Evangelizzare si deve, ma si può?

Francesco Lambiasi

Introduzione al Seminario sul "Primo Annuncio"
Roma, 12 marzo 2003


Evangelizzare si deve, ma si può? Riprendere coscienza di questo "dovere" per configurare forme, linguaggi, metodi e modalità del "potere" evangelizzare, o, se si vuole, passare dal perché al come evangelizzare è l'obiettivo prioritario di questo nostro Seminario.

1. Per centrare questo obiettivo, la prima cosa da fare è chiarire cosa si intende per "primo annuncio". Il termine va compreso in rapporto agli altri due: evangelizzazione (nuova) e catechesi.

"Nuova evangelizzazione", lanciata dal Papa, è ormai espressione inflazionata e subisce una notevole oscillazione semantica, anche nei documenti: arriva a connotare tutta l'azione pastorale della Chiesa, dall'inizio della fede alla sua maturazione e testimonianza. Ma nel "Documento-Base" evangelizzazione è presa in senso più ristretto: al n. 25 si legge testualmente che "l'evangelizzazione propriamente detta è il primo annuncio della salvezza a chi, per ragioni varie, non ne è a conoscenza o ancora non crede", ma si aggiunge subito che questa azione della Chiesa vòlta a suscitare la fede, è necessaria e insostituibile anche per "ridestarla in coloro nei quali è spenta, rinvigorirla in coloro che vivono nell'indifferenza, farla scoprire con impegno personale alle nuove generazioni e continuamente rinnovarla in quelli che la professano senza sufficiente convinzione o la espongono a grave pericolo". Inoltre, nel ribadire che l'evangelizzazione è necessaria anche nei confronti dei "cristiani ferventi", si esplicita il senso del "primo annuncio" come "l'annuncio dei fatti fondamentali della salvezza (per) conoscerne il senso radicale, che è la 'lieta novella” dell'amore di Dio

Questo primo annuncio è chiamato dal DB anche "annuncio fondamentale" (n. 30), ma è distinto dalla catechesi che è "esplicazione sempre più sistematica della prima evangelizzazione, educazione di coloro che si dispongono a ricevere il battesimo o a ratificarne gli impegni, iniziazione alla vita della chiesa e alla concreta testimonianza della carità" (ivi). Se quindi l'obiettivo specifico dell'evangelizzazione è la nascita della fede, lo scopo proprio della catechesi è lo sviluppo o "maturazion&' della fede "attraverso la presentazione sempre più completa di ciò che Cristo ha detto, ha fatto e ha comandato di fare" (ivi).

Il primo annuncio, cosi inteso, ha un legame stretto con il cammino di iniziazione cristiana. Infatti il primo annuncio avvia la fede, ma non è sufficiente per condurla a maturazione.

2. Evangelizzare si deve.

L'evangelizzazione è la missione permanente della Chiesa: è la sua grazia e, prima di essere la sua attività specifica, è la sua più vera e intima identità. La chiesa è l'evangelizzazione: se per assurdo la Chiesa smettesse di evangelizzare, cesserebbe all'istante di essere la memoria e l'attesa di Gesù Cristo, cioè cesserebbe all'istante di essere Chiesa. L'evangelizzazione è il servizio che essa deve al mondo, o meglio è il servizio che la Chiesa rende al Cristo di ieri, di oggi, di sempre perché salvi questo mondo e sia il Cristo di oggi.

Non si può quindi distinguere tra cura pastorale ed evangelizzazione, pensando che la cura pastorale riguardi le comunità cristiane già formate e l'evangelizzazione si riferisca alle comunità da costituire (la implantatio Ecclesiae). In effetti per secoli si è pensato così: 5. Tomaso d'Aquino, commentando Mt 24,14, si meravigliava come mai il mondo fosse stato già evangelizzato, ma ancora non veniva la fine (STh 1-2 q.106 a.4).

Dopo il Vaticano Il l'evangelizzazione è ridiventata "la" missione della Chiesa e questa missione è rimasta ormai "la" possibilità di salvezza per nostro vecchio mondo:

Se l'Europa tutta, tutta l'Europa non viene nuovamente evangelizzata, se non riascolta l'Annuncio, èperduta. Noi tutti siamo perduti - scriveva M Cacciari su l'Unita del 27febbraio 1991 - Ecco l'angoscia del pontefice, che scopre il mondo andare m direzione opposta. Solo un'altra evangelizzazione potrà salvarci. Qualsiasi tentazione di ripercorrere le tradizionali politiche è strumentale e miserevole. Solo un Europa veramente cristiana potrà salvarsi.

Dunque bisogna ancora "ripartire da Gesù Cristo". ma se il mondo è cambiato, non si tratta di annunciare un vangelo diverso, ma di annunciare diversamente il vangelo. Per far capire questa diversità, provo a rileggere come la modernità si è posta di fronte a Gesù Cristo.

La contestazione illuminista del cristianesimo, tentò di ridurre la fede entro i confini della "pura ragione". I padri del secolo dei lumi (Kant, Lessing, Reimarus ecc.) non eliminarono Gesù, anzi esaltarono il suo insegnamento, ma spogliarono la vicenda storica del Nazareno di qualsiasi capacità universale di salvezza. Dissero: non c'interessa la persona di Gesù (quella ormai appartiene al passato: tra lui e noi è posto un "maledetto largo fossato"); tutt'al più ci interessa il suo ideale, il suo pensiero, il suo messaggio morale. Così si diceva di salvare la predicazione di Gesù, ma si toglieva credito alla sua persona.

In sostanza l'Illuminismo chiedeva alla fede cristiana di trasformarsi in filosofia di vita. Ma così interpretato "il destino del Gesù di Nazareth non è molto diverso da quello che è spettato a Socrate e a tanti grandi campioni del passato: l'uomo contemporaneo può anche commuoversi davanti all'eroismo di queste esistenze consumate per la verità, ma ciò che rimane di loro è solo una dottrina e il ricordo di una dedizione estrema vissuta per gli altri. Per dirla in termini ancora più sommari, l'Illuminismo chiede di soffocare, all'interno del cristianesimo, il flioco della comunione" (G. Cazzulani, Giovanni Moioli: Gesù di Nazareth, il cristianesimo e la storia, Milano '02, 28).

Ma una fede che indossa i panni di un'anonima saggezza è ancora fede in Gesù Cristo? Un cristianesimo senza Cristo è ancora cristianesimo? La risposta non può che essere negativa: il cristianesimo non è una filosofia, è un'alleanza; non è un ideale astratto, ma una comunione; non e un'ideologia, è una storia, anzi una persona.

La riduzione che oggi attenta al cuore del messaggio cristiano porta il nome di relativismo. Bene o male l'Illuminismo aveva cercato di salvare un principio oggettivo nell'interpretazione del fatto cristiano: la ragione, anche se di fatto il presunto Gesù storico da esso contrabbandato come autentico rassomigliava tanto - secondo la spietata critica di A. Schweitzer - all'autore che lo aveva "prodotto". La versione individualista del fatto cristiano - oggi prevalente - interpreta il cristianesimo entro i confini della "pura esperienza soggettiva" e riduce la fede ad emozione.

Un'osservazione a margine. Il quadro tracciato può sembrare che pecchi per eccesso di pessimismo; in verità non è tutto nero nel nostro mondo che cambia; ci sono aspetti positivi, esigenze autentiche, domande profonde che, se tenute presenti, possono aiutare a calibrare il linguaggio dell'evangelizzazione senza né adulterare né impoverire il messaggio evangelico. Non èforse vero che nel desiderio di vivere la fede cristiana come esperienza si può leggere l'esigenza di non relegare l'atto di fede alla sola facoltà dell'intelletto? Certo, la fede ha una sua imprescindibile esigenza di credibilità (fides quaerens intellectum), ma essa non si può circoscrivere nella "corteccia cerebrale". E se oggi il pendolo sembra oscillare nuovamente verso l'irrazionalismo, non si supera questo pericolo scavalcando l'irrinunciabile domanda che la fede stessa postula, e cioè quella della personalizzazione dell'adesione a Cristo: "io credo".

3. Evangelizzare si deve, ma si può?

Gli Orientamenti pastorali per il decennio in corso chiedono un convinto e coraggioso rinnovamento pastorale, e in particolare domandano "un'attenzione ai battezzati che vivono un fragile rapporto con la Chiesa e un impegno di primo annuncio, su cui innestare un vero e proprio itinerario di iniziazione o di ripresa della loro vita cristiana" (CVMC 57) e poco più sotto ribadiscono che questo impegno di "prima evangelizzazione" è richiesto nei confronti degli stessi fanciulli battezzati. E si abbozza anche il contenuto del primo annuncio: "E' importante che venga annunciato loro il vangelo della vita buona, bella e beata che i cristiani possono vivere sulle tracce del signore Gesù".

Tocca quindi al nostro Seminario chiarire il senso del primo annuncio, il suo contenuto, il suo stile, i suoi destinatari. Ci si chiede anche di impostare "un lavoro di primo annuncio" (cfr anche ivi, Appendice n. 5 g).

Dei vari nodi che in questi giorni siamo chiamati a sciogliere, vorrei indicarne tre.

Il primo è il rapporto tra pastorale cosiddetta "ordinaria" e pastorale di primo annuncio Se è vero che la parrocchia rimane centrale, se alla parrocchia si richiede non l'estinzione, ma la "conversione" in senso missionario, ci si deve allora coerentemente domandare: quali sono le condizioni di possibilità perché la comunità parrocchiale svolga effettivamente una pastorale di primo annuncio?

Un secondo nodo va individuato nel rapporto pastori-laici. Perché si effettui una decisa e innovativa conversione della pastorale", è necessario che i pastori ridiventino innanzitutto.. pescatori di uomini, ma è anche indispensabile che "i laici siano disposti ad assumersi dei ministeri con fisionomia missionaria in tutti i campi della pastorale" (CVMC 62). Concretamente questo significa rivedere la formazione dei pastori e dei fedeli laici; significa anche reimpostare il rapporto tra pastorale ordinaria e "pastorale d'ambiente" (cfr. ivi 61); inoltre occorre rimettere a punto il rapporto tra parrocchia e movimenti.

Il nodo terzo nodo è di tipo più operativo: oltre a indicare i punti di non-ritorno della nostra riflessione sul tema e a fissare i criteri orientativi per continuare la ricerca, sarà utile interrogarsi sulle scelte concrete da operare perché si possano attivare dei percorsi effettivi di primo annuncio.