previsioni.
Le stesse resistenze riguardavano le scelte e gli interventi a carattere educativo. Restava la consapevolezza che molto dipendesse dall'entusiasmo, dalla passione, dall'esperienza di chi era chiamato ad agire. E se questa persona aveva passioni educative forti, non aveva di certo bisogno di lasciarsi imprigionare da strutture formali. E se poi questa passione forte l'educatore non l'aveva... era davvero inutile immaginare di fargliela crescere attraverso l'elaborazione di tecniche e di organizzazioni procedurali.
Poi le cose sono cambiate. L'attenzione alle scienze dell'educazione anche nell'ambito dell'educazione alla fede, che la meditazione dell'evento dell'Incarnazione ha motivato, ha spinto coloro che sono impegnati nella pastorale a dare molta fiducia a tutto quello che rientra nel-l'ambito della progettazione. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una intensa opera di programmazione. È diventato quello della programmazione un compito consegnato ad ogni comunità educativa e pastorale. Sul livello di realizzazione di progetti e di programmazioni le comunità sono state ripetutamente invitate a verificarsi.
Forse a quest'operazione è stata consegnata una fiducia troppo alta. Molte volte gli esiti non sono stati adeguati alla fatica spesa nelle elaborare progetti intelligenti. Non poche volte ci siamo resi conto che quello che era stato pianificato con arte, con passione, con amore, non ha dato certamente i frutti che ci saremmo aspettati.
Oggi, sotto la spinta di queste constatazioni, il tempo del fare progetti sembra un tempo lontano e l’invito a inserire nell'azione pastorale una intelligente programmazione sembra una preoccupazione di altre stagioni. Molti operatori di pastorale stanno rilanciarlo, con espressioni rinnovate, i vecchi modelli in cui tutto era affidato al riconoscimento della potenza dello Spirito di Gesù e all’entusiasmo di chi era impegnato direttamente nell'azione.
La constatazione è facile. Molto meno facile è decidere come reagire a questa constatazione. Non ci piace né ritornare al passato solo perché il presente lascia deluse molte atte-se. Ma neppure ci sembra saggio riaffermare senza un minimo di senso critico quello che è stato vissuto, convinti che i limiti possono essere superati ma in fondo la strada era quella buona. I problemi con cui siamo chiamati a fare i conti, ci costringano a ripensare con maggiore capacità prospettica quello che va rilanciato.
Come collocarci allora di fronte alla contestazione sui progetti o di fronte alla loro riaffermazione?

Riaffermare le ragioni del "fare progetti"

Il modello teologico in cui ci riconosciamo e che ha progressivamente ispirato le scelte a cui fa riferimento la nostra rivista, ci sollecita a riaffermare con forza la necessità di farci attenti alle scienze dell'educazione anche nei processi di educazione alla fede, e, di conseguenza, ci sollecita ad assumere tutte le metodologie che queste discipline propongono a chi è impegnato nei processi educativi.
La scelta di fare spazio nell'educazione alla fede a programmazione e a progetti è dunque per noi una scelta fondata su serie ragioni teologiche. Contestarla o eliminarla dal nostro vissuto pastorale, significa mettere in discussione il modello teologico globale in cui invece ci ri-conosciamo a partire dalla meditazione dell'evento dell'Incarnazione.
Un poco alla volta abbiamo riconosciuto l'opportunità di fare riferimento a una distinzione, che introduce livelli di comprensione e di responsabilità assai diversificati anche se complementari.
Conviene ricordarla, per aiutare a riflettere in modo consapevole.
La distinzione riguarda la differenza tra orizzonte culturale, progetto, programmazione. Possiamo utilizzare espressioni differenti, e di fatto nel vissuto ecclesiale attuale non mancano le formule diverse. Ma, a pensarci bene, al di là delle parole, la sostanza introdotta da questa distinzione resta, preziosa e maturante.
Con la formula “orizzonte culturale” si intende un insieme di idee, orientamenti, valori, riferimenti a carattere generale e globale, che sono utilizzati come ispirazione ultima di un’azione educativa e pastorale. Non si tratta di indicazioni generiche. Esse esprimono una precisa po-sizione, dotata di una sua sistemazione culturale all’interno del pluralismo, attraverso le indicazioni (teologiche e antropologiche) su cui valutare e cui ispirarsi verso l’azione concreta.
Progetto è un piano generale di interventi che rende concreta la visione educativa e pastorale espressa nell’orizzonte. Esso segna gli obiettivi operativi adeguati ai bisogni e alle esigenze delle differenti situazioni (personali, sociali, ambientali). Suggerisce linee concrete e mezzi per raggiungere questi obiettivi. Crea ruoli e funzioni per assicurare l’efficacia delle linee e il raggiungimento degli obiettivi.
Spesso si utilizza il termine «piano» (piano pastorale) come sinonimo di progetto.
La distribuzione in termini di personale, tempi, luoghi, degli elementi definiti in un progetto, e la determinazione realistica delle operazioni da compiere, fanno la «programmazione». Essa si riferisce alla organizzazione concreta e a medio termine delle condizioni e dei tempi ne-cessari alla realizzazione in situazione del progetto. Richiede la distribuzione nel tempo, ordinata e precisa, degli interventi, delle responsabilità, delle risorse materiali e personali.
Per questa sua dimensione di concretezza e di operatività, la programmazione vive di tempi brevi e va realizzata sempre a livello locale. Procede in termini di grande realismo per fare i conti con le risorse di cui effettivamente si dispone.

Parliamo di progetti

La distinzione non serve soltanto ad avere in testa in modo chiaro i termini della questione. Essa è importante anche perché permette di definire a quale dei tre livelli intendiamo collocarci sul piano delle proposte (come stiamo facendo in questo contesto), e sul piano concreto delle operazioni che una comunità educativa e pastorale è chiamata a realizzare.
In questo contesto parliamo di “progetto”. Ci chiediamo cioè se il cammino che ha portato molte comunità educative ed ecclesiali in questi anni a passare dall'improvvisazione ad un'azione educativa e pastorale correttamente pensata e realizzata, sia un cammino di matura-zione che può rappresentare un punto di non ritorno, o al contrario sono benvenute le contestazioni attuali che vorrebbero riportare molte comunità alla situazione precedente.
Le note che seguono riguardano dunque il significato, la funzione, le modalità del fare progetti.
Ciascuno di noi per fare seriamente progetti ha bisogno di ripensare e riformulare le scelte fondamentali della sua azione. Abbiamo dunque bisogno di attivare confronti sull'orizzonte culturale.
Nel momento in cui passiamo dalla formulazione teorica a quella concreta abbiamo bisogno di stabilire tempi, risorse, agenti, momenti di verifica... abbiamo perciò bisogno di rea-lizzare programmazione.
Per il primo compito possono essere utili molte delle note precedenti di questo studio.
Il secondo compito è consegnato tutto alle singole comunità.
Come fare progetti
Chi prende sul serio le esigenze del fare progetti, accoglie quei suggerimenti degli esperti di scienze della didattica e della comunicazione che hanno la funzione di portare a livello riflesso e consapevole molte indicazioni che l’operatore diretto percepisce, senza riuscire a formalizzare.
Posso esprimere tutto questo con alcuni interrogativi:
Quale meta vogliamo raggiungere? Cosa cerchiamo? Per quale scopo ci impegniamo?
Qual è la situazione in cui stiamo operando? Verso quali orientamenti i giovani sono già attenti e sensibili? Basta assicurare e consolidare questi progetti spontanei oppure il loro bene e la loro maturazione richiedono qualche preoccupazione ulteriore?
Quali strumenti possediamo? Quali risorse sono nelle nostre mani? Quali altre potremmo riuscire ad assicurare, con un poco di fatica? A quali condizioni? Tutti gli strumenti che sono a nostra disposizione vanno bene? Oppure alcuni sono ormai superati o, peggio, possono risultare pericolosi? Quali persone possiamo considerare «alleate» nel nostro programma e con quali, invece, dobbiamo fare i conti in modo critico?
È possibile verificare se le mete sono state raggiunte? Come dovrebbe essere il «prodotto finito», per poter concludere che l’operazione è stata positiva?
Su questi interrogativi si costruisce il progetto. Riformulati in modo propositivo, ricordano le sue dimensioni: obiettivi, analisi della situazione, metodo e valutazione.

Viviamo in una stagione culturale nuova

Finora è stato ricordato solamente il cammino percorso in questi anni, per riaffermare la necessità del fare progetti.
Siamo convinti però che non è né sufficiente né saggio concludere la ricerca a questo livello. Se facessimo così giustificheremo l'impressione che quello che in questi ultimi anni sta emergendo in molte comunità e nella coscienza di molti operatori sia soltanto qualcosa da ri-fiutare come un tentativo di cancellare il bello è stato vissuto per riandare con nostalgia a scelte di un tempo.
Questa non è la posizione in cui ci riconosciamo.
Pensando con attenzione a quello che è stato realizzato e cercando di riconoscere le ragioni che stanno facendo crescere una certa sfiducia sul fare progetti, ci sembra di incontrare una serie di elementi davvero preziosi. Essi ci spingono a ridisegnare decisamente la figura concreta del fare progetti.
In altre parole, il vissuto attuale ci aiuta a scoprire che continua ad essere urgente l'invito a lavorare per progetti, alla condizione che fare progetti sia seriamente ripensato prendendo atto dei cambi culturali attuali, delle novità che il vissuto ci suggerisce, delle istanze a cui farsi sensibili.
Il progetto ha aiutato gli operatori di pastorale ad operare con mentalità nuova, al di fuori della superficialità e della improvvisazione, a coscientizzare l'azione educativa, a fondarla con l'aiuto della riflessione pedagogica. Soprattutto il lavorare per progetti ha reso possibile il lavoro comune, la collaborazione e la corresponsabilità nell'elaborazione e nella condivisione dei compiti. Tutto questo ha portato frutti. Non sono mancati però dei limiti. Ed è proprio la coscienza di essi che ci sollecita a operare un coraggioso ridimensionamento.
Il progetto è diventato, in non poche circostanze, un punto di riferimento eccessivamente obbligante. La definizione delle mete e la scelta degli strumenti con cui intervenire, sono stati non poche volte messi davanti alle persone come qualcosa con cui misurarsi senza incertezze. Sono servite per dare dei criteri di verifica abbastanza stringenti, giustificando l'atteggiamento di chi si sente impegnato a dichiarare che cosa funziona e che cosa non funziona.
Inoltre la logica del progetto sembra immaginare dei modelli culturali abbastanza stabili, tali da permettere delle previsioni in tempi abbastanza lunghi. Chi cercava di modificare qualcosa sui progetti consegnati… si sentiva rispondere che non erano ancora trascorsi i tempi minimi revisionali… e che era necessario usare le risorse per realizzare e non per cambiare.
E così la fatica di guardare verso il futuro è stata risolta nell’invito a contemplare e a realizzare quello che avevamo già previsto nella direzione del futuro.
I fatti però sconfessano i piani decennali e anche quelli… quinquennali.
Gli stessi protagonisti del progetto, gli educatori da una parte e soprattutto i giovani dall'altra, cambiano rapidamente. Molti hanno avuto la percezione che appena conclusa l'elaborazione del progetto fosse tempo di ricominciare da capo perché coloro di cui il progetto parla e coloro che si sono impegnati per la sua realizzazione... non sono più gli stessi di prima.
In questi anni si è cercato un rimedio intelligente di fronte a queste difficoltà. Tutti ricordano l'invito a lavorare per itinerari. Si è cercato, in qualche modo, di dare dinamicità al progetto. Qualcuno, con un poco di fantasia, ha parlato di "mettere le gambe al progetto".
L'itinerario ha risolto in parte le difficoltà appena denunciate a proposito di progetto. Ma ne ha introdotte altre.
Chi è abituato ad operare in termini sicuri, rigidi, ha riportato la sua mentalità anche nell'itinerario e così è riuscito a rendere rigido e statico quello che era stato immaginato mobile e dinamico.
Sull'altra frontiera non sono mancate le contestazioni, certamente motivate, al rischio implicito nella scelta dell'itinerario, di far passare in secondo piano l'attenzione verso i contenuti, verso quelle espressioni "oggettive" in cui la comunità ecclesiale dice la sua fede e propone la qualità irrinunciabile della vita cristiana. Nell'itinerario non era facile infatti trovare uno spazio logico per i contenuti, dal momento che anche le proposte andavano realizzate “facendo fare esperienza” e all’attenzione verso i contenuti veniva sostituita quella verso gli atteggiamenti.
Progetto e itinerario sono stati pensati, soprattutto in modo teorico, all'interno di un processo ermeneutico. La traduzione dalla teoria alla prassi concreta, a questo proposito, è stata davvero poco facile. Il confronto ermeneutico è diventato, non poche volte, sollecitazione per partire soltanto dal dato di fatto, ridimensionando le esigenze più oggettive, o, al contrario, per riaffermare le esigenze oggettive, soprattutto quelle che riguardano i contenuti, passando un poco sulla testa della realtà.

Ripensare seriamente al progetto

Le difficoltà sono serie e le obiezioni motivate. Certamente non è sufficiente riaffermare l'importanza del lavorare per progetti nell'ambito dell'educazione e dell'educazione alla fede dei giovani.
Quello che abbiamo vissuto, la maturazione acquisita e le critiche avanzate in questi anni ci sollecitano a ripensare con calma al progetto, proprio nel momento in cui ne vogliamo riaffermare tutta l’urgenza.
Ripensare al progetto significa per noi farci attenti ad alcune dimensioni che dovrebbero caratterizzare ogni buon progetto. Le ricordiamo.
Prima di tutto va affermato con forza la funzione strumentale del progetto. Il progetto non è la meta ultima per la cui realizzazione convergono tutte le risorse e sulla cui attuazione vengono attivate le verifiche. Un progetto è sempre e soltanto uno strumento. Se il progetto è buono, cioè è fatto bene ed è gestito in modo intelligente, esso è un strumento buono. Quando il progetto non è fatto bene oppure quando è gestito in modo rigido, non ci permette di arrivare alla meta prevista… anzi ne ostacola seriamente il raggiungimento.
La meta è un'altra: la vita e la speranza dei giovani, la cui realizzazione vogliamo assicurare attraverso un attento processo di collaborazione, tra persone diverse, che riconoscono il dono della reciproca diversità.
Il progetto ha solo una funzione strumentale, perché esiste un riferimento esterno al progetto stesso, che riguarda direttamente le singole persone, al cui servizio il progetto si pone. Il progetto si ridimensiona continuamente sulla misura delle persone concrete… e non viceversa.
Un progetto educativo è prima di tutto un processo capace di inserire i soggetti coinvolti in un orizzonte esistenziale globale, finalizzato a scoprire il senso della propria vita, le ragioni di speranza che la percorrono, le condizioni che rendono possibile tutto questo. I progetti istituzio-nali si collocano, in modo funzionale, all'interno dell'impegno di ogni persona di costruirsi un suo progetto di vita e alla responsabilità che ogni comunità riconosce di avere a questo proposito.
L'affermazione, tradotta in espressioni operative, significa la necessità di riaffermare la centralità del soggetto, del suo progettarsi, della sua esperienza di vita, dentro e, qualche volta, nonostante le strutture in cui egli vive. Quando il progetto dimentica o in qualche modo sfuoca questa sua costitutiva finalizzazione, cessa di essere una funzione educativa e pastorale.
Il progetto ci vuole… ma in questi termini.
Abbiamo ormai acquisito come dato irrinunciabile la consapevolezza che costruire vita e speranza non è mai un'operazione né isolata né risolvibile in termini individualistici: assieme ci aiutiamo a vivere, assieme mettiamo in crisi la speranza, assieme ricostruiamo un futuro di speranza. Il progetto è condizione indispensabile per poter fare tutto questo tra persone che accettano di collaborarne proprio perché mettono in gioco la propria ricchezza esistenziale.
Per queste ragioni, il progetto non è concepito come il denominatore minimo comune che permette la collaborazione tra diversi, ma diventa il riferimento, maturato assieme, verificato continuamente assieme, per poter veramente mettere le proprie risorse al servizio di esigenze più grandi, che giudicano ogni nostra realizzazione.
Un buon progetto inoltre assicura la praticabilità. Senza realismo non ci può essere progetto. Realismo significa capacità di sognare mete di futuro con i piedi ben radicati nel presente, di individuare le risorse che siano veramente disponibili per tutti, di decidere di quali risorse servirsi e quali risorse abbandonare nel concreto del confronto tra la situazione delle singole persone e il futuro verso cui ogni persona è in cammino, per creare le condizioni favore-voli al raggiungimento personale della meta che sta dinanzi al nostro cammino.

Un capitolo nuovo: le strategie

Lo sviluppo dei temi suggeriti va elaborato con una attenzione speciale… per non dimenticare mai il contesto culturale e sociale in cui viviamo. Abbiamo pensato al progetto come esigenza educativa e pastorale lasciandoci provocare anche dai tempi in cui ci siamo messi a pensare. Se i tempi sono cambiati, anche la nostra fiducia nei confronti del progetto e la sua ricomprensione, dovranno tener conto di queste circostanze nuove.
La frammentazione e la complessificazione investe e attraversa soprattutto i giovani più attenti all’oggi e più inseriti nelle sue dinamiche. Scegliere modelli operativi forti e organici (come potrebbero diventare alcuni progetti) può far correre il rischio di reagire a limiti innegabili, at-tivando procedure che taglieranno fuori i più deboli, quelli che di fatto sono maggiormente sensibili alle logiche e alla cultura dominante. Anche questo è un modo di fare discriminazione.
Condividiamo e rilanciamo un'alternativa che ci sembra seria, interessante, capace di riscrivere quello che ci sta a cuore all'interno dell'accoglienza dei modelli culturali attuali. L’alternativa è quella di elaborare prospettive di futuro mediante “strategie” (= indicazioni di priorità e di sequenze), che possono aprire verso operazioni differenziate.
Non stiamo suggerendo una inversione di tendenza, dopo il tempo e la fatica dedicati, in questi anni, a pensare in termini di progetti, di itinerari, di processi ben strutturati.
Tutto questo è urgente: lo era dieci anni fa e continua ad esserlo oggi.
Nel progetto tutto è stabilito in partenza (obiettivo e metodo), con la possibilità di assicurare una buona verifica, misurando l’esito raggiunto su quello che era stato previsto. La categoria dominante è quella della coerenza. Questo va bene ed è prezioso. L'interrogativo dice: è possibile andare oltre?
Nella strategia il già consolidato e le ipotesi di partenza sono considerate preziose… ma non rappresentano il dato sicuro e il riferimento per la coerenza. L’elemento qualificante è offerto dall’attenzione all’oggi e al presente (in chiave educativa… perché non è mai rassegnazione…) e dalla capacità di inventare e di scommettere su direzioni di futuro.
L'invito ad assumere la prospettiva delle strategie suggerisce la scelta di dare una maggiore dinamicità al progetto e soprattutto di individuare gli elementi particolarmente significativi su cui giocare tutte le risorse, per poter assicurare meglio il raggiungimento della meta del progetto e l'utilizzazione intelligente delle risorse.