Diventare cristiani in parrocchia

Francesco Lambiasi

Intervento di aperture al
XXXVI Convegno Nazionale dei Direttori UCD
Rocca di Papa, 10 giugno 2002

 

1. La formulazione del tema del nostro convegno cosi come suona nel programma-orario di queste giornate - Diventare cristiani in parrocchia - a rileggerla con un pizzico di puntigliosa pignoleria, risulta ridondante, se non proprio tautologica: quella esplicitazione - in parrocchia -sembra un'aggiunta ovvia e scontata, e perciò superflua. Infatti viene da chiedersi: dov'è possibile diventare cristiani se non in parrocchia? Non certo a scuola, o in un club o al muretto... Per quanto riguarda poi la famiglia, come luogo nativo dove la luce della fede nei figli battezzati viene custodita e alimentata come fiamma viva da parte dei genitori, questo realisticamente avviene in un numero piuttosto ridotto di famiglie cristiane e comunque la piccola chiesa domestica ha sempre bisogno di integrarsi nella più grande famiglia cristiana qual e appunto la comunità parrocchiale. D'altra parte se in parrocchia non si diventa cristiani, cosa si sta li a fare?

E però l'identificazione del contesto parrocchiale come "il" luogo del diventare cristiani, anche se teoricamente risulta pacifica, praticamente s’è fatta in questi anni via più problematica, al punto che nel leggere il tema del convegno, penso che molti di noi vi abbiamo sottinteso un punto interrogativo: e possibile oggi concretamente diventare cristiani in parrocchia? Il sottotitolo del nostro convegno recita infatti: Annuncio e iniziazione cristiana in una chiesa missionaria. La domanda pertanto si reduplica nel seguente interrogativo: le nostre parrocchie sono effettivamente missionarie?

2. Declinare la vita di una parrocchia "normale" in termini di missionarietà e ideale perennemente valido per una comunità cristiana, ma che oggi si è fatta urgenza non più rinviabile. Una seria e concreta "conversione" della parrocchia, da aggregazione di praticanti a comunità di credenti, richiede più che aggiustamenti tattici e prima ancora che soluzioni operative, una riflessione serena e disincantata sul fatto che il dinamismo missionario nella realtà media delle nostre parrocchie risulta spesso bloccato da modi riduttivi e deformati di intendere la missione.

Le riduzioni più ricorrenti e le deformazioni più rischiose si possono individuare - con linguaggio forse impietoso ma che si vorrebbe semplicemente non retorico o diplomatico - in una serie di "ismi":

- narcisismo: è il peccato di comunità senza ricerca e senza inventiva, noiose e ripetitive, in cui l'annuncio scade a indottrinamento, il dialogo e di fatto monologo, la celebrazione autocontemplazione, l'andare-verso della missione si riduce all'autorefenzialità di un girare-intorno;

- proselitismo: è l'atteggiamento di comunità in cui l'evangelizzazione viene confusa con la propaganda e la testimonianza con la pubblicità; in cui l’altro è visto come preda da conquistare e non come fratello con cui camminare verso il regno di Dio;

- paternalismo, da parte di parroci e pastori che intendono la missione come un potere da delegare e non come una responsabilità da condividere;

- fondamentalismo di quanti pensano che basti ripetere verbalmente la formula del kerygma ("Cristo è morto ed è risorto") senza adeguato sforzo di ritraduzione del messaggio e di una sua intelligente, fedele, creativa inculturazione.

3. Una luce sui lavori di questi giorni penso che ci venga dal dibattito post-conciliare sulla parrocchia e che in modo forse un po' schematico si porrebbe riassumere nei termini:

insostituibilità--insufficienza dell’istituzione-parrocchia in ordine alla evangelizzazione. Da una parte infatti la parrocchia è stata riconosciuta come "luogo - anche fisico - a cui la comunità fa costante riferimento", come si legge negli Orientamenti pastorali per il decennio in corso e subito dopo aggiungono i Vescovi: "Ci sembra molto fecondo recuperare la centralità della parrocchia e rileggere la sua funzione storica concreta a partire dall’eucaristia, fonte e manifestazione del raduno dei figli di Dio e vero antidoto alla loro dispersione nel pellegrinaggio verso il Regno" (CVMC 47).

Paradossalmente però in questi anni, proprio mentre si faceva più ampio e significativo il riconoscimento della centralità della parrocchia e della sua concreta irrinunciabilità, si assisteva ad una sorta di sospetto o almeno di riserva critica nei confronti della fattiva capacità della parrocchia a sostenere il peso di impegni tanto esigenti. La cosa non sembra si possa legittimamente spiegare con un "arretramento" della parrocchia, che anzi in questi anni è innegabilmente Cresciuta. E' vero infatti che è diminuito il numero dei praticanti, come pure si è senz'altro ristretta l'area di coloro che professano esplicitamente la fede cattolica: nel continente europeo il cristianesimo oggi è senz'altro minoritario. E' anche vero però che "allo stato di minoranza del cristianesimo in Europa corrisponde un suo miglioramento qualitativo: i cristiani europei di oggi hanno una fede più personale, più informata e più convinta; sentono maggiormente il bisogno - di fronte ai non credenti - di rendere ragione della propria fede e di testimoniarla con maggiore franchezza e senza complessi d'inferiorità; avvertono maggiormente la necessità di tradurre la fede in opere di carità cristiana e sono più disposti a impegnare tempo ed energie a favore dei poveri e degli emarginati della società attuale; hanno più viva coscienza di essere Chiesa e quindi di doversi impegnare nelle attività propriamente ecclesiali" (CivCatt, 20 nov. 1999, qu. 3586, p. 321).

Probabilmente quindi il divario tra l'ideale "professato" dalla parrocchia e la sua vita reale si è fatto più largo non tanto perché la parrocchia sia diventata meno coerente rispetto all'ideale di un tempo o più debole di altre istituzioni, quanto perché la meta si è fatta più alto Infatti un conto è se l'ideale della parrocchia è l'organizzazione religiosa degli abitanti battezzati di un territorio, un altro conto se la meta ideale è l'evangelizzazione dei praticanti e dei non-credenti; una cosa è se la parrocchia si concepisce come 'una circoscrizione territoriale" sotto la guida di un parroco o se si configura come "stazione di servizi" o "dispensario di sacramenti", un'altra cosa è se la parrocchia si pensa come "comunità di fedeli" (LG 26), "famiglia di Dio" (LG 28), “casa della comunione" ecc. (Cf.L. 26).

Dunque la parrocchia in questi anni sembra cresciuta, ma è senz'altro cresciuto e molto di più il suo ideale.

4. Si aggiunga a quanto appena detto il peso del cambiamento culturale. il passaggio dall'epoca moderna a quella post-moderna non poteva non ripercuotersi anche sull'istituzione-parrocchia. La "riduzione" illuministica del fatto cristiano "entro i confini della pura ragione" aveva cercato di salvare bene o male un principio oggettivo nell' interpretazione del messaggio evangelico -appunto la ragione - anche se di fatto l'essenza del cristianesimo individuata di volta in volta nel vangelo della solidarietà, del progresso, della promozione umana ecc. rassomigliava tanto -secondo la spietata critica di A. Schweitzer riguardo alla ricerca del Gesù Storico - all'autore che l'aveva "prodotta".

La versione individualista del fatto cristiano, oggi prevalente, interpreta il cristianesimo entro i confini della "pura esperienza soggettiva" e riduce la fede ad emozione. Quando in nome del desiderio di autenticità si cerca la preghiera per provare pace e si arriva a dire che "la preghiera abbassa il colesterolo", che se vai a messa tutte le domeniche riduci la percentuale di morte per infarto, che chi segue un codice morale ha più salute, allora inevitabilmente si riduce la fede in Gesù alla pubblicità di un prodotto: “ti allunga la vita".

Il quadro tracciato del cambiamento in atto può sembrare che pecchi per eccesso di pessimismo; in verità non è tutto nero nel nostro mondo che cambia; ci sono aspetti positivi, esigenze autentiche, domande incalzanti e profonde che, se tenute presenti, possono aiutare a calibrare il linguaggio dell'evangelizzazione senza per questo né adulterare né impoverire il messaggio evangelico. Non e' forse vero che nel desiderio di 'vivere la fede cristiana come esperienza si può leggere l’esigenza di non relegare l'atto di fede alla sola facoltà dell'intelletto? Certo, la fede ha una sua imprescindibile esigenza di credibilità (fides quaerens intellectum), ma essa non si può circoscrivere nella "corteccia cerebrale". E se oggi il pendolo sembra oscillare nuovamente verso 1 'irrazionalismo, non si supera questo pericolo scavalcando l'irrinunciabile domanda che la fede stessa postula, e cioè quella della personalizzazione dell'adesione a Cristo: "io credo".

Si deve ritrovare una fede personale che non sia una creazione autonoma e indipendente, ma che dica una adesione totale e radicale alla storia e alla persona di Gesù. "La fede - scriveva Moioli - non è una soggettività pura, non è una coscienza che si afferma e non è un sentimento che produce il proprio oggetto, ma è disponibilità a ricevere una forma; è quindi una obbedienza" (in G. Cazzulani, Giovanni Mo’ioli, Milano 2002, p. 44).

In tempi di pluralismo religioso come il nostro, occorre ricordare che il cristianesimo è la rivelazione di Dio, non una delle tante religioni: solo Cristo è la parola definitiva e insuperabile di quel Dio che, certo, "non manca di rendersi presente in tanti modi non solo ai singoli individui, ma anche ai popoli mediante le loro ricchezze spirituali, di cui le religioni sono precipua ed essenziale espressione" (RM 55), ma che “ultimamente ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Eb 1,1-2).

5. Sul particolare e delicato rapporto tra l'iniziazione cristiana e la parrocchia si è svolto il seminano di studio, tenutosi al "Divino Amore" (Roma) dal lO al 12 aprile u.s. Non si voleva in quella sede elaborare un nuovo modello di iniziazione, impresa semplicemente sproporzionata riSpetto alle risorse disponibili, e probabilmente fuori luogo in un periodo di transizione culturale come quello che stiamo vivendo. Si voleva individuare alcuni criteri teologici e pastorali che possano servire da riferimento e da verifica per orientare la prassi di iniziazione e incoraggiare la comunità cristiana a tentare nuove vie di iniziazione alla fede. Nel seminario ci siamo posti tre domande:

- da dove partire in tema di prassi ordinaria della iniziazione cristiana? In altre parole: come leggere da credenti la situazione?

- quali gli obiettivi su cui riflettere, allo scopo di "ripensare" il modello esistente di iniziazione cristiana?

- quali i passi da fare, al fine di incoraggiare la comunità cristiana ad una "conversione pastorale" in tema di iniziazione cristiana?

a. A livello di situazione, analizzando la tipologia della "domanda" di sacramenti, si colgono due elementi tra loro diversi, ma non necessariamente contrapposti: da una parte la persistenza della domanda stessa che pur nella sua ambiguità, è talmente diffusa e radicata da configurare un interrogativo: il giorno in cui tanta gente non chiederà più il battesimo sarà un passo avanti o un passo indietro per la nostra Chiesa? 'L'obiettivo sarà di evangelizzare la domanda religiosa non di cancellarla", affermava nella sintesi conclusiva Mons. Caprioli. Ma c'e pure da chiedersi se il blocco del processo attuale di iniziazione cristiana che "non inizia ma conclude", non dipenda anche dal peso sproporzionato che la dimensione dottrinale e quella etica assumono nella odierna immagine di Chiesa, avallando cosi la convinzione che il cristianesimo sia prima di tutto questione di dottrina e di morale, piuttosto che adesione credente a i mistero di Dio comunicato in Cristo, annunciato dalle Scritture, conservato alla Chiesa, celebrato nella santa liturgia, per diventare scelta di vita in attesa del compimento escatologico. Come si fa a collegare fede e vita se si salta il passaggio obbligato della celebrazione del mistero? Si impone dunque ''un riequilibrio tra un'immagine di Chiesa prevalentemente dottrinale ed etico-sociologica, e un'immagine misteri co-comunitaria" (Caprioli).

b. A livello di obiettivi, resta pacifico che l'obiettivo di fondo sul quale sta o cade il modello di iniziazione oggi è quello dell'evangelizzazione. Ma l'evangelizzazione oggi resta non uno tra i tanti, ma il compito primo e assolutamente ineludibile della Chiesa. Questo compito oggi e diventato a tutti gli effetti "il" problema della Chiesa. Da cui scaturisce una prima opzione, ormai indifferibile, che riguarda il primato dell’annuncio. Trent'anni di impegno nel rinnovamento della catechesi hanno ampiamente dimostrato che l'impianto della iniziazione cristiana in Italia è da rivedere. La direzione della "conversione pastorale" è chiara e obbligata:

c'è bisogno di chiamare alla fede e perciò di annunciare il vangelo. La catechesi infatti non può portare alla conversione, ma solo alla maturazione e allo sviluppo della fede; solo l'evangelizzazione può generare la conversione e la fede.

Occorre dunque avviare una pastorale di "primo annuncio", che riproponga il cuore del messaggio cristiano: la persona del Signore Gesù. E' la fides qua che va rifondata, prima ancora che la fides quae. Si richiede inoltre un impegno intenso e mirato perché ogni comunità cristiana "generi" missionari e apostoli che sappiano dire il vangelo con le parole ordinarie della vita quotidiana, ma che siano anche preparati ad annunciarlo con forza e franchezza, con una solida coscienza della sua verità, senza mai contrapporre dialogo e annuncio (cfr.NMI 55ss).

Legata alla precedente e anch'essa urgente è l'opzione-catecumenato. Se è vero che bisogna ripartire dai nostri cristiani più prossimi, quali sono coloro che frequentano la messa festiva; se si deve constatare con gioia che va crescendo il numero di quanti desiderano tornare alla fede (i "rincomincianti'); se negli stessi fanciulli che vengono al catechismo ormai "non si può presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza" (CVMC 57), allora "la comunità cristiana dev'essere sempre pronta a offrire itinerari di iniziazione e di catecumenato vero e proprio" (ivi, 59).

Concretamente bisognerà assicurare alle nostre proposte formative essenzialità nel contenuto, radicalità nella proposta e gradualità nel cammino; ma occorrerà anche ricostruire il percorso parola-liturgia-vita, evitando attentamente che la catechesi venga intesa come indottrinamento intellettualistico; che la liturgia non scada mai a rito stanco e noioso né a spettacolo più o meno gradevole e commovente, ma sia sempre vera "azione" partecipata, coinvolgente, fruttuosa; che la carità non si riduca a gesto episodico o a intervento superficiale, e preoccupandosi che la comunità cristiana non appaia una distributrice di sussidi e alla fin fine una "pietosa infermiera della Storia".

Presupposto irrinunciabile e fecondo per la "conversione pastorale" sarà la passione per la contemplazione del volto del Signore in tutta la Chiesa, e in particolare nei pastori, nei consacrati e nelle consacrate, come nei laici maturi. Non basta infatti dire al mondo che cambia quello che abbiamo imparato del Signore; occorre annunciare quello che - come veri discepoli "obbedienti alla parola del Signore e formati al suo divino insegna mento" - abbiamo appreso dal Signore.

A livello operativo di passi da fare per operare la 'conversione pastorale" tanto attesa, si sono indicati seguenti:

1. passare da una catechesi riservata ai ragazzi ad una evangelizzazione per tutti. Mentre i documenti ufficiali parlano chiaro, a livello di prassi continua a registrarsi un grave squilibrio nell'investimento delle risorse; massiccio nella pastorale dei minori, scarsissimo in quella degli adulti: 27Omila dei 300mila cristiani sono impiegati per i fanciulli e i ragazzi, e il resto per i giovani e gli adulti “Sarebbe come - diceva a conclusione del seminario E. Biemmi - se

medici italiani fossero per il 90% pediatri, e per il rimanente l0% si occupassero della salute dei giovani, degli adulti e degli anziani". Di fatto anche le esperienze nuove in atto sembrano ancora in una fase in cui il "perno" sono ancora i bambini, attorno ai quali ruotano e si rimotivano gli adulti, ma continuare oggi in una catechesi "puerocentrica" significa continuare ad impostare la pastorale in vista di un contesto sociale, culturale de ecclesiale che non esiste più. Di conseguenza è urgente passare da una catechesi per fasce d'età a una catechesi intergenerazionale: la suddivisione della catechesi per generazioni poteva essere una soluzione pertinente per una Società cristiana, ma è "in-pertinente" in una società in cui il cristianesimo è socialmente minoritario.

2. Passare da una catechesi finalizzata ai sacramenti a una evangelizzazione che introduca globalmente nella vita cristiana. E' ormai evidente che l'enfasi posta sui sacramenti porta a fare di essi il "capolinea"dell'itinerario, piuttosto che la porta di ingresso e la "tappa di avvio" che introduce nel mistero cristiano. Altrimenti si rischia di rovesciare il detto di Tertulliano secondo cui "cristiani non si nasce, si diventa". Oggi il pericolo è piuttosto quello di "nascere cristiani e non diventarlo mai

3 .Passare da un catechesi delegata ad un gruppo di catechisti ad una iniziazione cristiana presa a carico dall'intera comunità ecclesiale. Occorre quindi correggere l'immagine che la comunità dà di se stessa, cercando di superare decisamente il modello del "babysitteraggio catechistico" e puntando su una comunità adulta che generando alla fede, rigenera se stessa. Ad un livello ancora più profondo occorre cambiare il modello di formazione dei catechisti optando per comunità cristiane che siano vere "scuole di comunione" e veri "laboratori della fede".

Il cammino che ci attende è lungo e impegnativo, e in questi giorni avremo modo di precisarne l'orizzonte, di studiarne il contesto e di verificarne le condizioni di possibilità. Giovanni Paolo Il ci sprona con la testimonianza di un amore vissuto "sino alla fine" e con la sua parola chiara e forte: "Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull'aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore della sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti" NMI 58).