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La prassi ordinaria di iniziazione cristiana |
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Francesco Lambiasi introduzione al seminario |
Una situazione da discernere
L’iniziazione cristiana è la grazia più grande ed insieme la missione
fondamentale e prioritaria che la Chiesa ha ricevuto in dono dal suo Signore. La
Chiesa infatti è nata dal Cristo crocifisso e risorto come vergine nella fede e
viene resa madre dallo Spirito per generare nuovi figli a Dio Padre: c'è un
servizio più delicato e impegnativo del compito di liberare gli uomini dal
potere delle tenebre, renderli "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4),
confermarli nella verità del vangelo e consacrarli profeti, sacerdoti e re, in
modo che siano chiamati giustamente "cristi" e vengano formati fino a
raggiungere "la piena maturità di Cristo" (Ef 4,13)? "Qui nasce per il cielo un
popolo di alto lignaggio - si legge sull'architrave del battistero di san
Giovanni in Laterano - lo Spirito gli dà vita nelle acque feconde (...) Nelle
acque la madre Chiesa genera con verginale fecondità / coloro che mette al mondo
in virtù dello Spirito".
L iniziazione cristiana non si può ridurre perciò ad uno dei tanti settori della
pastorale: ne è piuttosto lo snodo decisivo, la sintesi più ricca e
significativa ed insieme il modello ispiratore e paradigmatico. In quanto
inserimento sacramentale ed esistenziale nella vita di Cristo e della Chiesa,
l’iniziazione cristiana è in fatti l’apprendistato previo e l’allenamento
propedeutico che determina tutto il seguito dell'itinerario cristiano; è un
processo globale che non fa l'assemblaggio di vari "pezzi", ma intreccia in
sinergia tra loro esperienze molteplici e coinvolgenti: annuncio e
testimonianza, liturgia e mistagogia, comunione e missione, preghiera e
servizio; è il dinamismo missionario effettivamente capace di operare quella
"conversione pastorale" che permette di costruire comunità cristiane vive,
feconde ed "estroverse" (Comunicare il vangelo in un mondo che cambia - CVMC -
59; 46). Infatti se la Chiesa esiste per evangelizzare, una comunità senza
catecumenato rischia di essere priva non solo di un'attività importante, ma
della sua funzione, del suo scopo.
Di fatto oggi lo scarto tra queste mete ideali, le risorse impiegate (oltre il
90% dei catechisti) e, dall'altra parte, i risultati conseguiti sembra farsi
sempre più grande. "Cristiani non si nasce, si diventa", affermava Tertulliano,
ma oggi ci si deve domandare se per caso non capiti di nascere cristiani e di
non diventarlo mai. E così non solo accade che la cresima, più che il sacramento
dell'invio, si riduca per molti a sacramento dell'addio, ma va diffondendosi il
fenomeno della “iniziazione dimezzata” o “interrotta” perché un numero crescente
di fanciulli la sospende e abbandona - subito [dopo] la Messa di prima comunione
- se non la fede, certo la vita della Chiesa o addirittura non riceve nessuna
catechesi negli anni dell'infanzia e della fanciullezza. Va così aumentando in
modo preoccupante il numero dei battezzati non evangelizzati, mentre diminuisce
la domanda e la celebrazione del battesimo per i bambini nei primi due anni di
vita.
A fronte di questo scenario si devono registrare tre situazioni particolari che
comportano altrettante preziose possibilità e sfide impegnative: quella di
fanciulli e ragazzi, dai 7 ai 14 anni, che chiedono i sacramenti
dell'iniziazione cristiana; quella di adulti che domandano di essere iniziati al
mistero di Cristo e alla vita della Chiesa; quella di coloro che desiderano
risvegliare la loro fede in Cristo, dopo aver ricevuto il battesimo, non essendo
mai stati veramente evangelizzati.
In questo contesto il nostro seminario intende affrontare il tema della prassi
ordinaria di iniziazione cristiana per individuarne i nodi problematici e per
cercare nuove vie. Appare evidente che la sfida legata a questo problema è
urgente e coraggiosa.
E' prima di tutto un compito urgente. I vescovi, e con loro quanti sono
direttamente impegnati nel compito difficile dell'iniziazione cristiana
(catechisti, parroci, direttori degli UCD, sentono che non è più possibile
continuare la prassi ordinaria di iniziazione cristiana nei termini con i quali
è stata ereditata e continua a essere applicata nella quasi totalità delle
parrocchie italiane e più largamente nelle chiese di tradizione cattolica. Il
sistema di iniziazione tradizionale mostra inesorabilmente la sua insufficienza
rispetto al compito di iniziare alla fede le nuove generazioni, al punto da
ridursi spesso a un processo di "conclusione" della vita cristiana.
E' poi, all'evidenza, una sfida coraggiosa. Essa infatti individua il motivo di
crisi non in un aspetto o l'altro del modello, ma nel modello stesso e nel suo
rapporto inadeguato con la cultura attuale. Si tratta quindi non di ritoccare o
di migliorare il modello, ma di ripensarlo con fedeltà e sapiente creatività.
Accettando di affrontare questa riflessione noi facciamo nostro l'invito dei
vescovi negli Orientamenti pastorali per l'attuale decennio, invito che risuona
così formulato: «La comunità cristiana dev'essere sempre pronta a offrire
itinerari di iniziazione e di catecumenato vero e proprio. Nuovi percorsi sono
richiesti infatti dalla presenza non più rara di adulti che chiedono il
battesimo, di «cristiani della soglia» a cui occorre offrire particolare
attenzione, di persone che hanno bisogno di cammini per «ricominciare». La
nostra «conversione pastorale» è, in qualche misura, già in atto ed è
sollecitata dai cambiamenti nella società e di fronte alla fede. Ci è richiesta
intelligenza, creatività, coraggio». (CVMC 59).
Un modello da ripensare
La necessità di ripensare il modello di iniziazione cristiana è oggi largamente
condivisa ed è stata recepita dagli stessi Orientamenti (n. 57).
Nella storia della Chiesa noi possiamo riconoscere quattro grandi modelli di
iniziazione.
Nella Chiesa delle origini (cfr At 2,38-42) l'aggregazione dei neofiti si
sviluppa secondo questa dinamica: ascolto di un "insegnamento iniziale su
Cristo" (Eb 6,1), conversione al vangelo, battesimo e dono dello Spirito,
partecipazione all'eucaristia e alla vita comunitaria, accompagnata da un
insegnamento "più completo" (Eb 6,1), quasi il "nutrimento solido" (1Cor 3,2)
che si prende dopo il latte dei bambini.
Il modello del catecumenato antico ha avuto come caratteristica di fondo
l'esigenza di conversione di soggetti appartenenti a un contesto pagano e veniva
scandito da quattro grandi tappe: il pre-catecumenato, il catecumenato vero e
proprio (suddiviso a sua volta in alcune tappe), la celebrazione dei sacramenti
e la mistagogia.
Il modello di socializzazione medioevale, proprio di una società nella quale
"non si poteva non essere cristiani", era centrato sull'assimilazione del
vissuto cristiano tramite l'appartenenza a una società e a una famiglia
costruita secondo connotazioni religiose e tramite la partecipazione alla vita
ritmata dalle celebrazioni comunitarie.
Il modello tridentino ha fatto dell'istituzione del catechismo l'asse portante
del processo di iniziazione, in una società nella quale si nasce cristiani e
bisogna imparare ciò in cui si crede e applicarlo nella propria vita. Questo
modello era connotato da precise caratteristiche: una classe di catechismo, un
maestro (il catechista), un libro (il catechismo), un metodo: domanda e
risposta. Nei contenuti, il sistema del catechismo era centrato sui quattro
pilastri fondamentali, che costituivano anche le quattro parti dei catechismi:
quello che bisogna credere (il credo), quello che bisogna ricevere (i
sacramenti), quello che bisogna fare (i comandamenti), quello che bisogna
domandare (il Pater e le altre preghiere). Questo processo catechistico mirava
alla ricezione dei sacramenti e poteva dirsi concluso con il conferimento della
cresima. Si tratta di un modello di catechesi e di iniziazione adatto a una
società di cristianità, nella quale il contesto familiare e sociale formava le
persone alla fede per "impregnazione". L'atto propriamente catechistico era
preceduto, sorretto e completato da questo humus cristiano. Prima si viveva e si
celebrava, poi si imparava.
Il movimento catechistico italiano, dal Documento-Base (1970) in poi, ha
affrontato un sostanziale rinnovamento della catechesi, riassumibile nel
passaggio dal catechismo della dottrina cristiana alla catechesi per la vita
cristiana. Il rinnovamento ha riguardato i contenuti, l'attenzione ai soggetti,
le attenzioni metodologiche e pedagogiche. Oggi la comunità cristiana dispon,.
tramite i catechismi per la vita cristiana delle differenti fasce di età, di un
patrimonio ricco e prezioso per pensare ed attuare itinerari di vita cristiana.
E' però urgente rendersi conto che l'attuale divario culturale rispetto a una
società di cristianità si è fatto ancora più largo. Il contesto in cui viviamo
non porta gli uomini alla fede nè li sostiene nel loro cammino. Sempre più
spesso negli stessi fanciulli battezzati non si può presupporre quasi nulla
riguardo alla educazione cristiana nelle famiglie di provenienza (cfr CVMC 57).
Ormai è da assumere con coraggio la consapevolezza che la missione nasce dove
c'è una distanza tra il vangelo e la vita della gente: dunque non solo nelle
cosiddette "terre di missione" (ad gentes), ma anche alla nostre zone sempre più
abitate dall'indifferenza religiosa e da situazioni di abbandono o di rifiuto
della fede. La catechesi quindi da sola non basta, anzi inevitabilmente rischia
il corto circuito, perchè ha a che fare con soggetti ai quali parla di realtà
che non vivono né celebrano. Non si può caricare sulla catechesi tutto l'onere
dell'evangelizzazione e dell'iniziazione cristiana.
Occorre quindi proseguire il cammino di "rinnovamento della catechesi" passando
decisamente ora dalla catechesi al processo globale di iniziazione, di cui la
catechesi è solamente un aspetto. Occorre ripensare il modello di iniziazione,
recuperando il compito della comunità cristiana nel suo insieme, quale grembo
generatore della fede. Occorre riconfigurare lo stesso progetto catechistico del
Documento-Base, basato sul criterio delle fasce d'età, incrociando questo
criterio con un altro ancora più determinante: il diverso livello di fede.
E' una sfida esigente, un processo che rimette in gioco la comunità cristiana,
il suo modo di stare dentro l'attuale cultura e di continuare il suo compito di
evangelizzazione e di iniziazione alla fede.
Una duplice fedeltà da garantire
Assumere il compito di ripensare i processi di iniziazione cristiana non è
soltanto la risposta a un problema pastorale: è esigenza intrinseca alla fedeltà
della Chiesa al Vangelo. Nella sua tradizione la Chiesa ha assunto nelle varie
culture questo imperativo della fedeltà creativa, cercando di annunciare e
rendere disponibile il Vangelo nel dialetto proprio di ogni cultura e di
conseguenza ha sempre cercato modelli di iniziazione adeguati alle singole
culture.
E' evidente che l'appello dello Spirito alla Chiesa è quello di un nuovo atto di
fedeltà, che è al contempo fedeltà al Vangelo di sempre e fedeltà a questa
cultura. Tale fedeltà ha le connotazioni proprie di una nuova evangelizzazione,
ed è dentro questo orizzonte che va ripensato progressivamente il processo di
iniziazione cristiana. Si tratta cioè di non dare più per scontato che i
soggetti che si presentano per chiedere i sacramenti (i genitori e i loro figli)
siano già cristiani e dunque affrontare insieme a loro un cammino che risulti di
prima evangelizzazione e di reale iniziazione alla fede e non soltanto di
familiarizzazione alla fede o di istruzione riguardante la fede.
Nel ripensare il modello di iniziazione nell'orizzonte della prima
evangelizzazione occorrerà salvaguardare le due esigenze fondamentali della
fede: la sua gratuità e precedenza rispetto ai soggetti (la grazia che precede
l'uomo nella sua ricerca) e la libera risposta dei soggetti stessi come adesione
al vangelo e introduzione nella comunità cristiana che celebra vive e testimonia
la sua fede nel Signore Gesù.
Queste due esigenze sono sempre state salvaguardate dalla tradizione della
Chiesa e dovranno pertanto costituire il criterio di fondo per il ripensamento
dei processi di iniziazione alla fede cristiana. Ci sono state autorevolmente
richiamate dagli orientamenti dei vescovi sotto forma di una duplice attenzione:
l'ascolto della cultura del nostro mondo e la salvaguardia della trascendenza
del vangelo, che supera le attese immediate di un'epoca e di una cultura (CVMC
34-35).
Il percorso di questo seminario
In questo seminario accettiamo dunque la sfida di una riflessione aperta sul
ripensamento dell'iniziazione cristiana come ricerca di fedeltà allo Spirito e
alla storia.
Lo facciamo nella modalità più adeguata e corretta per la nostra fede.
Innanzitutto reinterroghiamo la storia, cioè i dati per noi normativi che la
Rivelazione e la Tradizione ci hanno trasmesso, cercando di vedere come la
Chiesa li ha saputi inculturare nelle varie epoche storiche (relazione teologica
di Pierpaolo Caspani). Interroghiamo poi, con altrettanta attenzione l'attuale
prassi pastorale dell'iniziazione cristiana, cercando di capire come e perché
essa sia in difficoltà rispetto alla cultura nella quale ci troviamo (intervento
di carattere sociologico-pastorale di Alessandro Castegnaro). Rivisitiamo un
riferimento fondamentale emerso dal Vaticano lI, il Rito per l'iniziazione
cristiana degli adulti (OICA), ne riscopriamo le intenzioni profonde e i criteri
che lo ispirano (intervento di Luigi Girardi). Ci mettiamo infine all'ascolto
critico di alcune esperienze in atto in Italia, esperienze che tentano di
attuare in maniera rinnovata i processi di iniziazione, con l'obiettivo di
ricavarne alcune linee direttrici per un possibile rinnovamento (analisi critica
di Enzo Biemmi).
L'obiettivo finale di questo seminario è apparentemente modesto, ma tutt'altro
che scontato o superfluo. Non pretendiamo di elaborare un nuovo modello di
iniziazione, impresa semplicemente sproporzionata rispetto alle nostre risorse e
probabilmente fuori luogo in un periodo di transizione culturale. Desideriamo
individuare alcuni criteri teologici, pastorali e catechistici, che possono
servire da riferimento e da griglia di verifica per orientare la prassi di
iniziazione ed incoraggiare la comunità cristiana a tentare strade nuove di
iniziazione alla fede.