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Il ruolo dei genitori nella educare la fede |
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Luciano Meddi in Settimana, 2004,38,36, 8-9 |
Sono stati molteplici i temi affrontati dal recente seminario sul ruolo dei genitori nella educazione della fede organizzato insieme dalle Commissioni per la dottrina della fede e per la famiglia[1]. Il rinnovato ruolo della famiglia nella iniziazione cristiana (= IC) dei ragazzi rappresenta una via privilegiata per la realizzazione della missione parrocchiale. Per questo la finalità del seminario è stata di fatto l’approfondimento del n. 57 di Comunicare il vangelo in un mondo che cambia (2001) e il n. 7 della nota Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (2004). Tuttavia il seminario si collega anche con il documento L'iniziazione cristiana. 2. Orientamenti per l'iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni (1999) e con il n. 7 della Lettera di riconsegna (1988).[2] Dunque una riflessione che ha radici lontane.
Nella sua introduzione Mons. Lafranconi ha sottolineato come il titolo del convegno sottolinea l’obiettivo della educazione della fede. Questa è impresa che chiama in causa Dio, è frutto della grazia, ma coinvolge anche le comunità cristiane. In tale orizzonte il seminario ha voluto esplorare il rapporto tra catechisti e genitori: due soggetti nell’unica comunità cristiana. Propriamente il soggetto è la comunità. Ciascuno partecipa con la propria specificità. Originaria, quella dei genitori; ministeriale quella dei catechisti che rappresentano il cammino di fede che la comunità propone. Tuttavia ci troviamo in una situazione di richiesta dei sacramenti senza una adesione personale convinta per cui uno degli impegni è proprio quello di rendere consapevoli i genitori della loro richiesta. Insieme. Questa condivisione del cammino è positiva! Significa coinvolgimento nella proposta, essere uniti nella testimonianza e nella preghiera. La stagione che viviamo ci offre possibilità straordinarie, per questo deve prevalere la gratitudine per aver scoperto la fede.
Indicazioni dalle esperienze in atto
Nel suo intervento E. Biemmi ha realizzato una lettura della realtà pastorale a partire dalla interpretazione delle esperienze in atto circa il ruolo della famiglia nella IC.[3]
1. Innanzitutto ha sottolineato la collocazione più ampia di tali esperienze. Le sperimentazioni sono il frutto di una presa di coscienza della chiesa italiana cresciuta proprio negli ultimi anni. Sembra realizzarsi una felice sintonia e convergenza tra tre elementi: il modello di IC, il tema del primo annuncio e della realtà missionaria della parrocchia. Il modello della catechesi come catechismo poteva funzionare perché il modello di IC centrato sui piccoli e finalizzato a dare i sacramenti aveva ragione di essere. Questo modello di inculturazione della fede ha mostrato le crepe perché il presupposto è che la fede sia già in atto. La presa di coscienza è avvenuta con il DB del 1970. Tuttavia non è stato sufficiente modificare la pedagogia catechistica perché va modificato il contesto generale della catechesi. La direzione del rinnovamento sembra essere: lo slancio missionario capace di rinnovare o creare nuovi grembi generativi, lo sviluppo di un impianto di iniziazione capace di recuperare la dimensione iniziatica e centrata sulla proposta di fede.
2. L’obiettivo della riattivazione generativa delle comunità si realizza a tre cerchi: la comunità cristiana. Le nuove sperimentazioni mirano ha rifare il tessuto adulto delle comunità e questo mette in evidenza la necessità della priorità del riportare alla fede gli adulti. Il coinvolgimento dei genitori che viene realizzato in 2 modelli. Catechesi della famiglia con iniziative che chiedono ai genitori di intervenire direttamente nella catechesi dei figli (con un cambio della tradizionale figura del catechismo e dei catechisti). E catechesi alla famiglia che vuole accompagnare la famiglia attraverso cammini paralleli. Il gruppo di accompagnamento catecumenale, cioè l’allargamento della tradizionale e solitaria figura della catechista, che si costituisce come gruppo di operatori e testimoni.
3. Alcune scelte operative si impongono. L’esperienza festiva della domenica, almeno una al mese, va trasformata come esperienza globale di vita comunitaria. Processi di iniziazione slegati dai ritmi e modalità scolastiche. Da una catechesi settimanale a incontri più prolungati e concentrati con la partecipazione di tutta la famiglia; creando momenti intensi di comunicazione, ricerca, liturgia. La celebrazione dei sacramenti sarà differenziata. Dentro l’esperienza si trova il ritmo e il tempo della ricezione sacramentale.
4. Il cambiamento avviene secondo passaggi. Dall’attenzioni ai sacramenti all’attenzione al figlio. Si stabilisce una relazione nuova anche con ministerialità nuove, per prendersi cura del figlio/a. Dal figlio al genitore: per comprendere che devo rivedere la mia fede personale. Forse occorrerà una trattativa fondata sulla libertà di scelta. Una verifica fatta sul campo ha mostrato che occorre avere 4 attenzioni nel coinvolgimento dei genitori. Si accetti la realtà delle famiglie “reali”. Occorre, inoltre, presentare un progetto motivato, un rispetto reale della libertà di decisione, una qualità relazionale precisa. Una necessaria gradualità modellata sulle risorse di fede della gente. Sarà determinante la complementarietà dei soggetti: famiglia, parrocchia, operatori pastorali diversificati. In questa prospettiva il ruolo specifico dei genitori rimane la testimonianza domestica, ma si dovrà sviluppare anche il luogo esplicito della fede.
Le esperienze presentate, quindi, vanno decisamente nella linea di un coinvolgimento dei genitori con lo scopo di rievangelizzarli e di rendere significativo il cammino dei figli. Sono obiettivi forse ancora troppo incerti.
Famiglia risorsa educativa se… in rete
Il prof. A. Castegnaro, dell’Osservatorio socio-religioso del Triveneto, si è soffermato sull’analisi del contesto sociale della famiglia italiana attuale. L’interrogativo di fondo è stato: può la famiglia rispondere alle attese di formazione religiosa/cristiana necessaria alla chiesa per continuare la trasmissione della fede? La famiglia sebbene abbia una titolarità originaria nella responsabilità educativa (e nella iniziazione cristiana), tuttavia di fatto appare uno dei punti critici per cui si deve verificare le condizioni di tale importante ruolo.
Aspetti della condizione della famiglia. Le famiglie concrete. Nell’attuale contesto sociale la situazione della famiglia può essere letta in diversi modi. Nell’immaginario collettivo esistono due rappresentazioni della famiglia. Negativa l’attuale e positiva quella del passato. Forse quest’ultima rappresentazione risente di una sorta di “nostalgia occidentale” (W. Goode) che fa apparire la famiglia di una volta come capace di sostenere tutti i ruoli sociali. La famiglia contemporanea confrontata con essa appare inevitabilmente negativa. Con questo schema la maggior parte dei mali sono attribuiti alla famiglia per cui nell’immaginario collettivo, guarita questa, si troveranno le soluzioni di tutti i problemi sociali ed ecclesiali. Il fatto che la famiglia dia l’origine della vita, tuttavia, non significa che sia all’origine di tutto. Essa è produttrice di socialità ma ne è anche il prodotto.
Tenendo questo principio metodologico di “socialità” e superando le due rappresentazioni entrambe idealizzate si approda ad una visione realistica. Alcuni tratti ne possono descrivere il volto. La famiglia permane come valore culturale. Anche perchè i figli e il loro successo, sono in cima alla preoccupazione delle famiglie. Avanza l’idea di famiglia per scelta, non solo nella fase iniziale della costituzione del nucleo familiare, ma anche più volte nel corso dell’esistenza. Il fenomeno delle separazioni, che coinvolge in media coppie con una vita matrimoniale di 12-13 anni, coinvolge una coppia su quattro. Questo coinvolge la IC che risente di tale situazione disgregatrice. Famiglie sovraccaricate di compiti. La crescita dell’impegno lavorativo extrafamiliare delle donne, il ritardo nella decisione e la ridefinizione dei ruoli fanno sì che in una data età si concentrano molteplici compiti da assolvere in un tempo più breve rispetto al passato con la conseguenza che il modello di organizzazione della vita familiare appare eccezionalmente stressato soprattutto nella vita di mezzo con ricadute prevedibili sull’elemento educativo verso i figli. Come se si fosse costretti a tagliare nella responsabilità verso i figli. Tale riassetto dei ruoli sembra che nel futuro sarà addirittura accentuato.
Famiglia e compito educativo. I dati non confermano l’impressione di una famiglia poco attenta ai figli. Tanto meno se la critica chiama in causa il lavoro delle donne. Le donne “occupate” raccontano ai figli più delle casalinghe! È invece confermato dai dati come si indebolisca la competenza educativa dei genitori. Inoltre occorre segnalare il dislivello tra la preoccupazione verso i piccoli, che è molto sviluppato, è il relativo interesse che sorge con l’avvento della preadolescenza e adolescenza. Forse si può spiegare il cattivo rapporto tra adolescenti e adulti proprio come esigenza di rigetto, come un rifiuto dell’eccessiva attesa degli adulti sperimentata nell’età infantile. Questa situazione riguarda tutte le strutture e agenzie educative anche l’istituzione chiesa (tranne quelle sportive). Le famiglie, per quanto dotate di risorse, non riescono a supplire i limiti della comunità (sociale) educante! Si dovrebbe superare la fase della reciproca colpevolizzazione e andare verso la scelta di porsi in rete.
L’educazione cristiana. La scelta di chiedere i sacramenti presenta motivazioni diverse. Una recente inchiesta sottolinea che la richiesta viene sempre più motivata con l’idea della necessità e l’importanza della religione per la crescita umana. Ma si concorda nell’interpretare che tale “scelta” non va intesa come frutto maturo di un cammino decisionale. Forse ha più un valore tradizionale. Dietro questa verbalizzazione si trova spesso, l’idea di affidare alcuni settori di formazione (come quello morale) alla chiesa perché sarebbe una istituzione più capace di successo. Inoltre la formazione religiosa dei figli è desiderata perché procura ai genitori un senso di sicurezza. Se, dunque, permane la situazione si socializzazione religiosa generalizzata ma diminuisce il potenziale formativo e la qualità motivazionale da parte della famiglia, come reagiranno queste ultime alla proposta di un maggiore coinvolgimento tendente a superare il tradizionale atteggiamento di delega?
Modelli di comunicazione religiosa. Come comunicano i genitori il mondo religioso? La comunicazione è un femminile differenziato. Le famiglie, come campione di analisi, non sono omogenee al loro interno. La tradizionale analisi condotta attraverso l’indicatore della pratica religiosa non è sufficiente. Che indicazione trarre, ad esempio, dal sottogruppo dei genitori con pratica saltuaria? Cosa trasmettono con il loro comportamento? Come influenza la scelta dei figli? Sappiamo che tra i praticanti (ca. 30 %) frequenta più la madre che il padre. Una analisi in profondità e incrociata dei dati delle ricerche mostra che la quota della pratica comune tra i genitori è fortemente ridotta. L’incrocio tra le due figure genitoriali in rapporto alla loro pratica religiosa crea una pluralità notevolissima di modelli e di situazioni di “testimonianza” religiosa tale che è impossibile trattare pastoralmente il “soggetto” famiglia come se fosse una realtà unitaria. Allo stesso modo essa è percepita dal mondo dei ragazzi. In buona sostanza occorre avere una visione plurale della situazione della famiglia rispetto al compito educativo soprattutto quando si pensa una programmazione pastorale. La situazione dei ragazzi è ben espressa con la figura della “dissonanza cognitiva”. Questo provoca un disturbo comunicativo. Quasi il 50% si trova nella situazione di avere messaggi espliciti che invitano alla formazione religiosa, e impliciti che ne negano il valore personale e reale. Tuttavia, in questa analisi non possiamo basarci solo sulla pratica religiosa. Si scopre così che una pratica dei genitori possa non influire positivamente sulla decisione religiosa dei figli e viceversa. In effetti non conosciamo ancora in modo definito il rapporto tra modelli comunicativi religiosi della famiglia e decisione dei ragazzi.
Tra le conclusioni segnalate dal prof. Castegnaro sottolineo innanzitutto la inevitabilità del coinvolgimento familiare per ogni processo formativo ma al tempo stesso l’affermazione ribadita più volte che esse da sole non bastano perché sono parte di un “sistema” sociale. Proprio il recupero del concetto di sistema e di rete può aiutare anche lo svolgimento corretto del ruolo dei genitori. In secondo luogo la presa d’atto che famiglia è un “genere plurale” per cui l’aziona pastorale non potrà essere una semplice attivazione di una funzione assopita, ma una diversificazione di proposte. In qualche modo, terza conclusione, si rinnova l’appello a non incentrare la maggior parte delle forze pastorali sulla realtà dei piccoli, ma di spostare l’equilibrio sulla rievangelizzazione degli adulti in quanto adulti.
Fondamenti per una rinnovata azione pastorale
Il tema della relazione di Mons. Ghidelli si collega ed approfondisce direttamente i contenuti del n. 7 della nota sulla Parrocchia Missionaria dove si parla proprio di maternità della chiesa. Nel progetto di Dio la famiglia appare realtà originaria mentre la chiesa è figura storicamente circoscritta. I rapporti che si stabiliscono, nella città degli uomini, tra le due realtà vanno ulteriormente approfonditi. La chiesa ha molto da offrire alla famiglia, ma anche molto da ricevere.
Alcune immagini bibliche aiutano a comprendere questo tema. Il salmo 127 ricorda che la prima benedizione divina è per la famiglia perché continua l’azione creatrice di Dio. Non si può pensare l’azione di Gesù e della chiesa senza il riferimento alla famiglia. Gesù inizia la storia della chiesa dando valore sacramentale all’unione sponsale mostrando il collegamento intenso tra piano della creazione e della redenzione. Atti 18 (Aquila e Priscilla) mette in luce il rapporto stretto tra Paolo e i due coniugi. Un rapporto per l’evangelizzazione e la missionarietà in senso stretto. Nell’unico servizio alla parola essi mostrano due modalità carismatiche e spirituali differenti. Nell’ampia numerazione delle persone collaboratrici ricordate in Romani 16, Paolo sottolinea ugualmente la ministerialità “apostolica” di laici e coppie. All’inizio della predicazione della chiesa i soggetti missionari sono dunque molteplici. Dobbiamo inoltre ricordare il carattere “familiare” della identità della chiesa pre-costantiniana. Si può, quindi, facilmente sostenere la titolarità della famiglia come soggetto pastorale.
Chiesa madre. Il termine “madre” (e le sue attività) nella Bibbia sono espressione di molti aspetti della figura e della fede in Dio. La generatività della chiesa, in collegamento con l’immagine di famiglia, descrive bene l’agire e l’essere della chiesa che è “famiglia di famiglie”. In questo modo la famiglia, chiesa domestica, va giustamente riconosciuta nel suo ruolo pastorale. La chiesa è a servizio del compito proprio della famiglia. Queste considerazioni portano allo sviluppo di tre atteggiamenti da assumere da parte della catechesi per vivere in pienezza il suo mandato. La chiesa deve ascoltare, valorizzare, nutrire la famiglia. Ascoltare è l’inizio dell’amore e della fede, è apertura alla comunicazione e alla comunione interpersonale. La chiesa realizza un ascolto “critico” perchè la cultura moderna ha inserito nella famiglia mentalità errate. Ma soprattutto la chiesa deve ascoltare le grida e le lacerazioni delle famiglie contemporanee. Valorizzare la famiglia. Occorre prendere atto del valore sacramentale del matrimonio. Da qui individuare tutte le potenzialità evangelizzatrici proprie della famiglia. Che sarà compito della pastorale rendere di nuovo attive. Anche attraverso la sollecitazioni della sua propria responsabilità, anche attraverso la fine del regime di sostituzione. Ma soprattutto nella individuazione delle (nuove) ministerialità proprie della famiglia. Nutre. La chiesa nutre con un “cibo” che non è suo. Invita all’unica mensa del pane e della parola (DV). Donando se stessa la chiesa “testimonia” e comunica l’oggettivo della fede. Un nutrimento particolare sarà lo sviluppo della spiritualità familiare.
Il contributo di mons. Ghidelli al Seminario va dunque nella direzione della riaffermazione della “dignità” propria della famiglia nell’opera missionaria della chiesa. Non solo destinataria di pastorale, ma anche soggetto. Inoltre sottolinea alcune condizioni di “reciprocità” perché questo obiettivo avvenga.
Il frutto dei lavori di gruppo sono stati presentati in assemblea da p. Matteo Giuliani. Egli ha colto dai partecipanti 3 indicazioni. Il rapporto catechesi e famiglia ha bisogno di alcune scelte pastorali di fondo nel segno della costruzione di comunità adulte, di atteggiamenti concreti di missionarietà e nella promozione decisa dei nuovi ministeri. Più in argomento, l’assemblea ha indicato la via del mutuo riconoscimento e sostegno tra comunità e famiglia e soprattutto la abilitazione della famiglia al suo ruolo di educatrice della fede. Un obiettivo che si realizza attraverso passi progressivi tesi ad eliminare le barriere esistenti e ad evangelizzare il ruolo della famiglia. A conclusione Mons. Lambiasi ha opportunamente indicato 4 opzioni fondamentali (ma anche chiavi di lettura) per innervare il rapporto catechesi famiglia. L’atteggiamento di “compassione” teso a vedere la famiglia innanzitutto come compito di annuncio liberante offerto dalla comunità. Da questo consegue la scelta di conversione missionaria tesa a verificare innanzitutto se le comunità fanno tutto per far diventare credenti i battezzati. Strategica è l’affermazione che non si può strumentalizzare psicologicamente la richiesta di sacramenti per non incappare in un atteggiamento di chiesa madre-matrigna. Non precettazione ma offerta di possibilità di crescita. Infine la logica del massimo dell’ideale e garanzia per un minimo possibile per tutti attraverso l’intuizione di lavorare per la realizzazione di “un patto educativo” tra comunità cristiana e genitori.
Acquisizioni e interrogativi aperti
Un rapido accenno di valutazione. Il seminario ha chiaramente espresso la percezione che il tema ha una sua indubbia importanza. Non è stata messa in discussione la liceità o l’opportunità dell’argomento. Indubbia è infatti la teologicità del rapporto catechesi e famiglia, come pure la necessità pastorale. Permane invece, a mio avviso, molto forte l’incertezza circa gli obiettivi da affidare a tale conversione pastorale. Se il coinvolgimento dei genitori sia strategicamente prioritario in vista della nuova evangelizzazione oppure non si debba mettere priorità sulla “catechesi degli adulti” nelle sue variegate forme. Se il tema riguardi propriamente (in rapporto alla educazione della fede!) la famiglia, o la coppia, o il singolo adulto credente. Quale sia l’esatto svolgimento della circolarità: comunità-coinvolgimento dei genitori-comunità (risultano poco chiari gli sbocchi del cammino e il ruolo dei gruppi di accompagnamento). Molta incertezza inoltre sui compiti da affidare, esattamente, alla famiglia: non si è affrontata per nulla la discussione: catechesi familiare come azione ministeriale (senso stretto) o come contributo necessario alla ministerialità specifica della comunità (senso largo). Soprattutto perché si tratta di iniziazione cristiana dei ragazzi. Maggiore consenso si è inteso tra i partecipanti in ordine alla modalità organizzativa. Molti hanno sottolineato l’esigenza di relazione, comunicazione profonda e grande stile di accoglienza. E tuttavia poco si è chiarito circa i luoghi, gli obiettivi e il ruolo dei formatori in tale prospettiva. Un seminario, dunque, che ha reso manifesta esattamente la situazione pastorale esistente circa il coinvolgimento della famiglia: grandi attese, poche esperienze davvero specifiche, pochissima interazione tra riflessione degli esperti e realizzazione pastorale.
[1] Commissione Episcopale per la Dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi-Commissione Episcopale per la famiglia e la vita, Catechisti e genitori: insieme per educare la fede, Roma 1-2 ottobre 2004. Il seminario di studio, presieduto da entrambi i presidenti di commissione, Mons. F. Lambiasi e D. Lafranconi, e moderato dai due direttori W. Ruspi (catechesi) e S. Nicolli (famiglia), si è sviluppato attorno a tre relazioni e vari momenti di confronto e approfondimento di gruppo. E. Biemmi ha svolto la relazione: “Le sfide dell’iniziare oggi”, il prof. A. Castegnaro “Risorse e limiti della famiglia in ordine all’educazione di fanciulli e ragazzi”, Mons. C. Ghidelli ha svolto il tema “Una Chiesa, grembo educante alla fede, che ascolta, valorizza e nutre la famiglia”.
[2] Si collega anche al precedente seminario della Conferenza Episcopale Italiana - Commissione Episcopale per la dottrina Della fede, l'Annuncio e la Catechesi in collaborazione con la Commissione Episcopale per la Liturgia, La prassi ordinaria di iniziazione cristiana: nodi problematici e ricerca di nuove vie. Seminario, Roma 2002, 10-12 aprile, cf Atti in Quaderni della Segreteria Generale CEI, 2002.
[3] Si è riferito alla raccolte di esperienze curate dall’UCN; cf. Biemmi E., Analisi critica di alcune esperienze in atto, in La prassi…, 65-78.