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Cristiani diversamente |
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Rinaldo Paganelli da Il Regno, 2004, 12, 378 |
L’Europa
è una realtà complessa, ancora profondamente segnata dalle ferite del passato.
Una delle principali sfide per il continente è quella di creare un’identità, che
non può essere solo il risultato di decisioni formali. L’unità politica non è
più associata a un’omogeneità religiosa. La transizione dal modello della
società comunista alla società capitalista per i paesi dell’Est è problematico.
Il problema dei confini storici e culturali richiede un progetto capace di
integrare gli interessi di tutti gli europei.
Diversità, dialogo, verità
È in questo contesto che si è situato il lavoro dell’Équipe
europea dei catecheti, che quest’anno ha celebrato a Budapest, in Ungheria, la
sua sessione biennale, la 25a nei suoi
oltre 50 anni di attività. Si è riflettuto su «Quale annuncio in Europa in un
contesto di dialogo pluralista e plurireligioso». Relazioni, apporti personali,
dibattiti in gruppo e in assemblea si sono ritrovati attorno a tre parole
chiave; diversità, dialogo, verità.1
La diversità rende la vita interiore di ciascuno più
complessa. La diversità è nella vita di ognuno. Per questo occorre imparare a
fermarsi davanti all’altro in quanto tale, e si deve venire a conoscenza con lui
per prendere parte l’uno dell’altro. È importante manifestare un reale interesse
per le convinzioni altrui superando i propri pregiudizi, evitando di cercare
nell’altro degli aspetti già conosciuti, che sarebbero apprezzati per la loro
vicinanza con le nostre convinzioni. Bisogna dissipare l’illusione secondo la
quale sarebbe necessario mettere la propria fede tra parentesi o sospesa per
meglio raggiungere l’altro. Il vero dialogo suppone che non ci si impegni con un
sentimento di superiorità, e suppone una certa uguaglianza tra i partner.
Quantomeno è fondamentale riconoscere che gli altri costituiscono una parte
d’enorme rilievo nel mondo. Noi stessi siamo il prodotto dell’ambiente sociale.
Il nostro atteggiamento nei confronti degli altri dovrebbe esprimersi come
apertura, collaborazione e responsabilità dialogica. In una società in cui tutti
finiamo per diventare inascoltati, il primo atteggiamento di responsabilità e di
dialogo è l’attenzione all’altro, nell’ascolto, come apertura e immedesimazione.
L’Équipe si è interrogata a più riprese sul valore del
dialogo. Si è affermato che non c’è dialogo se si mette tra parentesi la propria
identità; si è denunciato il rischio del relativismo.
Alla luce di una società «plurale», di cui l’uomo
contemporaneo prende atto, e di una situazione culturale segnata dalla
globalizzazione, che invita a trovare nuovi riferimenti per cogliere la verità
nel rispetto della libertà, il dialogo diventa chiave interpretativa. La
dimensione del dialogo è soprattutto un atteggiamento, un principio di
comportamento, che solo rende possibile la comprensione delle altrui logiche, al
di là della propria. La persona è il luogo naturale del dialogo, tuttavia forse
la maggior parte delle relazioni umane non avviene, almeno coscientemente, al
livello personale.
Preparare i cristiani a vivere in un mondo pluralista e
permettere loro di costruire progetti di umanizzazione con altri credenti non è
possibile se non essendo vicini a questi, scoprendo come vivono la loro fede. È
attraverso questa frequentazione che il rispetto, condizione per un dialogo,
nascerà. Si può dire che si è aperti al dialogo e alla tolleranza senza viverlo
in concreto. Il dialogo esiste veramente se ci si parla, entro un pluralismo
effettivo, capace di coniugare le differenze sociali, culturali e religiose.
La questione della verità si pone come problematica
maggiore. La Chiesa ha una verità da portare nel dialogo, ma in questo tempo di
transizione e di confronti si è sollecitati a individuare quale sia la verità
cristiana. Il pluralismo religioso sconcerta, e nella catechesi si è fatta
l’esperienza che un certo tipo di Chiesa genera un certo tipo di parola. Dentro
una Chiesa d’inquadramento e di rapporti di forza si proporranno o peggio
s’imporranno le proprie verità e valori, si pretenderà di essere i detentori di
un’autorità divina per dare respiro a tutti i problemi. In una Chiesa di
dialogo, non si può e non si vuole definire solo e contro il pensiero degli
altri dove è il bene e dove il male, ma si vuole che il messaggio cristiano sia
un aiuto a pensare nel campo delle questioni, nello spazio dei dibattiti. Dar da
pensare è una modalità particolarmente interessante, perché mette il testimone
del Vangelo, l’annunciatore o il teologo, non nella posizione di supremazia nel
dibattito e nemmeno di controllo sulla verità, ma nella posizione di
interlocutore. Offre una proposta seria caratterizzata però dalla leggerezza del
dono.
La domanda iniziale («Quale annuncio in Europa in un
contesto di dialogo pluralista e plurireligioso?») si è così precisata in tutte
le sue forme. Il lavoro di indagine e riflessione ha portato a sottolineare tre
convinzioni.
Identità aperta e narrativa
Non è più possibile oggi proporre un cammino nella fede
cristiana ignorando le altre tradizioni religiose. La convivenza tra fedeli di
religioni diverse invita a volgere uno sguardo critico sul contenuto
nell’annuncio, essa invita a divenire critici nell’espressione della nostra
fede. Il cristianesimo è stato una parte determinante della nostra cultura, ha
contribuito a plasmarla anche nella sua dimensione critica. Sviluppare oggi un
rapporto libero e molteplice con il cristianesimo è il modo per offrire le
migliori possibilità al maggior numero di persone di accedere alla fede, in uno
spirito di creatività che lascia a ciascuno e a ogni epoca la libertà di credere
con le generazioni precedenti, ma non necessariamente come loro. Essere
cristiani apparirà allora, agli occhi della stessa cultura, non come
un’obbedienza ripetitiva e servile a un ordine sacro, ma come l’ingresso libero,
critico, inventivo e responsabile in un’arte di vivere che s’ispira al Vangelo,
a beneficio tanto della vita personale quanto di quella sociale.
Se si vuole affrontare correttamente la questione del
dialogo, dell’identità e della verità cristiana non si deve mai dimenticare la
natura della fede cristiana: essa è originariamente storica e relazionale. La
fede cristiana è un avvenimento iscritto nella storia: l’autocomunicazione di
Dio all’uomo mediante suo Figlio dato per noi. Si tratta dunque di una storia e
di una storia di alleanza, di comunicazione, di relazione. Queste due
caratteristiche fondano l’identità cristiana come identità donata e aperta,
tutto già dato e tutto ancora aperto: essa è una storia di relazione e dunque
una storia aperta, mai terminata.
Identità aperta, dunque, e in secondo luogo identità
dialogale. In effetti il centro della fede cristiana è l’annuncio di un Dio che
in suo Figlio è uscito da se stesso, è divenuto «altro». Ormai grazie alla sua
risurrezione egli è il definitivamente disponibile, aperto a tutti e contro
nessuno. L’identità che nasce della fede in questo Dio non può essere che
dialogale: essa si realizza nella misura in cui si apre, ed è accogliente. Non
esiste come «identità esclusiva», ma come «identità inclusiva»: io sono me
stesso nella misura in cui sono fratello/sorella di tutti, e m’impegno perché
ognuno sia se stesso. È dunque un’identità fraterna perché filiale.
Il massimo della nostra identità coincide con il massimo
della nostra capacità di dialogo, perché il Dio che noi annunciamo è colui che è
entrato in dialogo con la nostra diversità, ed è diventato se stesso divenendo
altro in rapporto a sé. Da questo viene un terza convinzione. Aperta e
dialogale, la nostra identità non può essere che narrativa. La sola possibilità
di annunciare la verità cristiana è di raccontare ciò che noi siamo divenuti per
grazia di Dio. È la testimonianza nel modo dell’autopresentazione, che non è né
«remissione» né «imposizione», ma è semplicemente «proposta». Il cristianesimo
non ha niente di fusionale, ma significa che più mi avvicino a Dio, più divengo
me stesso. Andare verso Dio è andare verso sé stessi. Questo modo di vedere le
cose caratterizza la vita cristiana non come la conformità a un ordine
stabilito, ma come un appello, rivolto a ogni uomo e a ogni donna, alla
creatività. È all’interno di questa concezione e comunicazione della fede che il
dialogo non si riduce a una strategia comunicativa o a una tecnica di annuncio,
ma viene dalla natura dell’uomo, dalla fede cristiana e da Dio stesso.
La passione per l’altro
Sono tre convinzioni fondamentali, concernenti
un’identità aperta, dialogale e narrativa, che impediscono alla fede cristiana
di diventare un’ideologia. Essa resta una «via», una via di vita per sé che
diviene una possibilità di vita per l’altro. Non è che un servizio fraterno per
l’umanizzazione della nostra cultura. Ciò significa che la verità dei discorsi
che facciamo su Dio si misura sui loro effetti umanizzanti. La religione è fatta
per elevare l’uomo, per metterlo in piedi e non in ginocchio.
La questione, così posta, aiuta a promuovere una serie
di orientamenti: educa al discernimento, permette i luoghi di speranza, fa
tesoro della memoria, favorisce l’ascolto, promuove lo stile del raccontarsi. In
sostanza il dialogo che si è chiamati ad adottare è il dialogo che viene da una
maniera «altra» di essere cristiani. Il dibattito ha portato a dire che
l’esigenza del dialogo che viene dalla situazione diversificata e interreligiosa
dell’Europa chiede una maniera differente di autocomprensione della nostra
identità cristiana e più radicalmente una maniera differente di essere
cristiani.
La forte sollecitazione di questo convegno è ad
accettare di entrare e restare in un tempo di destrutturazione e
ristrutturazione che tocca la rappresentazione – e dunque l’esperienza – di ciò
che la Chiesa, ogni Chiesa, ha considerato fino a qui come cristiano. È un
appello al cambiamento, alla ricerca di un’identità che ci precede, un’identità
aperta che Dio ci prepara non malgrado la nostra cultura, ma grazie a essa.
Se si vuole passare il livello strategico del dialogo e accedere a un’etica e una spiritualità cristiana del dialogo, si deve apprendere dentro a questa cultura una maniera inedita di comprenderci e vivere come cristiani. Il dialogo appare, dunque, come la gioia di permettere all’altro di essere altro in rapporto a sé, non semplicemente nel registro della tolleranza, ma della passione per salvaguardare l’altro nella sua specificità e differenza. Questo gusto e questa gioia di proteggere le differenze è forse una nuova maniera di essere cristiano, di testimoniare il Dio di Gesù Cristo e di contribuire a quello che lo Spirito sta per creare nella storia: un mondo di fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre.
1 Il 25 congresso dell’Équipe europea dei catecheti si è tenuto a Budapest (Ungheria) dal 26 al 31 maggio 2004, e ha visto la partecipazione di 80 esperti in rappresentanza di 15 nazioni. Il tema, «Quale annuncio in Europa in un contesto di dialogo pluralista e plurireligioso», è stato attraversato da tre interventi: «L’éducation dans une Europe diversifiée» (Elzbieta Osewska); «La théologie du dialogue» (Mihaly Krànitz); «Quelle catéchèse pour une identité chrétienne ouverte au dialogue?» (Henri Derroitte)