La situazione della catechesi in Africa prima e dopo il sinodo africano

Kipoy Pombo

in Redemptoris Missio 2003,2, 33-55

 

            Parlare della situazione della catechesi in Africa (difficoltà, esigenze, suggerimenti e prospettive) prima e dopo il sinodo africano del 1994 non è un’opera facile.

Questo per diversi motivi: prima di tutto, il Continente africano, è un continente che , ben lontano dall’essere omogeneo, si diversifica in maniera considerevole da Nord a Sud e dall’Est all’Ovest. Poi, la situazione delle chiese è diversa da un punto all’altro a secondo del grado di evangelizzazione, della sensibilità e dell’impegno dei cristiani, a secondo ancora dei sistemi economico-politici, delle giustapposizioni delle religioni tradizionali e delle sette. E infine, la Chiesa africana è una Chiesa di missione, in quanto il Vangelo non è stato annunciato che dal secolo XIX. Le prime parrocchie stanno ora festeggiando il loro centenario[1].  E inoltre devo dire che le mie conoscenze riguardo alla situazione della catechesi in Africa sono limitate ad alcuni paesi dell’Africa centrale e occidentale. 

        Perciò, questo studio non abbraccia l’Africa musulmana del Nord, bensì l’Africa a Sud del 20° parallelo (l’Africa Sub-sahariana), esclusa, la Somalia e l’Etiopia, per il suo cristianesimo copto-monofisita.

 

1.  Personaggi e metodi catechistici

1.1. Personaggi

 

La catechesi in Africa inizia con il risveglio nella Chiesa dell’attività missionaria nel secolo XIX e precisamente con l’arrivo, dopo le difficoltà della Rivoluzione francese, dei nuovi Istituti Missionari[2] per l’Africa in terra africana[3]. La testimonianza scritta ci conferma che quando i primi missionari spiritani arrivarono all’isola di Gorée (Sénégal) nel 1846, non trovarono alcuna traccia di tradizione pastorale fermamente stabilita dalla Prefettura Apostolica del Saint-Louis del Sénégal. Molti sacerdoti si erano succeduti a Gorée e a Saint-Louis nel corso del secolo XVIII; il racconto delle loro attività, a volte extra-ecclesiastiche, fa elenco dei battesimi, dei matrimoni, dei funerali, delle celebrazioni del culto, mai d’istruzione religiosa[4].

Alla domanda quale sia veramente lo scopo della missione di quell’epoca, si possono dare grosso modo questa risposta: lo scopo proprio e specifico dell’attività missionaria era “la salvezza delle anime”. Per questa teologia missionaria, “il ruolo essenziale del missionario è quello di proclamare il vangelo, di essere l’araldo della buona notizia del Cristo[5] perché è fermamente e solidamente basata sull’adagio extra ecclesiam (romanam) nulla salus. Di fatto, la teologia della salvezza delle anime o della conversione degli infedeli vedeva le anime dei neri “sedentes in tenebris et in umbra mortis”.

Con l’arrivo di questi nuovi Istituti Missionari, si passò dalle attività extra-ecclesiastiche all’istruzione religiosa propriamente. E questa si differenzierà da un Istituto Missionario all’altro.

I discepoli di P. Libermann, I Padri dello Spirito Santo, l’inizieranno nelle stazioni di missioni dove fonderanno delle scuole. P. Libermann, il grande iniziatore della ripresa missionaria in Africa,  raccomandava la perseveranza nell’istruzione, quale fattore essenziale nel ministero apostolico: “Il faut semer et attendre patiemment que le bon grain soit levé[6]. Ma “n’ayant pas de juridiction ecclésiastique sur les territoires de mission, il ne pouvait prescrire de règles plus précises : mais ses conseils produiront leurs fruits »[7].

        Le missioni Africane di Verona (I Comboniani), da parte loro, seguiranno anche la stessa metodologia missionaria dei Padri dello Spirito Santo per ciò che riguarda l’istruzione religiosa nelle stazioni di missioni[8] ma con proposte nuove enunciate nel Piano per la rigenerazione dell’Africa: “Si doveva fondare degli istituti, delle scuole di arti e mestieri, dei seminari e almeno 4 università teologiche-scientifiche, […]dove l’Africano vive e non si muta e l’Europeo opera e non soccombe. Da questi istituti, seminari e università dovevano uscire drappelli di africani educati e istruiti nella religione cattolica e nella civiltà cristiana”[9].

        Invece, Il Cardinale Lavigerie, fondatore dei Padri Bianchi, considerando il decadimento intellettuale e morale delle tribù “Nègres de l’Intérieur”[10], la facilità di ricadere nel paganesimo senza una adeguata formazione cristiana e la legge psicologica di una educazione graduale[11], fu indotto a ripristinare il Catecumenato antico[12], sebbene, secondo una sua interpretazione, con una durata di almeno 4 anni.

 

“Les divers motifs me porte à user du pouvoir que j’ai reçu du Saint-Siège Apostolique par établissement des missions de l’Afrique Equatoriale et à décider en vertu de ce pouvoir et vu la situation morale des populations que les Pères doivent évangéliser, que l’ancienne discipline de l’Eglise qui n’a jamais été formellement abrogée, sera rigoureusement suivie par nos missionnaires. En conséquence, ils (les missionnaires) établiront parmi leurs néophytes, trois ordres distincts :

      Le premier sera l’ordre des Postulants auxquels on n’enseignera que les vérités fondamentales de l’ordre naturel éclairé par la Révélation, comme je l’ai indiqué plus haut, en s’abstenant de leur faire connaître autre chose ;le second sera celui des Catéchumènes auxquels on s’exposera les vérités essentielles du christianisme, mais sans leur parler du culte et des sacrements autres que le baptême ; enfin, le troisième sera celui des Fidèles pour lesquels on n’aura plus de secrets »[13].

       

        Il sistema del catecumenato, adottato fino al Vaticano II, non sarà praticato solo dai Padri Bianchi nelle missioni a loro affidate, ma da tutti gli Istituti Missionari a motivo della sua importanza nella preparazione speciale al battesimo[14] e della sua praticità[15] in quanto questa preparazione mirava allo spirito e al cuore.

Riguardo all’organizzazione del reclutamento dei catecumeni: per i giovani fu ben risolto, fin dall’inizio, con l’istituzione delle scuole nelle missioni(Ecoles-chapelles)[16], come parte integrante della evangelizzazione.  

Il loro compito, infatti, non era solo quello di educare i figli dei cristiani, ma di concorrere così, direttamente e indirettamente, alla conversione degli altri, come l’affermava B. Bernardi: “Come i catecumenati furono le prime scuole, così i catechisti furono i primi maestri. Effettivamente dai centri catechistici si svilupparono le scuole e i sistemi scolastici dell’Africa. La scuola fu certamente vista dai missionari in funzione della istruzione generale, ma anche, e soprattutto, come mezzo provvidenziale per la preparazione al battesimo e la formazione cristiana dei giovani. L’importanza metodologica della scuola per l’espansione cristiana divenne, così, essenziale[17].

        Fuori della scuola: quando invece, non si tratta di allievi, allora i sistemi per attirare tutti gli altri al catecumenato sono lasciati alla iniziativa privata. E per loro, l’istruzione religiosa si faceva nelle missioni centrali, come nelle succursali (Fermes-chapelles) o nei villaggi cristiani[18]. La costruzione delle missioni centrali testimonia oramai che la teologia della salvezza delle anime ha lasciato il passo a quella della “plantatio ecclesiae”. I missionari lavorano, senza alcun dubbio, ad impiantare la chiesa romana, la sua dottrina, la sua liturgia, la sua disciplina, la sua organizzazione, la sua mentalità. Lo fanno senza dirlo, tanto è ovvio alla coscienza comune, infatti, che la chiesa cattolica romana è la sola vera chiesa di Gesù Cristo, la sola detentrice della salvezza[19].

 

1.2. Metodo catechistico: l’istruzione religiosa

 

Per i missionari, la conversione dal paganesimo al Cristianesimo richiedeva una trasformazione completa di vita, per cui era necessaria una profonda e solida formazione. Erano convinti che tale rinnovamento doveva abbracciare tutto l’uomo, non solo nella sua intelligenza, ma anche nell’esercizio della sua volontà e nella sua relazione con Dio e con il prossimo. Di fatto, la diffusione dell’istruzione scolastica si venne ad identificare con la diffusione cristiana[20]. Un ragazzo che fosse stato a scuola si presumeva cristiano[21].

E’ un programma di formazione intellettuale e morale, che trova un elemento corroborante nella partecipazione del catecumeno alla preghiera comune e che viene intensificato all’approssimarsi del battesimo.

 

1.2.1. Formazione intellettuale:

 

L’istruzione dei candidati, in genere, consiste nella conoscenza del Catechismo e della Storia Sacra; per i giovani, invece, è richiesta anche una cultura profana[22], cioè imparare anche a leggere e a scrivere nella lingua dei missionari.

    

1.2.2. Formazione morale:

 

     “Per sradicare i principi e le abitudini che una precedente educazione o tutta una vita passata nel paganesimo hanno inculcato sì profondamente nel cuore e nello spirito dei Neri”, alcuni missionari pensavano che fosse necessaria una lunga preparazione[23], come pure per assicurarsi della sincerità del desiderio, che essi hanno, di convertirsi[24].

     Per la formazione, sia intellettuale che morale, l’uso del catechismo romano del Concilio di Trento (Pio V – 1566) adattato in ogni diocesi o paese (“piccolo” catechismo) con 3 parti: la dottrina da credere, i comandamenti da seguire e i sacramenti da ricevere (+ altre preghiere) era di moda in Africa.

I tentativi di  tradurre  quei catechismi delle diocesi europei[25] in lingue africane trovò resistenza all’inizio da parte di alcuni missionari poiché queste lingue non erano teologiche[26]. Ma invece, ad esempio, per i Padri dello Spirito Santo era un cammino preferenziale da seguire per le missioni dell’Africa occidentale a loro affidate: le case editrici della scuola professionale di Saint-Joseph-de- Ngasobil e del Dakar (Sénégal) stamparono già nel 1854 un “catechismo in wolof” e un “catechismo per i piccoli fanciulli” ristampato in 1856 da Mgr Kobès. Più tardi fu pubblicato un “catechismo per gli adulti” francese-wolof (Dakar 1862) e un “catechismo in sérer” (Ngasobil 1886). In Gabon uscì la traduzione d’un “catechismo in pongwé” (Amiens-France 1847), in “fang” (Libreville 1895) e in “eshira” (Libreville 1899)[27].

        Come metodo c’è da notare che, se le istruzioni vengono impartite ai Bambini, da essi si esigerà tutto a memoria; se, invece, si tratta di Adulti, non si esigerà tutto a memoria (domande e risposta), ma una conoscenza più approfondita, uno sforzo per aderire a queste verità e l’amore alla preghiera. Se dal 1930, in Europa, lo sviluppo dello stesso approccio dogmatico del “catechismo romano del Concilio di Trento” porta al metodo di Monaco (un metodo di tipo intuitivo, destinato a superare l’intellettualismo e l’astrattezza che venivano rimproverati ai catechismi e al loro modo di usarli nell’insegnamento)[28], in Africa si continua ad utilizzare ancora i metodi d’insegnamento religioso di tipo scolastico (intellettualismo e l’astrattezza): domande e risposte da imparare a memoria formulate in un manuale di catechismo fatto in un paese occidentale per i fanciulli cristiani.

 

2. Verso la de-colonizzazione dell’Africa: periodo di transizione

 

Dopo il periodo eroico dei pionieri, una cosa esaltante si era prodotta: il numero dei cristiani battezzati aumentava rapidamente. In questo cristianesimo trionfante della chiesa d’Africa, pochi si erano resi conto sufficientemente della non profonda assimilazione delle esigenze della rivelazione di Cristo da parte di molti battezzati africani. Tra questi, il francescano Pl. Tempels che nella sua Catéchèse bantoue del 1948[29] presentava una proposta assai radicale per presentare il cristianesimo ai Bantu mettendo così in questione tutta la impostazione della catechesi tradizionale in Africa. Invece di modellare gli africani con le categorie mentali e morali europee nell’insegnamento religioso, bisognava inculturare il cristianesimo in modo africano secondo il modo di pensare e di comportarsi della gente. Era oramai necessario adottare in catechesi il metodo kerigmatico (inteso a ridare all’annuncio cristiano la sua valenza di messaggio e di “buona novella” per la vita)[30].

Di fatto, quando nel 1957 appariva l’enciclica Fidei donum di Pio XII, La Chiesa d’Africa centrale si presentava come una chiesa di massa, con un cristianesimo piuttosto sociologico. Questa situazione, comune alla maggiore parte delle chiese d’Africa, portò l’Episcopato congolese ad incontrarsi (20 novembre – 2 dicembre 1961)[31] per discutere della questione di sapere se il cristianesimo portato dagli europei potesse mantenersi dopo l’indipendenza. Le conclusioni insistettero sulla necessità di una fede più profonda e meglio radicata, d’un legame tra la fede e la vita e di un accento più forte da dare alla dimensione comunitaria della vita ecclesiale. Uno degli orientamenti pastorali dell’Episcopato portò alla costituzione delle “comunità ecclesiali viventi” (CEV) [32]

Gli anni ’60 sono caratterizzati dalle “Settimane Catechistiche Internazionali di Studio”, che si spostano dall’Europa all’Asia, all’Africa, all’America Latina, affrontano i problemi dell’annuncio kerigmatico, della preparazione dei destinatari all’annuncio, dell’inculturazione, del dialogo con le grandi religioni, dell’impegno politico e di liberazione. E’ durante quella di Katigondo (Uganda/ 26 agosto – 2 settembre 1964) che viene dopo quello di Eichstatt (1960)[33] e di Bangkok (1962), che fu preso in esame l’insieme della situazione catechistica in Africa[34]. La conclusione di questa settimana può essere sintetizzata in questo modo:

  1. l’urgente necessità di una fede più profonda, radiante in tutta la vita personale e sociale. Perché il cristianesimo non è stato sufficientemente vissuto secondo una convinzione e una esperienza interiori ma piuttosto sotto una pressione esteriore. Dacché questa pressione ha cessato, cioè dacché l’autorità dei missionari non ha più lo stesso peso che prima, gli africani si sentono più liberi. Con l’accesso alla indipendenza dei loro paesi, essi sono diventati autori dei loro destini.

  2. L’urgente necessità di un rinnovamento catechistico perché la catechesi non è sufficientemente ordinata alla fede, alla trasmissione della vita. Essa si basa ancora sulla memoria. Il catechismo consiste nelle formule di domande – risposte. E nuovi manuali di catechismo per le scuole elementari sono usati nelle missioni in Africa con metodi scolastici che non toccano la vita degli allievi.

 

La settimana di Katigondo non si limita solo ad elencare le mancanze, ma propone anche qualche suggerimenti: una catechesi più biblica e più liturgica[35]; una catechesi più adatta alla mentalità africana[36]; una presa di coscienza generale delle responsabilità per un approfondimento della catechesi e della fede nell’intento di “africanizzare il cristianesimo” piuttosto che “cristianizzare l’Africa”; una migliore formazione dei responsabili dell’educazione religiosa. Per questo, scelse da allora il metodo kerigmatico: non più un catechismo a domande e risposte, ma lezioni con tema unitario e stesura espositiva, ordinate secondo i momenti successivi del “metodo di Monaco”. Prima un fatto concreto, biblico, liturgico, o tratto dalla vita e storia della Chiesa; quindi una spiegazione, derivata dal fatto; e poi l’applicazione alla vita. La spiegazione era sintetizzata in alcune formule da imparare a memoria, espresse con domande e risposte, di indole biblica, liturgica o dottrinale.

Bisogna ricordare che qua e là in Africa, alcune iniziativi erano già state prese prima della settimana di Katigondo: nel 1955, il Padre Louis Denis, Gesuita, direttore del “centre de documentation catéchètique” di Mayidi (Congo-Leopoldville) e della “Revue du Clergé Africain”, organizzava, con il concorso del centro internazionale “Lumen Vitae” la Settimana internazionale di studi sulla formazione religiosa in Africa nera[37], settimana seguita da una sessione (1957) a Bukavu (Congo-Leopoldville) sulla formazione religiosa in famiglia[38].

 

 

3. Il Vaticano II e l’attenzione ai destinatari: verso un rinnovamento catechistico in Africa.

 

L’impulso dato dalla settimana Panafricana di studi catechistici di Katigondo e dal Concilio Vaticano II (1962-1965), basta pensare alla visione teologica rinnovata della Rivelazione e della fede (DV), dell’evangelizzazione (AG), dell’ecclesiologia (LG, SG, AG, GS), ai nuovi orizzonti antropologici e culturali aperti dalla trasformazione dell’atteggiamento della Chiesa in rapporto alla cultura moderna, alle religioni non-cattoliche e alle religioni non-cristiane (GS, DH, UR, NA, AG, ecc), non potevano non lasciare una profonda incidenza al livello dell’attività catechistica in Africa.

Un tentativo di riflessione sistematica sul contenuto e i luoghi della catechesi comincia ad essere intrapreso negli incontri del Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e Madagascar (SCEAM)[39]. E qualche iniziative qua e là dei singoli vescovi oppure delle Conferenze Episcopali Nazionali[40] invitano ad un ripensamento del ruolo delle parrocchie e della formazione dei laici nella chiesa locale.

Quindi, in queste parrocchie non si vuole più e non si intende più fare catechismo[41], ma “catechesi”, e appare sempre più chiara la necessità di un approccio di evangelizzazione e di pre-evangelizzazione. Dopo questi due momenti viene la catechesi, per la quale si tende a compilare più libri, per i diversi livelli di età e la varietà delle situazioni. Si mira a privilegiare non più i fanciulli, ma gli adulti nella catechesi familiare e parrocchiale[42].

Purtroppo, non si arriverà a realizzare questo progetto in molte parte dell’Africa perché i molti parroci hanno in genere poca formazione pastorale e catechistica, e privilegiano più sovente una formazione teologica sistematica che porta il loro interesse sul contenuto dottrinale, trascurando il ricco magistero catechistico della Chiesa.

Inoltre l’educazione religiosa, nell’Africa francofona, s’identifica con l’insegnamento di religione nelle scuole cattoliche come catechesi preparatoria ai sacramenti d’iniziazione cristiana, allorché nell’Africa anglofona, forse a causa della presenza delle chiese protestanti, la catechesi in vista dei sacramenti continuava ad essere impartita nelle parrocchie perché l’insegnamento della religione si fa  nelle scuole dello stato come in quelle private per la conoscenza di tutte le religioni.

Nei Centri Pastorali, i frutti non tarderanno ad arrivare: a Léopolville, il “Centre d’Etudes Pastorales” iniziava già a lavorare al rinnovamento catechistico biblico. In Rwanda e Burundi, il “Centre International de Pastorale Liturgique et catéchètique” de Butare, fondato nel 1962 da Padre Xavier Seumois, si irradia in diversi settori organizzando delle sessioni e elaborando dei programmi per la catechesi. In Africa del sud, il “Centre de Johannesburg”, oggi Lumko, rende degli enormi servizi per la diffusione dei nuovi orientamenti catechistici[43].

Qua e là in Africa, dopo il secondo congresso internazionale di catechesi a Roma nel 1971[44], le Conferenze Episcopali regionali africane iniziano con difficoltà a ristrutturare quegli Istituti di Pastorale catechistica già presenti in Africa per una migliore conoscenza del messaggio cristiano e un suo ripensamento dentro le mentalità e il linguaggio delle giovani chiese africane: Pastoral Institute of Eastern Africa (Gaba- Uganda) fondato nel 1968 dall’AMECEA; L’Institut Supérieur de culture religieuse (Abidjan – Costa d’Avorio) fondato nel 1969 dall’Episcopato francofono dell’Africa dell’ovest; L’Institut Catéchètique (Cairo- Egitto) fondato nel 1970 dalle congregazioni missionarie[45].

L’impatto del Vaticano II sulla catechesi è stato e continua ad essere considerevole. Il Concilio segnala la fine ufficiale del periodo del “catechismo” di Pio X e l’inizio di una nuova epoca: esso provoca infatti l’avvio di una revisione in profondità delle coordinate essenziali dell’ “atto catechistico”[46] e dell’impegno effettivo dei laici all’apostolato catechistico. Viene pubblicato nel 1971 il Direttorio Catechistico Generale, a cura della Congregazione per il Clero, in cui si accentua come compito della catechesi la maturazione della fede non solo del singolo, ma dell’intera comunità.

Gli anni ’70 vedono due importanti Sinodi dei Vescovi, sull’Evangelizzazione (1974) e sulla Catechesi (1977), a cui faranno seguito le Esortazioni Apostoliche Evangelii Nuntiandi (1975) di Paolo VI e Catechesi Tradendae (1979) di Giovanni Paolo II.

        In Africa, questo cammino di rinnovamento catechistico è lento e non facile nonostante la presenza degli Istituti di Pastorale catechistica e dei missionari occidentali qualificati catechisticamente. La presa di coscienza e la volontà di rinnovamento sono presenti in molti episcopati africani. Già nell’agosto 1971, delle delegazioni di 36 paesi africani si riunirono ad Accra (Ghana) per l’incontro panafricano-malgascio dei laici, organizzato con l’aiuto del “consilium de laicis” della Santa Sede. Il tema generale, “L’impegno del laico nella crescita della Chiesa e lo sviluppo integrale dell’Africa” includeva necessariamente la partecipazione dei laici all’apostolato catechistico: “i laici e l’istruzione religiosa”. Le discussioni, animate dagli specialisti degli Istituti pastorali di Gaba (Uganda) e di Abidjan (Costa d’Avorio) rifletterono  il meglio del pensiero comune sulla catechesi in Africa: l’approccio biblico, il legame tra fede e vita, l’accento messo sulla catechesi degli adulti, specialmente per le persone molto istruite, la collaborazione ecumenica, il rinnovo dei metodi pedagogici, l’integrazione dei valori educativi della cultura africana[47].

        L’anno precedente a questo incontro (1970), la seconda Assemblea plenaria del Simposio delle Conferenze episcopali d’Africa e di Madagascar (SCEAM) aveva studiato i tipi e il ruolo del catechista in Africa. Essa identificò 5 tipi di catechisti:

Il catechista rurale con le funzioni pastorali caratteristiche; il catechista cittadino (che vive “all’ombra” della chiesa parrocchiale) specializzato nell’insegnamento della religione; il catechista (cittadino o rurale)  la cui principale occupazione è d’insegnare la religione ai fanciulli nelle scuole; il catechista diplomato” in un istituto di pastorale catechistica; le suore e le mamme catechiste[48]. Questi catechisti non possono più essere considerati come la “mano lunga” oppure l’umile “factotum ausiliare” del missionario sacerdote, ma piuttosto come ministero laicale riconosciuto nella Chiesa sotto l’autorità del vescovo, con responsabilità in tutti i sensi e a tutti i livelli, dalla parrocchia domestica alla comunità ecclesiale.

 

3.1. Un post-concilio fecondo ma con difficoltà

 

Se l’epoca post-conciliare fu molto feconda per la catechesi in Europa, in America Latina[49] e in qualche paese dell’Asia[50], in Africa lo fu meno, ma con segni di speranza. L’attenzione maggiore del post-concilio fu portata verso il cambiamento profondo nella figura del suo cristianesimo[51] e nei metodi pastorali[52]. A proposito di questo cambiamento, il Cardinale Malula, arcivescovo di Kinshasa, affermava: “Hier les missionnaires étrangers ont christianisé l’Afrique, aujourd’hui les négro-africains vont africaniser le christianisme”[53].

La catechesi non iniziò il suo nuovo cammino in direzione propriamente africana se non dopo il sinodo del 1974[54] in cui l’attenzione fu portata ai nuovi luoghi della catechesi[55]. Al di là della parrocchia e della scuola, si passava alla famiglia e alle comunità ecclesiali di base, per il semplice motivo di voler educare la famiglia ad essere “Chiesa domestica” e perché la catechesi trovasse in queste comunità il luogo ideale per mettere in opera un processo di approfondimento della fede e della vita cristiana[56].

Già a partire da quel sinodo del 1974, i vescovi africani avevano sottolineato la necessità di una chiesa incarnata nella cultura africana. Tale pronunciamento rappresentava una svolta nella chiesa, perché in realtà il cristianesimo portato dagli europei non aveva dialogato in passato con la cultura africana. Sotto il nome di cristianesimo, in realtà, era stata presentata la cultura europea come l’unica possibile. In questa situazione era nata una chiesa “sotto tutela”[57].

Proprio per questo era necessario e urgente che le giovani chiese, come afferma lo stesso Concilio Vaticano II, prendano dalle tradizioni dei loro popoli tutto ciò che può contribuire alla gloria di Dio e a svelare la grazia di Cristo. Se in passato c’è stata la teologia della Plantatio ecclesiae e poi la teologia dell’adattamento, ora è il tempo della teologia dell’inculturazione da sviluppare nelle CEV[58].

Ne fa eco l’incontro della commissione di catechesi e liturgia dell’Africa francofona di ovest tenutosi dal 26 luglio al 10 agosto 1976 con il titolo “Diventare cristiano in Africa. Ricerca sulle tappe catechistiche e liturgiche dell’iniziazione nella comunità cristiana[59] e ne presenta a proposito alcune proposte per una inculturazione del messaggio evangelico in terra africana.

       

3.1.1. Difficoltà dipendenti dalla situazione religiosa.

 

Senza dubbio, possiamo affermare che la volontà di rinnovamento catechistico di questi ultimi decenni fa intravedere gli sforzi dell’Episcopato africano[60] nella ricerca di un linguaggio africano della fede e dei metodi e modelli catechistici adatti per il numero sempre crescente dei catecumeni e dei battezzati[61].

Le statistiche  suscitano in noi non solo una certa soddisfazione che andrebbe fino all’euforia, ma anche una certa preoccupazione nel vedere che dopo cento anni di evangelizzazione dei maggiori paesi africani il numero dei cattolici praticanti non è aumentato di molto[62].

La nostra soddisfazione, per quanto reale, non è del tutto al riparo da precarietà, data la sacramentalizzazione[63] della prima evangelizzazione che nasconde una situazione di “schizofrenia religiosa[64] del negro-africano diventato cristiano secondo l’Arcivescovo anglicano Desmond Tutu e la complessità della situazione creata dalla coesistenza di cattolici, protestanti, musulmani, delle sette e adepti delle religioni tradizionali africane in seno alla stessa famiglia clanica.

Per quel che riguarda le religioni tradizionali africane, esse rimangono molto influenti nella vita quotidiana degli africani. Non solo gli adulti, ma anche i giovani vi sono ancora molto attaccati giacché esse mettono in relazione con il mondo degli antenati, garantiscono la sopravvivenza del gruppo e ne assicurano la coesione. In molti posti l’ascendente degli anziani è tuttora fortissimo e, nonostante l’abbandono momentaneo delle credenze ancestrali e l’influsso forte della modernità in alcune zone, queste tradizioni restano saldissime[65].

Oggi come oggi, bisogna notare l’assalto d’un infinità di sette che invadono pericolosamente il continente africano: Testimoni di Jehova, Assemblea di Dio, Full Gospel, Prosperità Gospel, ecc… Si presentano quasi tutte in una forma seducente: predicando un umanesimo anticattolico, esprimendosi in una liturgia viva ed attraente, adattandosi il meglio possibile alla psicologia degli africani e preoccupandosi di rispondere ai loro bisogni ed alle loro angustie: il problema della malattia, della guarigione e del male, della povertà e della stregoneria.

Da questa situazione, descritta in modo sintetico, derivano conseguenze che sono vere pietre d’inciampo per la catechizzazione. Soprattutto dove la Chiesa si trova allo stadio di un’evangelizzazione superficiale. Cioè dove essa non risponde ancora alle aspirazioni profonde dei nostri popoli secondo il loro modo di pensare, di esprimersi e di vivere[66].

 

3.1.2. Difficoltà dipendenti dalla situazione politico-sociale.

 

La situazione attuale dell’Africa desta molta preoccupazione in quanto non è tranquilla, è caratterizzata da guerre intestine, carestie, sistemi politici dittatoriali. La politica neo-colonialista usata in Africa che è portatrice delle ideologie come il neo-liberismo e il marxismo non aiuta la presa di coscienza della popolazione sui problemi propri africani. Le reazioni dei responsabili delle nostre chiese, riguardo ad essa, provocano degli atteggiamenti anticlericali da parte dei politici.

In relazione a ciò, bisogna notare:

-         la frantumazione delle strutture tradizionali della famiglia e dell’educazione;

-         l’urbanizzazione che sviluppa la costruzione delle città, centri di attrazione per tutti e luogo talvolta di degrado morale;

-         l’influenza della civiltà tecnologica e dei mezzi di comunicazione sociale che costituiscono un’arma a doppio taglio;

-         l’evoluzione economica e sociale, desiderata da molti dei nostri paesi, diviene, un po’ alla volta, l’unico fine da raggiungere, trascinando con sé un materialismo dannoso alla religiosità tradizionale e alienando così l’uomo africano, già preso dalla ricerca dei beni di ordine terreno come la ricchezza, la salute, la fecondità, i raccolti, ecc…

In breve, possiamo dire che ci troviamo di fronte ad una società in via di trasformazione con l’instabilità, le incertezze, le esitazioni e gli sconvolgimenti ch’essa comporta. E perciò, bisogna riconoscere che la catechizzazione d’un ambiente come questo si presenta difficile e richiede molta consapevolezza, tatto, coraggio e perseveranza.

 

3.1.3. Difficoltà proprie dell’annuncio e della conoscenza dei mezzi per la trasmissione del Vangelo.

 

I manuali di catechismo, usati ancora in molte parti d’Africa, sono poco adatti per la mentalità ed i problemi delle popolazioni africane; in pratica erano gli stessi che si usavano nei paesi di origine dei missionari, giacché sono ancora loro a dovere in grande parte occuparsi della catechesi[67].

Oggi, nonostante gli sforzi fatti (riferendosi alle proposte per una catechesi antropologica avanzate durante i congressi catechistici internazionali di Bangkok, di Katigondo e di Manila)[68], si sta cercando di colmare questo vuoto con l’elaborazione dei nuovi manuali adatti alla gente. Ma le difficoltà non mancano. Per esempio: le scuole per la formazione dei catechisti, create da non molto tempo, mancano qualche volta di quadri dirigenti e degli strumenti di lavoro. E non parliamo, poi, dell’inesistenza di simili scuole in alcuni paesi e così come di quelle di ricerca e di riflessioni teologico-pastorali.

I mezzi di comunicazioni sociali, di grande importanza oggi nella catechesi, sono ancora ai primi passi e non ne ricaviamo un sufficiente profitto per mancanza di specialisti[69], di strumenti, di montaggi soddisfacenti e soprattutto di mezzi finanziari. Senza denaro non si può né formare gli insegnanti ed i catechisti, né dar loro di che vivere in maniera decente, né pubblicare e mettere a loro disposizione gli strumenti di lavoro necessari.

Di fronte a queste realtà, era ovvio che l’Episcopato africano convocato a Roma per aprile 1994 da Giovanni Paolo II, il 6 gennaio 1989, per un sinodo dei vescovi per l’Africa dovesse affrontare sul serio queste sfide. Il tema scelto ne dice qualche cosa: “L’Eglise en Afrique et sa mission evangelisatrice vers l’an 2000. Vous serez mes témoins (Actes 1, 8)”. E alla conclusione dei lavori sinodali, i vescovi, nel loro messaggio finale, evidenziarono 5 sfide da affrontare nell’evangelizzazione dell’Africa nel terzo millennio: l’annuncio del Vangelo, l’inculturazione, il dialogo, la giustizia e la pace, le comunicazioni sociali[70].

 

4. Le prospettive di una nuova catechesi dopo il sinodo africano

 

Questo sinodo risponde ad una richiesta dei teologi africani fatta già durante il colloquio di Abidjan del 1977[71] quella di “un concilio africano”, appoggiata poi dai loro vescovi e che trovò anche il consenso di massima di Paolo VI. Le indicazioni più rilevanti e qualificanti dei teologi africani sottolineavano la necessità di un incontro tra Chiese d’Africa per valutare l’esperienza del cristianesimo in Africa e soprattutto per aprire delle prospettive per il futuro. In qualche modo, queste indicazioni, per lo più smussate nei loro toni palesemente provocatori, si ritrovano in parte nei documenti preparatori[72], negli interventi dei vescovi al sinodo[73] e soprattutto nell’esortazione postsinodale Ecclesia in Africa[74].

 

        Le questioni relative alla catechesi sono suggestive rispetto alla preoccupazione che il sinodo porta al ministero della parola, alla educazione della fede e all’ azione della Chiesa e esperienza di Chiesa in seno alle Chiese d’Africa. Giacché il “Catechismo della Chiesa Cattolica” (1992-1996) e il “Direttorio Generale per la Catechesi” (1997) diedero dei contenuti fondamentali[75] per la compilazione dei catechismi nazionali redatti a cura delle Conferenze episcopali.

        E sulla compilazione dei catechismi nazionali, non è che si è fatto granché dopo il sinodo africano. Il libro di A. Babé ne rivela le cause e ne propone le vie d’uscita[76]. Di fatto, la situazione attuale della catechesi in Africa si presenta in questo modo:

 

-         il suo contesto: nelle parrocchie, nelle succursali, nelle famiglie e nelle comunità ecclesiali viventi più che nelle scuole[77];

-         i catechisti: passaggio dai catechisti formati ai volontari (Mamme, padri e giovani) presentati al parroco dalle comunità ecclesiali viventi;

-         il metodo: trasmissione dell’insegnamento catechistico in forma delle domande – risposte da memorizzare e riprodurre come tale;

-         la presenza dei differenti movimenti e gruppi ecclesiali degli adulti, giovani e fanciulli;

-         nuova visione di chiesa: le comunità ecclesiali viventi (CEV) guidate dai laici (a Kinshasa/R.D. del Congo sono chiamati bakambi = guide);

-         Problematiche particolari legate all’Africa contemporanea: le lingue africane e le difficoltà di traduzione, di adattamento; la sfida della modernità, dell’inculturazione, delle comunicazioni sociali e del dialogo con le religioni tradizionali africane e l’Islam.

 

Rispetto al passato, nuovi orientamenti stanno finalmente affermandosi. I suggerimenti del sinodo su una nuova visione della Chiesa, come famiglia di Dio in Africa, danno molta importanza alle basi antropologiche e culturali della tradizione africana[78]. L’Università Cattolica dell’Africa dell’Est (CUEA) ne ha discusso durante il Simposio sul dialogo tra fede e cultura: “The Gospel as Good News for African cultures[79].

Oggi, la Chiesa d’Africa avanza verso un approfondimento di ciò che si può chiamare una “catechesi dell’oralità[80]. Perché l’Africa nera rappresenta una civiltà dell’oralità, in cui il modo di comunicazione privilegia la parola, il simbolo, il contatto vissuto e concreto[81]; questa civiltà considera la parola come una potenza misteriosa e partecipante del dinamismo dell’essere, in cui “parlo, dunque sono; parlo, dunque faccio; parlo, dunque sono in comunione con gli altri[82]. In queste civiltà, l’educazione è legata alla vita; essa sfrutta e segue il corso degli eventi che ritmano la vita della comunità[83].

            Ma bisogna però precisare. Questi metodi della “catechesi dell’oralità” non disprezzano il libro, piuttosto lo usano nelle reti dell’oralità, per esempio nella personificazione della parola, l’intronizzazione del libro, l’introduzione del ritmo e del canto nella proclamazione della Parola[84].

        Cosicché, in questa fase in cui la catechesi appare oggi fortemente legata all’opzione prioritaria per l’evangelizzazione, condizionata a sua volta dalla situazione culturale e religiosa del mondo attuale, profondamente cambiato riguardo al passato anche prossimo, molte Conferenze Episcopali africane stanno cercando di privilegiare[85]:

 

-         una catechesi più liturgica: i piccoli catechismi sono elaborati in funzione delle differenti tappe dell’anno accademico. E alla fine di ogni trimestre, è prevista una sosta con celebrazione. Queste celebrazioni hanno per scopo di fare vivere ai catechisti tutto ciò che hanno potuto imparare e conoscere della persona di Cristo, della vita e del messaggio di Gesù Cristo.    

-         una catechesi più iniziatica di tipo catecumenale: I programmi scolari dei nostri catechismi sono stesi sui 6 anni della scuola elementare. I catechismi che introducono ai sacramenti dell’Eucaristia e della Cresima sono elaborati in vista di fare cogliere ai catechizzati l’importanza e il ruolo di questi sacramenti nella vita dell’individuo, la sua relazione agli altri e la sua vita relazionale con il Dio di Gesù Cristo. Si tratta di una catechesi della vita e non del sapere: offrire una vita e non trasmettere un sapere, fare dei testimoni e non dei maestri.

-         Una catechesi contestuale: realizzata nelle comunità ecclesiali viventi o nelle famiglie. Queste comunità fanno sempre una condivisione della Parola e del commentario biblico. Ciò ha una grande ripercussione sulla vita di tutti i giorni e sulle preoccupazioni collettive. Ecco un modello dell’incontro sulla Parola di Dio proposta dall’Istituto di Lumko[86]:

 

 

1. Invitiamo il Signore: ci ricordiamo che il Signore risorto è con noi; qualcuno vuole invitare il Signore a venire fra noi affinché l’accogliamo?

2. Leggiamo la Parola di Dio: apriamo la Bibbia al libro di …. capitolo…(quando tutti hanno trovato la pagina); qualcuno vuol leggere i versetti da…..a…..; spiegazione della Parola.

3. Meditiamo questa Parola di Dio: scegliamo qualche parole o piccole frasi del testo scelto. Leggiamole a voce alta, a modo di preghiera e ripetiamole tre volte (il silenzio tra ogni ripetizione deve essere abbastanza lungo, perché ciascuno, se lo desidera, possa ripetere in silenzio dentro di lui le stesse parole una o due volte). Alla fine di questo scambio, qualcuno vuol leggere lo stesso brano.

4. Preghiamo in silenzio: facciamo ora silenzio per … minuti e lasciamo che Dio ci parli personalmente.

5. Scambio:  quale parola ci ha colpito personalmente? Facciamo uno scambio con il gruppo. Non si discute su nessun intervento, anche se qualcuno, non facendo lo scambio in maniera personale, dà una spiegazione o vuol lanciare una discussione. (Alla fine di questo scambio, il gruppo può scegliere una Parola Viva). Quale parola del testo vogliamo prendere come “Parola di vita” per la settimana, per questo mese?

6. Programmiamo un gesto: scambiamoci le idee su un’attività che il nostro gruppo è chiamato a fare nel nostro ambiente (parrocchia, comunità, ecc…). Facciamo una verifica su come abbiamo o non abbiamo fatto quanto proposto la volta scorsa. Quale gesto possiamo fare in un prossimo futuro? Siamo concreti: chi lo deve fare, dove, quando e come? (A questo punto, possiamo dirci come l’ultima “Parola di vita” ha influenzato le attività della nostra vita quotidiana).

7. Preghiamo insieme: chiudiamo il nostro incontro con un momento di preghiera: chi lo desidera può fare una preghiera spontanea ad alta voce. (Alla fine di questo scambio) concludiamo la nostra riunione con una preghiera o un canto conosciuto da tutti.

 

Se andiamo a vedere il lavoro catechistico sul terreno, ci accorgeremo che ciò che si sta facendo in Africa Occidentale è diverso dall’Africa Centrale, dall’Africa Australe e dell’Africa orientale.

 

      

4.1. Le prospettive della catechesi nell’Africa Occidentale[87]

 

La CERAO (Conferenza Episcopale Regionale dell’Africa Occidentale Francofona)[88] da parte sua vuole che la catechesi cristiana sia una iniziazione vitale sul modello dell’iniziazione tradizionale africana[89] perché deve mirare alla crescita continua dei neofiti. Proporre un catechismo fatto con il sistema delle domande e risposte non aiuta l’uomo africano ad abbracciare la fede cristiana con l’intento di una crescita continua, ma solo a memorizzare le verità della fede in vista dell’ammissione ai sacramenti. E non è difficile capirne il perché.

        E’ qui trova eco il resoconto dell’incontro della commissione di catechesi e liturgia dell’Africa dell’Ovest francofona “Diventare cristiano in Africa: ricerca sulle tappe catechistiche e liturgiche dell’iniziazione nelle comunità cristiana[90]. Nonostante questo incontro sia stato riservato ai francofoni, i suoi risultati sono stati percepiti anche nei paesi anglofoni dell’Africa Occidentale (AECAWA[91]). Basta vedere i testi catechistici prodotti dai centri catechistici del Ghana[92] e del Nigeria[93].

        Ecco i tre aspetti caratteristici di questa catechesi pre-sinodale[94] ancora in uso:

 

per una crescita continua, una catechesi di tipo catecumenale[95],

per il suo carattere inculturato, una catechesi più incarnata,

per la sua dimensione comunitaria, una catechesi vissuta in Chiesa.

 

 

4.2. Le prospettive della catechesi nell’Africa Centrale (ACEAC[96] e ACERAC)

 

Quando già agli inizi degli anni 1970, nel quadro della sua famosa campagna del “retour à l’authenticité” (ritorno alla autenticità dei valori ancestrali), il Presidente Mobutu Sese Keko dell’antico Zaire forzava i suoi concittadini ad abbandonare i loro nomi cristiani, gli altri presidenti dell’Africa Centrale (come nel Congo-Brazzaville, nella Repubblica Centrafricana, nel Cameroun, nel Ruanda e Burundi) continuavano ad imporre la loro politica ideologica dei sistemi marxisti. Questo non facilitò la pastorale catechistica, ma la stimolò.

L’insegnamento della religione nelle scuole cattoliche, che in questi paesi francofoni, per tradizione, era considerato come l’ora di catechesi, fu reso d’ora in poi facoltativo per gli uni e proibito per altri. Le  comunità ecclesiali viventi (CEV), la famiglia e la parrocchia, comunità delle comunità, diventarono ancora di più luogo di catechesi, in cui i laici si resero attivi, disponibili e responsabili nelle attività ecclesiali.

 Per certi versi le CEV e le famiglie non ben organizzate, poiché vivono occasionalmente dei momenti di catechesi, corrono  un pericolo, quello di non impegnarsi tanto in una catechesi sistematica. Per loro, si tratta piuttosto di approfittare degli eventi della vita e dei problemi che si pongono, per approfondire le questioni alla luce della fede cristiana. Di fronte a queste situazioni, i vescovi si impegnano a formare dei catechisti leader delle comunità affinché si prendano cura della loro organizzazione.

Dietro questo sforzo, si profila un nuovo modello di pastorale e di metodo di evangelizzazione. Se la prima evangelizzazione detta “missionaria” è sempre attuale e necessaria in molti di questi paesi, come primo annuncio del Vangelo ai non-cristiani, questa tappa è ormai superata in molte zone  perché hanno più bisogno di una evangelizzazione pastorale che mira a fortificare e a nutrire il popolo di Dio e a fondare veramente la Chiesa locale africana nei suoi ministri, nelle strutture di pensiero e di organizzazione e nelle sue risorse.

Sul piano dottrinale, l’adozione di una ecclesiologia comunionale, stimolata dal Sinodo africano, valorizza la partecipazione attiva e responsabile di tutti i membri del popolo di Dio secondo la diversità dei ministeri e dei servizi suscitati nel suo seno dallo Spirito Santo che edifica il Corpo di Cristo.

Questo influisce sulla catechesi in tal modo che il problema maggiore della trasmissione è di rimanere fedele:

 

agli uomini contemporanei, malgrado le differenti realtà,

alla tradizione e al Vangelo,

alla cultura propria della regione.

 

Di fronte alla realtà antropologico-sociologica africana, la domanda è: come proporre il Vangelo come Buona Novella in mezzo ad una società dilaniata? Come possiamo fare perché il Vangelo risuoni come Parola di Salvezza? Come costruire un cristiano adulto nella fede? In fondo, questi sono problemi di linguaggio e di inculturazione.

Nel voler rispondere a queste domande, la catechesi in queste Chiese non riesce a fare quel salto di qualità che ci si aspetta. Lasciando così dei problemi, tra cui la formazione religiosa e cristiana dei fedeli. Di fatto, ci rendiamo conto che l’attuale catechesi ci appare, sul piano di contenuto, se non retrograda, almeno sproporzionata in rapporto alle realtà storiche del momento; e nella sua metodologia, dà l’impressione di essere poca incisiva per suscitare delle conversioni nei fedeli.

Nel modo di fare la catechesi, possiamo denunciare: il pragmatismo empirico, la superficialità e l’improvvisazione che caratterizza i nostri incontri di catechesi; la tendenza verso una pastorale infantile e della terza età; il disinteresse da parte del clero locale e di alcuni religiosi; il deficit del processo d’iniziazione cristiana e della trasmissione della fede alle nuove generazioni; infine la mancanza di una strategia adeguata in vista della formazione dei fedeli adulti. Per rispondere a queste sfide, da parte sua, la Conferenza Episcopale Nazionale del Congo ha pubblicato: “Nouvelle évangélisation et catéchèse dans la perspective de l’Eglise-Famille de Dieu en Afrique. Instructions à l’usage des agents de l’évangélisation et de la catéchèse en République Démocratique du Congo »[97].

 

4.3. Le prospettive della catechesi nell’Africa orientale (AMECEA[98]) e australe (IMBISA[99])

 

Le opzioni prioritarie della catechesi[100] in queste parti d’Africa secondo gli orientamenti officiali, possono riassumersi come segue:

 

-             destinatari: una catechesi di tipo catecumenale[101] che preferisce indirizzarsi a degli adulti oppure a dei giovani.

-             contenuto: una catechesi kerigmatica, dottrinale e antropologica che considera l’esperienza personale, comunitaria e socio-politica come parte del contenuto.

-             linguaggio: una catechesi inculturata in ogni etnia e in ogni gruppo socio-culturale, che nella comunità ecclesiale o nella parrocchia tenta di evangelizzare la cultura tradizionale dei padri e madri di famiglia.

-             strumenti: una catechesi che considera la Parola di Dio (Bibbia e Tradizione) come la sua principale fonte e il suo principale manuale.

-             metodo: una catechesi induttiva che prende in considerazione le situazioni socio-culturali, religiose ed economico-politiche del destinatari, armonizzate con l’annuncio kerigmatico di Gesù Cristo Salvatore che trasforma e santifica tutta la realtà della vita.

-             luoghi[102]: la famiglia, la parrocchia e le sue succursali, la comunità ecclesiale di base e la scuola privata cattolica.

-             centri di ricerca e di riflessione catechistica: Gaba (Uganda), Eldoret (Kenya), Lumko (Sudafrica).

 

Conclusione

 

        Non avendo una tradizione catechistica come quella europea o latinoamericana, l’attività catechistica in Africa, all’inizio di questo terzo millennio e nell’attuale situazione in cui si trova l’Africa, non può essere lasciata solo all’iniziativa di qualche missionario o relegata tra le molteplici attività meno importanti della pastorale ecclesiale, ma deve occupare il primo posto attraverso degli impegni concreti:

Il primo è quello della presa di coscienza che la catechesi è opera di tutta la Chiesa e non solo di alcuni cristiani. Per questo, si devono investire mezzi e personali formati perché questa sia fattibile attraverso l’organizzazione dei Congressi o Settimane Panafricane di studi catechistici.

Il secondo è che il processo di inculturazione della catechesi, al di là del contenuto, deve coinvolgere anche gli aspetti metodologici e pedagogici con l’aumento delle capacità creative.

        Infine, l’urgenza di una catechesi sociale che si rivolga alle realtà politiche, militari e sociali dove si prendono delle decisioni importanti per la vita di tutti. Il luogo ideale sono le comunità ecclesiali viventi dove il catecumenato è preso come modello, non solo della catechesi degli adulti, ma di tutta la catechesi.

        L’Africa ha bisogno di Cristo e del suo Vangelo per superare certe logiche e strategie[103]. Perché l’Africa non può, nel suo cammino di rinnovamento catechistico, non riflettere attorno a questi 5 “cantieri” in cui la catechesi in Europa ha intrapreso il suo rinnovamento e si è situata in modo nuovo in un mondo in piena mutazione[104]:

-         il cantiere dell’analisi culturale,

-         il cantiere della riflessione teologica,

-         il cantiere pedagogico,

-         il cantiere della organizzazione della catechesi,

-         il cantiere spirituale.  

 


[1] B. N’DOUR, “La situation de la catéchèse en Afrique”, in Catéchèse 172 (2003) 3, p. 67.

[2] I discepoli di P. Libermann diventano i Padri dello Spirito Santo, nel 1848; Le Missioni Africane di Lyone, 1856; Le Missioni Africane di Verona, 1867; I Padri Bianchi, 1868; Pie Madri della Nigrizia, 1872. Cf., F. CIALINI, Catecumenato e battesimo in Africa dal secolo XIX al Concilio Vaticano II, edizioni Università Urbaniana, Roma 1972, pp. 30-37.

[3] I Padri dello Spirito Santo: nel Gabon, 1844 e l’anno dopo nel Senegal; nel Lagos, 1862; nel Mozambico e Zanzibar, 1862; nella Sierra Leone, 1864; in Angola, 1873. I Padri Bianchi cominciano la conquista del centro dell’Africa nel 1874. Gli Oblati di Maria Immacolata nel Natal, 1850. I Gesuiti, nel Madagascar centrale, 1845; ecc… Cf. A. SEUMOIS, “Africa”, in J. GEVAERT (ed.), Dizionario di Catechetica, ElleDiCi, Leumann (To) 1987, p. 19.

[4] P. BRASSEUR, “Catéchèse et Spiritains à la côte d’Afrique, de Mgr. Truffet à Mgr. Carrié (1847-1898) », in Spiritus 105 (Décembre 1986), p. 406.

[5] Cf., TH. OHM, Faites des disciples de toutes les nations, vol. 1, Cerf, Paris 1964, p. 272.

[6] J. GAY, La doctrine missionnaire du Vénérable Père Libermann, (S.E), Paris 1945, p. 146.

[7] A. REMMELAERE, La préparation au baptême dans les missions de l’Afrique Noire, (S.E.), Louvain 1950, pp. 4-5.

[8] D. COMBONI, “Piano per la rigenerazione dell’Africa”, in Archivio Comboniano, II, Roma 1966, pp. 27-28.

[9] Ibidem, pp. 17-18.

[10] Instructions de Son Eminence le Cardinal Lavigerie à ses missionnaires, Maison-Carrée 1927, p. 129.

[11] Ibidem, p. 130; 131; 249-250.

[12] Ibidem, pp. 131-132.

[13] Ibidem, p. 132.

[14] Questo sistema fu adottato anche per i motivi legati alla teologia missionaria “della salvezza delle anime” di quell’epoca: cf., R. GHIBELLINI (a cura di), Percorsi di teologia africana, Queriniana, Brescia 1994.

[15] F. CIALINI, Catecumenato e battesimo in Africa…op. cit.

[16] L’origine risale alla fine del sec. XIX ed è dovuta al P. Emile van Hencxthoven (1852-1906), Gesuita, che, in 13 anni di vita missionaria nel vicariato di Kwango (Congo-Belga), fondò sei stazioni principali collegate da circa quattrocento Ecoles-chapelles e Fermes-chapelles. In seguito, per ostilità governativa e per le imposte, il metodo subì una crisi, finché nel 1933 fu abbandonato del tutto per ordine del Delegato Apostolico; Cf. E. LAVEILLE, L’Evangile au centre de l’Afrique – Le P. Van Hencxthoven, (S.E.), Lovanio 1926; E. THIBAUT, Les Jésuites et les fermes-chapelles. A’ propos d’un débat recent, (S.E.), Bruxelles 1911.

[17] B. BERNARDI, “La nuova pastorale africana. Metodo pastorale pre-conciliare…”, in Le Missioni Cattoliche 2 (1967), p. 95.

[18] “Il metodo dei villaggi cristiani”, in Revue Missionnaire des Jésuites Belges, (1930), p. 131ss.

[19] H. MAURIER, “La mission demani?”, in Eglise et Mission 207 (1977), pp. 9-23.

[20] In molte regioni e istituzioni cristiane, religione e religiosa corrispondono concretamente ai contenuti della fede e alle diverse espressioni della vita cristiana (sacramenti, preghiera, dovere morale, ecc.). In questo senso, educazione religiosa e formazione religiosa designano chiaramente i tempi di approfondimento della fede, ciò che è precisamente la catechesi. Cf., E. ALBERICH, La catéchèse dans l’Eglise, Cerf, Paris 1986, p. 63.

[21] B. BERNARDI, “La nuova pastorale africana…”, art.cit., p. 95.

[22] Cf., Il programma di una competente istruzione del Catecumenato secondo la Sacra Congregazione di Propaganda Fide, 18 ottobre 1883, coll. n. 594.

[23] Cf., Première Conférence Plénière des Ordinaires des Missions du Congo Belge et du Ruanda-Urundi, Leopoldville 1932, pp. 138-139.

[24] Cf., Troisième Conférence Plénière des Ordinaires des Missions du Congo Belge et du Ruanda-Urundi, Leopoldville 1945, pp. 207-208.

     [25] Cf. P. BRAIDO, Lineamenti di storia della catechesi e dei catechismi. Dal tempo delle riforme all’età degli imperialismi (1450-1870), ElleDiCi, Leumann (To) 1991.

[26] Cf., Archives C.S.S., p. 152-B-IV, Arragon a Libermann, Gennaio 1846.  Qualche anni più tardi, nel momento delle difficoltà con la prefettura apostolica, Egli gli rimproverava di non predicare in Wolof a Saint-Louis quando invece lo faceva bene a Gorée… (Archives C.S.S., p. 155-B-II, Arragon al Padre Generale Schwidenhammer, 8 febbraio 1853).  

[27] D. BOILAT, Esquisses Sénégalaises, P. Bertrand, Paris 1853, p. 153.

[28] Cf. U. GIANETTO, « Monaco (metodo di) », in J. GEVAERT (ed.), Dizionario di Catechetica…op. cit., pp. 440-441.

[29] Cf., in Le Bulletin des Missions 22 (1948), pp. 258-279 ; IDEM, « Les bases de notre catéchèse en Afrique », in Orientations Pastorales 62 (1959), pp. 59-68.

[30] Cf., ISTITUTO DI CATECHETICA (UPS/Roma), Andate, insegnate. Manuale di Catechetica, ElleDiCi, Leumann (To) 2002, p. 71.

[31] Cf. Actes de la VIe Assemblée Plénière de l’Episcopat du Congo, Léopoldville 1961.

[32] Cf. Actes de la VIe Assemblée…op. cit., pp. 161-168.

[33] “Settimana internazionale di studi sulla catechesi nei paesi di missione” tenutasi a Eichstatt presso Monaco di Baviera (Germania/ 21 – 28 luglio 1960), aperta a vescovi, missionari e catecheti dei territori di missione, ma anche d’Europa e di altri paesi. La divulgazione delle idee “kerigmatiche” in catechesi avvenne soprattutto in questa Settimana Internazionale. Il resoconto di questa settimana è stato pubblicato in lingua francese dalle edizioni du Cerf (1964) con il titolo Renouvellement de la catéchèse.

[34] Cf., « La Semaine d’Etudes Catéchètiques de Katigondo », in Revue du Clergé Africain 19 (novembre 1964), pp. 501-584 ; W. BULHMANN, “La situation catéchètique actuelle en Afrique”, in Revue du Clergé Africain 19 (novembre 1964), pp. 508-530; B. MANGEMATIN, « Catéchèse biblique en Afrique », in Revue du Clergé Africain 19 (novembre 1964), pp. 549-563 .  

[35] Cf., B. MANGEMATIN, “Valeur catéchètique de la liturgie“, in Revue du Clergé Africain...op.cit., pp. 564-584.

[36] Cf., X. SEUMOIS, “Adaptation de la catéchèse moderne à l’Afrique d’aujourd’hui », in Revue du Clergé Africain... op. cit., pp. 532-548.

[37] Cf., Ed. Lumen Vitae, Bruxelles 1956.

[38] Il resoconto di questi due settimane di studi è stato pubblicato dal Centro Catechistico di Madidi in collaborazione con Lumen Vitae: Formation religieuse en Afrique noire (1956); Le Christ au Foyer (1958).

[39] Cf., La vita familiare cristiana in africa oggi. Raccomandazioni della 5a assemblea plenaria del SCEAM, 24-30 luglio 1978; La Chiesa e la promozione umana in Africa oggi. Esortazione pastorale della 7e assemblea plenaria del SCEAM, Luglio 1984.

[40] M. CHEZA – H. DERROITTE – R. LUNEAU (éd.), Les évêques d’Afrique parlent (1969-1992). Documents pour le synode africain, Centurion, Paris 1992, pp. 35-113.

[41] Si passa infatti da un catechismo da imparare a memoria a dei testi catechistici, per fanciulli e adolescenti, da usare nelle scuole cattoliche.

[42] D. KEMBE EJIBA, “Pour une catéchèse narrative en contexte africain”, in Lumen Vitae 2 (2000), pp. 189-199.

[43] Suo è il nuovo catechismo « Africa’s way to life”, ben parlato dal Prof. A. Exeler.

[44] Il primo congresso fu tenuto sempre a Roma dal 10 al 14 ottobre 1950.

[45] “Quelques Instituts de pastorale catéchétique en Afrique et à Madagascar », in Lumen Vitae n.2 (1972), pp.

[46] Cf. M. VAN CASTER, “Catéchèse selon l’esprit du Vatican II”, in Lumen Vitae 21 (1966), pp. 11-28 ; E. ALBERICH, « La pedagogia catechistica dopo il Concilio », in Orientamenti Pedagogici 16 (1969), pp. 292-325; M. SIMON, « Vatican II et le mouvement catéchètique », in Revue théologique de Louvain 9 (1978), pp. 59-82.

[47] Gruppo anglofono: “Tous les membres de la communauté doivent reconnaître que cette éducation religieuse est un processus qui continue jusqu’à la mort. La vie africaine qui initiait chacun aux diverses étapes de la vie dans ses rites de passage peut nous offrir un plan à suivre » (Rencontre panafricano-malgache des laics, numéro spécial, « Laics aujourd’hui », Bulletin du Consilium de laicis, 1972, p. 195).

Gruppo francofono, circa la ricerca catechistica: “La partecipazione des laics en ce domaine consiste en particulier dans l’information qu’ils donnent pour une meilleure connaissance des divers milieux à évangéliser et de la mentalité africane” ( Ibid., p. 192).

[48] Acts of the Second Plenari Assembly of the Symposium of Episcopal Conference of Africa and Madagascar, Abidjan 1970, p. 44.

[49] Cf. E. GARCIA AHUMADA, « Pourquoi la catéchèse a changé en Amérique Latine », in Lumen Vitae 40 (1985), pp. 69-72 ; IDEM, “Situation actuelle de la catéchèse en Amérique Latine”, in Lumen Vitae 2 (2000), pp. 171-188; E. ALBERICH, « La catechesi nei documenti della chiesa latinoamericana: da Medellin a Puebla”, in Istituto di Catechesi Missionaria della Pontificia Università Urbaniana (ed.), Andate e insegnate (commentario dell’Esortazione Apostolica Catechesi Tradendae di Giovanni Paolo II), EMI, Bologna 1980, pp. 616-632; ISTITUTO DI CATECHETICA (UPS/Roma), Andate, insegnate…op.cit., pp. 75-78.

[50] Cf. J. M. CASSE, “Catechesis for the 80’s in the Asian context”, in East Asian Pastoral Review 17 (1980) 2, pp. 187-193; 4, pp. 304-320; ISTITUTO DI CATECHETICA (UPS/Roma), Andate, insegnate…op. cit., p. 78.

[51] M.- J. AGOSSOU, Christianisme africain. Une fraternité au-delà de l’ethnie, Karthala, Paris 1987.

[52] J. M. ELA – R. LUNEAU, Eglises d’Afrique et voies nouvelles, Karthala, Paris 1981; J.N.K. MUGAMBI – L. MAGESA, The church in African christianity innovative essays in ecclesiology, African Challenge series, Nairobi 1990.

[53] J. MALULA, « L’Eglise à l’heure de l’africanité », in L. DE SAINT MOULIN (ed), Œuvres complètes du Cardinal Malula, Vol. III, Paulines, Kinshasa 1997, p.49.

[54] SYNODE DES EVEQUES 1977, Réalités et avenir de la catéchèse dans le monde, Centurion, Paris 1978.

[55] Intervenendo al Sinodo del 1977, il Cardinal Arinze, allora Arcivescovo di Onitsha (Nigeria), affermava : « Suite à la nationalisation des écoles, on recherche d’autres routes pour la catéchèse, comme la famille, la paroisse, les églises des stations missionnaires de village, les groupes de jeunes, les organismes de l’apostolat des laics et les moyens de communications sociales ». Cf. Le synode, les laics et la catéchèse (Bulletin du Pontificium Consilium pro laicis) 25 (1978), p. 46.

[56] G. GROPPO, “Le synode 1977 et la catéchèse. Réflexions et commentaires », in Le synode, les laics et la catéchèse… op. cit., pp. 9-18 ; Cf., J. MALULA, « L’Eglise à l’heure de l’africanité… op. cit., p. 55 ; P. KALILOMBE, « Les communautés de base et la transmission de la foi », in Lumen Vitae 43 (1988), pp. 397-406 ; J. GONEY, « Les communautés ecclésiales de base : échos d’Afrique de l’Est », in Lumen Vitae 43 (1988), pp. 407-418 ; B. UGEUX, Les petites communautés chrétiennes, une alternative aux paroisses ? L’expérience du Zaire, éd. St. Paul, Kinshasa 1988.

[57] B. D’AVANZO, Radici africane e fede cristiana, EDB, Bologna 1989, p. 147.

[58] All’interno di un nuovo contesto pastorale, laddove la fede vuole incontrare l’uomo concreto con la sua personalità, la sua cultura, la sua mentalità, nella quotidianità, emergono le CEB, come un vivaio, una nuova rete di relazioni vitali, articolate sul passato (tradizioni), sul presente (modernità) e sul mondo trascendente (spirituale).

[59] Stampato dalle Presses de l’Imprimerie de la Savane, Bobo-Dioulasso 1977.

[60] Cf., « Déclaration des évêques d’Afrique et de Madagascar présents au 4e Synode épiscopal mondial, 20 octobre 1974 », in La Documentation Catholique 1664 (1974), p. 995 ; M. CHEZA – H. DERROITTE – R. LUNEAU (éd.), Les évêques d’Afrique parlent (1969-1992)…op. cit.

[61] Cf., I. De SOUZA, « La difficile recherche d’un langage africain de la foi », in Spiritus 50 (septembre 1972), pp. 268-283 ; F. KABASELE LUMBALA, « Synode africain et perspectives d’une nouvelle catéchèse », in Lumen Vitae 2 (juin 1993), 217-222 ; J. BAUR, 2000 ans de christianisme en Afrique. Une histoire de l’Eglise africaine, Paulines, Kinshasa 2001.

[62] SYNODE DES EVEQUES POUR L’AFRIQUE, Lineamenta, Libreria Editrice Vaticana, Cité du Vatican 1993, n.8.

[63] J. CAUVIN, “Réflexion sur une catéchèse au Mali”, in Spiritus n.50 (septembre 1972), pp. 249-267.

[64] Come ne constata giustamente il Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso nel 1989, “numerosi cristiani, nei momenti critici della loro vita, fanno ricorso alle pratiche della religione tradizionale: alle case di preghiera, ai centri di guarigione, ai “profeti”, alla magia o agli indovini. Altri sono attirati dalle sette o dalle cosiddette “chiese indipendenti”, dove sentono che alcuni elementi della loro cultura sono più rispettati… In certi paesi africani, anche alcuni membri dell’élite intellettuale dichiarano di aderire alla religione tradizionale”. “Attenzione pastorale alla religione africana tradizionale. Lettera del Presidente del Segretariato per i non cristiani ai Presidenti delle Conferenze Episcopali d’Africa e di Madagascar”, in Il Regno-Documenti, 3 (1989), p. 73.

[65] Cf., MULAGO GWA CIKALA MUSHARHAMINA, La religion traditionnelle des Bantu et leur vision du monde, Presses Universitaires du Zaire, Kinshasa 1973 ; KIPOY-POMBO, « La visione dell’uomo nella religione tradizionale dell’Africa sub-sahariana”, in Teresianum 2 (1998), pp. 305-335; COORDINAMENTO DI INIZIATIVE POPOLARI DI SOLIDARIETA INTERNAZIONALE, Dentro e fuori la globalizzazione passando per l’Africa, Città Nuova Editrice, Roma 1999; E. GRASSO, Mondialisation, marginalisation, nouvelle évangélisation. Un défi pour l’Eglise en Afrique, Centre d’Etudes Redemptor Hominis, Mbalmayo (Cameroun) 2003.

[66] Cf., MUKULU MUAMBA, « Problèmes actuels de la catéchèse en Afrique noire », in L’évangélisation dans l’Afrique d’aujourd’hui (Actes de la 10e semaine théologique de Kinshasa), Facultés Catholiques de Kinshasa, Kinshasa 1980, p. 227.

[67] E. J. PENOUKOU, Eglises d’Afrique. Propositions pour l’avenir, Karthala, Paris 1984 ; R. LUNEAU, Laisse aller mon peuple ! Eglises Africaines au-delà des modèles ? Karthala, Paris 1990.

[68] J. GEVAERT, “Congressi Catechistici Internazionali”, in J. GEVAERT (ed.), Dizionario di Catechetica, ElleDiCi, Leumann (To) 1986, p. 173.

[69] D. KEMBE EJIBA, “L’importance du récit en catéchèse. Repères pour une catéchèse narrative », in H. DERROITTE (éd.), Théologie, mission et catéchèse, Novalis – Lumen Vitae, Bruxelles 2002, pp. 149-164.

[70] Cf. “Messaggio del Sinodo (6 maggio 1994)”, in Il regno-documenti 11 (1994), pp. 321-342; EinAf, nn. 57-71.

[71] Al colloquio di Abidjan (12-17 settembre 1977) su “ Civilisation noire et Eglise Catholique”, Présence Africaine, Paris 1978, F. Eboussi Boulaga aveva, per primo, espresso questa idea nel suo articolo “Pour une catholicité africaine. Etapes et organisation”, pp. 331-370.

[72] La Santa Sede chiedeva allora a tutte le diocesi d’Africa d’inviare a Roma dei lavori indicando le loro difficoltà e i loro progetti. Cf., La Documentation Catholique, 1978 (19 décembre 1989), p. 204.

[73] Cf., M. CHEZA (éd.), Le Synode africain. Histoire et textes, Karthala, Paris 1996 ; R. LUNEAU, Paroles et silences du Synode africain (1989-1995), Karthala, Paris 1997.

[74] JEAN-PAUL II, Ecclesia in Africa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1995.

[75] Il Direttorio Generale per la Catechesi (1997), una revisione del Direttorio catechistico generale (1971), insiste sulla Dottrina Sociale della Chiesa e parla (DGC 130) di sette elementi fondamentali per la catechesi, aggiungendo alle quattro parti del Catechismo (Credo, Sacramenti, Comandamenti, Preghiera), “l’Antico Testamento, la vita di Gesù Cristo e la Storia della Chiesa”.

[76] Cf. A. BABE’, Eglises d’Afrique! De l’émancipation à la responsabilité, Bruylant-Academia, Louvain-la-Neuve 1998.

[77] Cf., G. PIRSOUL, « Les communautés sont-elles lieux de catéchèse ? Regards et réflexions », in Lumen Vitae 4 (1988), pp. 367-376 ; J. GUINEY, « Les communautés ecclésiales de base : échos d’Afrique de l’Est », in Lumen Vitae 4 (1988), pp. 407-418 ; J. NTEDIKA KONDE, Les communautés ecclésiales de Base et Les valeurs africaines traditionnelles, Facultés Catholiques de Kinshasa, Kinshasa 1995.

[78] SYMPOSIUM DES CONFERENCES EPISCOPALES D’AFRIQUE ET MADAGASCAR, L’Eglise, Famille de Dieu : Instrumentum Laboris et Lettre Pastorale, SCEAM, Accra (Ghana) 1998.

[79] Cf., THE CATHOLIC UNIVERSITY OF EASTERN AFRICA (ed.), CUEA Publications, Nairobi 1999.

[80] F. KABASELE LUMBALA, “ L’oralité au service de la catéchèse”, in Lumen Vitae 4 (Décembre 1994), pp. 401-412.

[81] V. MULAGO, Simbolismo religioso africano. Estudio comparativo con el sacramentalismo cristiano, Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid 1979; E. MVENG, “Essai d’anthropologie négro-africaine”, in Bulletin de théologie africaine, vol. 1 (juillet-décembre 1979) 2, p. 85ss.

[82] D. NOTHOMB, Un humanisme africain, Lumen Vitae, Bruxelles 1965, pp. 229-239.

[83] HAMPATE BA, “La tradition vivante”, in Histoire générale de l’Afrique, éd. Jeune Afrique, Paris 1980, p. 209.

[84] F. KABASELE LUMBALA, Catéchiser en Afrique aujourd’hui. Apport des traditions orales, Baobab, Kinshasa 1995.

[85] B. N’ DOUR, « La situation de la catéchèse en Afrique »…art. cit., pp. 67-70 ; J. de D. MVUANDA, Inculturer pour évangéliser en profondeur. Des initiations traditionnelles africaines à une initiation chrétienne engageante, Peter Lang, Berne (Suisse) 1998.

[86] Cf. O. HIRMER (ed.), Our Journey Together. A guide for the Christian community to accompany adult catechumens to their journey of faith, St Paul Publications, Kampala (Uganda) 1988.

[87] M. DUJARIER, “Où en est la catéchèse dans les Eglises de la CEREO?”, in Le Calao 98 (1995) 1, pp. 8-12.

[88] Ne fanno parte le conferenze episcopali del Senegal-Mauritania, del Niger, della Guinea Bissau, del Mali, del Burkina Faso, della Guinea, della Costa d’Avorio, del Togo e del Benin.

[89] A. T. SANON – R. LUNEAU, Enraciner l’Evangile en Afrique. Pedagogie de la foi, Cerf, Paris 1986.

[90] Cf., Opera già citata; In Senegal, il catechismo “Chrétiens aujourd’hui” (1997), tradotto in lingue locali, è destinato ai catecumeni. Pubblicato in 3 volumi, segue le tappe liturgiche.  

[91] Association of the Episcopal Conferences of Anglophone West Africa: ne fanno parte i paesi come: Nigeria, Ghana, Sierra Leone, Liberia, Gambie.

[92] Cf. Fin’ora il testo catechistico di base per la preparazione ai sacramenti d’iniziazione cristiana è Come Follow me: 1. A Precatechumenate programme; 2. A catechumenate programme: Part I: Jesus-Christ; Part II: History of God’s people; Part IV: Living the new life of God’s people in the community, Ghana Catechetical Commission, Accra 1984-1986; CATHOLIC BISHOPS’ CONFERENCE OF GHANA (First National Catholic Pastoral Congress), Ecclesia in Ghana. On the Church in Ghana and its evangelising mission in the third millennium (Instrumentum Laboris), National Catholic Secretariat, Accra (Ghana) 1997.

[93] NIGERIA CATECHETICAL COMMISSION, Africa, Our way to life; Africa, Our way through the Bible and Africa, Our way to be God’s messenger, Nigeria Catechetical Commission, Lagos 1984.

[94] Cf., COMMISSION DE CATECHESE POUR L’AFRIQUE DE L’OUEST FRANCOPHONE, Chrétiens aujourd’hui : I. Seigneur qui es-tu ? Année de Précatéchumenat ; II. Dieu nous met en communion avec Lui ; III. Dans l’Eglise Jésus nous fait vivre, Abidjan 1991-1992.

[95] Cf., R. OUEDRAOGO, “Recherches pour un cheminement catéchuménal en pays Mossi”, in Le Calao 47 (1979) 3.

[96] ACEAC (Association des Conférences Episcopales de l’Afrique Centrale) : ne fanno parte le conferenze episcopali della Repubblica Democratica del Congo, del Rwanda e del Burundi. ACERAC (Association des Conférences Episcopales de la Region d’Afrique Centrale): ne fanno parte le conferenze episcopali della Repubblica Popolare del Congo, della Repubblica centrafricana, il Tchad, il Cameroun, il Gabon e la Guinea Equatoriale.

[97] Cf., éd. Secrétariat Général de la CENC, Kinshasa 2000.

[98] Association of Member Episcopal Conferences in Eastern Africa: ne fanno parte le conferenze episcopali del Malawi, della Zambia, della Tanzania, del Kenya, dell’Ouganda, del Sudan e dell’Etiopia.

[99] Inter-Regional Meeting of Bishops of Southern Africa: ne fanno parte le conferenze episcopali dell’Angola, del Botswana, del Lesotho, del Mozambico, della Namibia, del Sao Tomé e Principe, dell’Africa del Sud, dello Zimbabwe, del Swaziland.

[100] Cf., M. CHEZA – H. DERROITTE – R. LUNEAU, Les évêques d’Afrique parlent…op.cit.

[101] Cf., O. HIRMER, Our Journey together…op.cit.

[102] J. GUINEY, “Les communautés ecclésiales de base: échos d’Afrique de l’Est”… art. cit ; AMECEA DOCUMENTATION SERVICE (ADS), Dal 1973 fino 1983, ADS ha pubblicato 48 numeri riguardo alle comunità ecclesiali di base.

98 Cf., Ecclesia in Africa.

[104] Cf., A. FOSSION, “La catéchèse dans un monde en pleine mutation”, in Catéchèse 172 (2003) 3, pp. 97-103.