Iniziazione cristiana: tre domande

Mons. A. Caprioli

alla 51a Assemblea CEI

 

«Alla luce delle precedenti considerazioni sull’immagine di Chiesa soggiacente alla prassi di iniziazione cristiana (IC) e alle difficoltà dell’IC in età minorile, in ascolto della situazione, siamo in grado di intuire quanto il chiarimento teologico conosciuto in questi anni della nozione di IC e la prassi pastorale ad essa connessa debbano essere interpretate come altrettanti segnali di una conversione pastorale della Chiesa nel modo di trasmettere la fede alle future generazioni». Ha un vasto respiro programmatico la relazione tenuta all’ultima Assemblea generale della CEI (19-23 maggio; cf. in questo numero a p. 335) da mons. Caprioli (vescovo di Reggio Emilia e presidente della Commissione episcopale per la liturgia), dedicata al tema dell’iniziazione cristiana.

Consapevole di un cammino trentennale di «rinnovamento della catechesi» da parte dell’Episcopato italiano, la riflessione si colloca nel momento in cui la CEI sta per pubblicare l’ultima di tre note pastorali dedicate all’argomento (per le precedenti, cf. Regno-att. 10,1997,257 e 14,1999,462 ; Regno-doc. 11,1997,343 e 13,1999,437), già approvata dal Consiglio permanente del 24-26 marzo scorsi, e sviluppa e il tema della relazione che intercorre tra «ciò che la Chiesa è e appare agli occhi di tutti» e «le modalità di accoglienza dei nuovi membri nel suo seno». Ne consegue, tra le altre cose, la prospettiva di un ribaltamento della «gerarchia degli investimenti pastorali» tra adulti e minori, che privilegi una pastorale «degli adulti, per gli adulti e con gli adulti».

 

Un invito allo studio e al confronto di esperienze a proposito dei sacramenti della iniziazione cristiana (IC) è oggi particolarmente raccomandato, almeno per due ragioni:

a) anzitutto dalla rilevanza che la questione dell’IC assume nell’attuale contesto. Ciò che di fatto la Chiesa è e appare agli occhi di tutti dipende anche – e in misura tutt’altro che secondaria – dal come essa inizia alla fede, dalle modalità di accoglienza dei nuovi membri nel suo seno e dalle figure di accompagnamento;

b) tale studio inoltre è raccomandato dal particolare intreccio che su questo terreno hanno tra loro problemi pastorali riguardanti il «che cosa fare» – ad es. circa la preparazione, catechesi, celebrazione – e problemi teologici riguardanti il senso stesso dei sacramenti in questione – e dunque l’idea di battesimo, confermazione, eucaristia, e l’idea stessa di Chiesa in essi implicata. Di fatto i due aspetti, quello teologico e quello pastorale, sono in gran parte intrecciati nella stessa letteratura di IC.1

Dividerò la mia riflessione in tre parti, pressappoco rispondenti a queste tre domande fondamentali:

– quali gli orientamenti portanti dell’attuale riflessione ecclesiale sull’iniziazione cristiana? Si tratta di evidenziare alcuni aspetti rilevanti della «immagine di Chiesa», soggiacenti alla prassi di IC;

– quali i principali nodi problematici e insieme le consistenti attese che l’azione pastorale incontra in ambito di pastorale dell’IC? Si tratta di mettersi in ascolto di quanto le nostre Chiese, a partire dal rinnovamento della catechesi, hanno potuto avviare in tema di IC dei fanciulli e dei ragazzi: prassi ancora oggi più diffusa, ma al tempo stesso problematica;

– quali i luoghi attorno ai quali conviene orientare le nostre pastorali di IC, perché si possano identificare meglio percorsi e figure di accompagnamento nella prassi di IC? Si tratta di interpretare i segnali di una «conversione pastorale» della Chiesa nel modo di trasmettere la fede alle future generazioni.

I. Iniziazione cristiana e immagine di Chiesa: orientamenti

È già significativo il fatto che il battesimo abbia inizio proprio da una domanda fatta alla Chiesa: «Che cosa domandi alla Chiesa di Dio?». È la domanda che il ministro rivolge al battezzando, se adulto, o ai genitori-padrini, se bambino. Il battesimo dunque è domandato alla Chiesa, e nello stesso tempo è dato dalla Chiesa. Nessuno si battezza da se stesso, come nessuno si salva da se stesso. Una simile rilevanza ecclesiale della domanda non è cosa facile da far percepire, da trasmettere, come la pratica quotidiana purtroppo ci fa capire: il rischio è che si chieda (e si dia) il battesimo come un rito, un bene proprio o una grazia di cui si ha bisogno, cioè come un qualcosa di esterno all’identità e alla natura stessa della Chiesa.

Domandare il battesimo alla Chiesa invece è domandare «la» Chiesa: cercare la Chiesa, entrare a far parte della sua vita, esservi iniziati. Sembra dunque di dover collocare anzitutto in un rapporto con la Chiesa, intesa come la comunità storico-terrena della salvezza, il senso originario del battesimo cristiano, come sommariamente documenta la tradizione antica già a partire dagli Atti degli apostoli (At 2,41). Si spiega così nell’attuale letteratura teologico-pastorale come acquisizione irrinunciabile e, al tempo stesso, come memoria storica la necessaria correlazione tra battesimo e immagine storico-concreta di Chiesa.

Si pone dunque l’interrogativo: quale immagine storico-concreta di Chiesa è da mettere in rapporto con la prassi di IC? E quali gli aspetti che la compongono? Conviene, prima di affrontare i nodi problematici dell’azione pastorale in ambito di IC, esplicitare alcuni criteri di orientamento sui quali verificare un certo consenso.

Primato dell’evangelizzazione

1. Il primo punto sul quale fermare l’attenzione è il primato dell’evangelizzazione nella vita della Chiesa e del cristiano. È l’orientamento pastorale che è emerso al concilio Vaticano II e che da allora continua a costituire non un problema, ma il problema della Chiesa. La rilevanza del problema spiega i vari orientamenti della Chiesa di oggi a farsene carico: dalla Evangelii nuntiandi di Paolo VI, all’idea della «nuova evangelizzazione» di Giovanni Paolo II, al «progetto culturale orientato in senso cristiano» e ai recenti orientamenti pastorali per il decennio Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia.

L’evangelizzazione è il problema della Chiesa, nel senso che è il problema stesso dell’esserci della Chiesa, che solo nell’evangelizzazione ha la propria ragione d’essere, e quindi vi si identifica: fuori dall’evangelizzazione non c’è azione di Chiesa, ma neppure c’è la Chiesa. Così intesa l’evangelizzazione si dispiega su due direttrici:

a) da un lato, nella priorità dell’annuncio della fede che comporta l’azione di Dio nei sacramenti della Chiesa e nella testimonianza coerente dei cristiani impegnati a vivere l’esistenza umana secondo il Vangelo;

b) dall’altro, ma contestualmente, nell’attenzione e cura dell’esistenza umana dei singoli e della società nelle sue attese, capacità di ricezione, potenzialità di sviluppo che la tengono aperta oggettivamente, anche se inconsapevolmente, al «lievito» evangelico.

È noto che, nella prospettiva dell’evangelizzazione, aveva dato un iniziale impulso il programma pastorale della Chiesa italiana negli anni settanta, Evangelizzazione e sacramenti (relatore mons. Aldo Del Monte), seguito da quello sui Sacramenti di iniziazione cristiana (relatore, allora, mons. Marco Cè). Tale programma aveva individuato due obiettivi in sé validi, ma non abbastanza correlati tra loro nella prassi che ne è seguita:

a) il primo, quello che di fatto ha polarizzato di più l’attenzione negli anni successivi, è quello che punta a «evangelizzare i sacramenti»: insistendo ad es. sulle iniziative di catechesi prima di ricevere i sacramenti, e investendo anche molto sui modi e sui testi di rinnovamento della catechesi e sulla stessa formazione dei catechisti. Assai meno, salvo migliore giudizio, sembra si sia investito su iniziative e figure di accompagnamento dopo i sacramenti ricevuti, con il risultato inevitabile che i sacramenti vengono visti come punti di arrivo, e non anche come punti di partenza, o almeno di continuità nella vita cristiana;

b) il secondo obiettivo, quello a mio giudizio più rilevante, è quello di legare la fede del sacramento suscitata dalla catechesi alla vita della comunità concreta, in particolare insistendo sul coinvolgimento della comunità degli adulti, specialmente della famiglia. L’insistenza sul primo obiettivo e l’indubbio guadagno delle iniziative catechetiche e liturgiche messe in atto in questi anni hanno per così dire lasciato in ombra il secondo degli obiettivi che si era proposto il programma di evangelizzazione e sacramenti, e che chiede ora di essere meglio compreso, a partire dai sacramenti della stessa IC.

L’idea stessa di iniziazione cristiana

2. Un secondo punto riguarda l’idea stessa di iniziazione cristiana, il termine attraverso il quale la riflessione ecclesiale ha designato l’insieme del dispositivo attraverso il quale la Chiesa genera i suoi nuovi figli. È noto, infatti, che il termine e la nozione di IC sono una riconquista relativamente recente del dibattito teologico (si vedano gli studi di P.-M. Gy e di P. Caspani). A essa la teologia è ritornata per rispondere a due serie di problemi:

a) reperire un termine, una nozione che permettesse di rileggere in una prospettiva unitaria l’insieme dei sacramenti che introducono alla fede cristiana, recuperando in questo modo l’uso che i padri della Chiesa hanno fatto di questo termine, come afferma il Rito per l’iniziazione cristiana degli adulti (RICA): «L’IC non è altro che la prima partecipazione sacramentale alla morte e alla risurrezione di Cristo» (RICA, Introduzione, n. 8; EV 4/1353);

b) reperire un termine che permettesse di sviluppare una comprensione più complessa e profonda di tutto l’itinerario che porta alla generazione nella fede di questi nuovi cristiani, comprendendo anche quelle dimensioni (catechetica, pedagogica) solitamente trattate a parte, staccate dalla dimensione liturgica, e che oggi invece, sotto la spinta della problematica pastorale riguardante il battesimo dei bambini e le difficoltà di tale prassi, chiedono una comprensione più organica e la loro armonizzazione dentro un itinerario di educazione e di crescita nella fede.

Le due nozioni di iniziazione cristiana, quella propriamente designante «i riti» e quella invece designante ciò che precede e sviluppa tali riti – quale ad esempio la catechesi e il catecumenato – sono confermate dalla tradizione storica della Chiesa, in particolare dalla Chiesa del primo millennio. Anzi, il significato di iniziazione cristiana «per causa dei misteri», cioè dei riti sacramentali, appariva più marcato rispetto al significato di «iniziazione ai misteri», tramite la catechesi, senza la quale tuttavia il percorso doveva risultare incompleto. Tale duplice significato di iniziazione cristiana, nella sua varietà e complessità di aspetti, è anche quello che caratterizza l’odierno uso conciliare.

Non si può negare tuttavia che tra i due significati di IC la correlazione a livello di prassi non è facile, e di fatto ha suscitato un acceso dibattito in ambito catechetico e liturgico. Se, infatti, prevale il significato dogmatico-liturgico di «iniziazione a causa dei sacramenti», ci si trova di fronte alla necessità di spiegare perché di fatto i sacramenti celebrati non lascino traccia nella vita di molti. Se, invece, prevale il significato catechetico-pastorale di «iniziazione ai sacramenti» resta aperto il problema della funzione dei sacramenti nell’introdurre alla vita cristiana.

Nella prevalenza dell’uno e dell’altro significato di IC viene messa in gioco una diversa immagine di Chiesa: la Chiesa inizia ai sacramenti o è iniziata dai sacramenti? In linea di principio non ci sono problemi a rispondere, se solo si pensa a come la tradizione teologica ha risolto il rapporto eucaristia e Chiesa, nel senso che è l’eucaristia che fa la Chiesa. È anche vero, però, che la figura di Chiesa si modifica notevolmente, a seconda degli «spostamenti di baricentro» che possono avvenire nei rapporti tra le diverse dimensioni teologiche e pratiche.

Si può configurare così un modello «pedagogico» di IC prevalentemente incentrato sul processo progressivo e multiforme attraverso il quale si diventa cristiani. La pedagogizzazione dell’idea di IC costituisce soltanto una delle molteplici espressioni di una tendenza più generale, che caratterizza in genere la cultura contemporanea e minaccia le forme stesse del cattolicesimo «aggiornato»: la tendenza per cui – più o meno consapevolmente – il processo di appropriazione della verità cristiana alla coscienza si realizza mediante le risorse della «istruzione».

E si può invece, perlomeno, ipotizzare che ci sia bisogno, nel nostro contesto, di un riequilibrio, di un ridimensionamento nel modello di IC di ciò che pesa di più rispetto a ciò che pesa di meno. A questo proposito, dall’ambito liturgico viene il richiamo al rischio che questo modello pedagogico di IC finisca per «offuscare» il ruolo dei sacramenti, «dissolvendoli» dentro un itinerario di maturazione della fede, il cui sviluppo sembra primariamente (se non esclusivamente) affidato al lavoro pedagogico. Il rimedio perciò proposto in ambito liturgico fa perno sulla riscoperta della nozione patristica di IC, incentrata sul momento sacramentale. In questo contesto, come vedremo, hanno senso questioni come il ricupero dell’ordine dei sacramenti di IC e, in particolare la collocazione della confermazione in rapporto al battesimo e all’eucaristia.

La comunità ecclesiale

3. Un costante riferimento alla comunità ecclesiale costituisce una terza componente dell’immagine di Chiesa. Continuando un dato che già caratterizzava l’antica tradizione, i nuovi rituali di iniziazione cristiana, non solo degli adulti, ma anche dei bambini, accostano continuamente il cammino di IC a persone e compiti della comunità. Ogni comunità cristiana deve abilitarsi realmente a vivere un servizio di accoglienza di nuovi membri, e accompagnarli con la diversità dei suoi ministeri nel loro cammino di fede e di conversione di vita.

Il cammino di IC ha dunque luogo nella comunità e come davanti alla comunità. Si badi a una precisazione non marginale del nuovo Rito: «Il popolo di Dio, cioè la Chiesa, che trasmette e alimenta la fede ricevuta dagli apostoli, considera suo compito fondamentale la preparazione al battesimo e la formazione cristiana» (cf. Rito del battesimo dei bambini, Introduzione generale, n. 7; EV 3/1098). Si noti: compito e ministero complessivo della comunità cristiana attraverso i suoi membri non sono solo «celebrativi» (per così dire «rituali»), ma altresì «formativi» (per così dire «iniziatici»).

E, tuttavia, è ricorrente l’obiezione che il riferimento alla comunità ecclesiale sia quanto mai debole, in quanto sarebbe pregiudicato da un fenomeno soggiacente alla domanda stessa dei sacramenti. È successo già in passato, e succede ancora oggi, che al cristianesimo venga di fatto richiesto di gestire quello che comunemente si considera il bisogno religioso. In altre parole, si chiede al rito cristiano di farsi carico del bisogno religioso che appartiene a ogni società, e che accompagna i momenti simbolici fondamentali della vita come la nascita, le età di passaggio, il matrimonio, la sofferenza e la morte.

Ora, in Italia, certamente questo fenomeno è ancora ampiamente in vita.2 Il cristianesimo, infatti, si trova a dover gestire forme e richieste di religiosità diffusa, le quali non avrebbero altro modo per attuarsi se non il vocabolario cristiano, i riti cristiani: quindi un fenomeno interno all’area dei sacramenti. Si perpetuerebbe così un principio di «ospitalità» che la Chiesa, con tutta probabilità, si porterebbe con sé fin dalla Chiesa degli apostoli. Ci troviamo così i nostri riti e i nostri ambienti abitati da tanta gente, che però li frequenta di passaggio e in modo distratto e che, alla fine, ci appare come gente estranea, quasi straniera in casa nostra.

Come leggere da credenti questa situazione? È solo un approccio alla Chiesa da scoraggiare per non cadere in una pastorale lassista? Oppure bisognerà domandarsi se il giorno in cui questi non chiederanno più il battesimo e gli altri sacramenti, la Chiesa avrà fatto un passo in avanti o un passo indietro. Di fronte alla situazione le reazioni immediate sono diverse: ci sono quelli che chiedono una reazione severa e la restaurazione di un’immagine tradizionale e «sanzionatoria» di Chiesa; e ci sono quelli che si adattano alla situazione, o che l’accettano in modo rassegnato.

Potrebbe essere utile rivisitare in questa prospettiva l’esito del dibattito teologico acceso sulla questione del battesimo dei bambini all’interno del mondo protestante. A differenza di K. Barth, che arrivava a rifiutare la prassi del battesimo ai bambini come prassi disordinata e antico errore della Chiesa, in nome di una Chiesa evangelicamente pura e testimoniale («Bekennende Kirche»), D. Bonhoeffer era invece favorevole al battesimo ai bambini, proprio in quanto espressione di una «Chiesa di popolo» («Volkskirche»): Chiesa di popolo, perché rifiuta ogni forma di perfettismo psicologico, organizzativo, spirituale e si pone al di sopra di ogni barriera e apartheid. Usando un’espressione di P. Tillich, Bonhoeffer affermava che la Chiesa deve entrare a confronto con le masse, deve tendere l’orecchio là dove le masse invocano la comunità. La comunità è però sempre sotto la Parola, e può battezzare anche i bambini nella misura in cui ha coscienza di essere in grado di «portarli in sé» e di sostenerli nel processo successivo di assimilazione personale della Parola, fino alla confessione di fede nella celebrazione eucaristica. È molto istruttiva, anche per noi cattolici, la rivisitazione che la riflessione teologica che si rifà alla Riforma sta facendo della pratica ecclesiale di iniziazione e partecipazione anche dei bambini alla cena eucaristica.3

A meno perciò di cadere in una lettura barthiana, che contrappone fede e religione con la conseguente perdita della dimensione antropologica dei sacramenti, il problema, se mai, sarà quello di evangelizzare e di educare la domanda religiosa dentro il cammino di fede, non di cancellarla. Diversamente si finirebbe nell’idea di Chiesa come setta, comunità elitaria, perfetta, che comunica solo al suo interno e richiede la condivisione di molte cose, cancellando così la stessa «immagine popolare» di Chiesa, comunità cioè aperta a tutti, alla quale è possibile accedere a partire da ogni età e da ogni condizione di vita: sociale, culturale, spirituale.

La Chiesa aperta a tutti

4. Conviene approfondire il problema del rapporto dei sacramenti di IC con la Chiesa, intesa come comunità ecclesiale aperta a tutti. Una significativa modalità di questa apertura a tutti è la tradizione che prevede come destinatari del battesimo sia adulti che bambini: due modelli diversi di iniziazione, ma sempre un solo battesimo. È evidente che, sia pure in termini ancora molto generici, l’accesso alla fede e alla vita cristiana si debba configurare diversamente nel caso dell’adulto e del bambino. Diverso è diventare cristiani da adulti, per scelta e conversione personale, o da bambini, per scelta ed educazione da parte di altri.

E, tuttavia, sia pure diversi, i due modelli di IC degli adulti e dei bambini per certi aspetti hanno avuto una struttura assai simile. È noto che in antico anche l’IC cristiana dei bambini prevedeva una certa struttura catecumenale, mentre in epoca successiva, con i battesimi di massa, la stessa IC degli adulti aveva finito per lasciare cadere l’istituto del catecumenato. Decisivo nel mutamento di prassi era il diverso rapporto della Chiesa con la società. E così, in una situazione di distanza della Chiesa dalla società e dalla cultura che era e restava pagana, anche la prassi di IC assumeva caratteristiche e modalità di accesso e di formazione alla fede tipiche e ben definite, anche a livello istituzionale, quale appunto il catecumenato; viceversa, in una situazione di diminuita distanza tra Chiesa e società, tra fede e cultura, anche la prassi di IC evolve assumendo caratteristiche e modalità diverse, quali la scomparsa del catecumenato e l’emergere di una serie di contesti sociali, anzitutto della famiglia, come luoghi naturali di trasmissione della fede alle nuove generazioni.

Di fatto, oggi, sono compresenti ambedue i modelli di IC, come già nella Chiesa antica. Presenti non solo di fatto, bensì anche legittimamente. Una radicale rinuncia, infatti, al modello di IC a partire dall’età minorile finirebbe per compromettere la stessa figura storica della Chiesa e della famiglia nel loro compito. Una tale maniera di diventare cristiani per influsso familiare, o comunque per riferimento all’azione pastorale della comunità ecclesiale, non è impensabile anche nella società differenziata e cultura pluralista attuali: diversamente risulterebbe impedita una concreta libertà della famiglia e della Chiesa all’educazione cristiana.4

Certo, affermare la legittimità del modello di IC in età minorile non è ancora la soluzione di tutti i problemi. Ciò che crea problemi è, ancora oggi, il mutamento del rapporto tra Chiesa e società, fede e cultura. Da più parti si parla dell’attuale transizione epocale come di un passaggio caratterizzato dalla rottura di un patto tra le generazioni. È venuta meno la naturalità del processo di trasmissione della fede, che aveva i suoi canali propri nella famiglia, anzitutto, e poi in una serie di contesti sociali in cui, in modo convergente, fino a ieri, si rifletteva e si manifestava la tradizione cristiana: la scuola, i luoghi della festa, quelli del lavoro… Si è persa la significatività dei segni elementari del cristianesimo. La rottura del «patto religioso» tra le generazioni è l’aspetto forse più evidente della frattura che separa fede e cultura nel nostro tempo. E, tuttavia, non è pensabile un radicale azzeramento della prassi attuale, poiché ciò significherebbe arrendersi all’impossibilità di generare nello Spirito e cedere a un improbabile qualunquismo educativo.

II. Iniziazione cristiana come problema della Chiesa, oggi: ascolto della situazione

Conviene ora puntare l’attenzione sulla prassi ordinaria di IC a partire dall’età minorile. È in rapporto a questa prassi che si avvertono maggiori nodi problematici e consistenti attese. Su questo modello di IC la nostra Chiesa ha investito molte risorse, umane e non solo (cominciando dallo stuolo di catechiste che abbiamo). Ma con quali risultati? È ricorrente il giudizio di chi ritiene che l’attuale prassi ordinaria di IC, invece che iniziare, sembra «concludere» il processo di IC.

Il movimento catechistico

1. Va detto anzitutto che, pur con tutte le difficoltà che presenta oggi il modello di IC in età minorile, non si parte da zero. Un primo passo, fondamentale, è stato fatto negli anni settanta dal movimento catechistico italiano. Il Documento base (1970) ha già iniziato una stagione di sostanziale rinnovamento della catechesi, riassumibile nel passaggio dal «catechismo della dottrina cristiana» alla «catechesi per la vita cristiana». È una scelta che va riconfermata, anche alla luce di quanto ha maturato la Lettera di riconsegna del Documento base nel 1988, e che è ancora tutt’altro che pienamente attuata. Ma quella scelta non basta più.

In verità i nuovi catechismi pensati come «itinerari di fede» in riferimento a una stagione della vita contemplavano l’idea di strumenti di iniziazione cristiana (vedi la complessità dei contenuti biblici, liturgici, dottrinali, etici ed esperienziali). Questo esigeva un cambiamento di mentalità che forse non è stato da tutti colto o poco attuato. Anche gli esperti di pedagogia cristiana non sembrano avere prodotto pensiero su questa fondamentale intuizione. Purtroppo i nuovi catechismi vengono talvolta usati more antiquo, con scarsi risultati.

Un segno evidente di questa insufficienza si coglie nel cosiddetto «post-cresima»: ragazzi che abbandonano non solo il catechismo, ma anche la pratica della fede. Poche volte ci si lascia sfiorare dal dubbio che questa crisi esistesse già prima, che questi problemi fossero già presenti nel periodo del pre-cresima. Se ci si pensa bene anche nel percorso normale dell’IC un buon numero dei nostri ragazzi che frequenta assiduamente il catechismo diserta con altrettanta assiduità l’eucaristia domenicale. L’eucaristia non è, del resto, il vero sacramento che compie il processo di IC?

Andando maggiormente alla radice della crisi, ancora più stridente appare quella che si chiamerebbe una sorta di «schizofrenia» della pastorale corrente: da un lato, infatti, il battesimo degli infanti viene praticamente dato a tutti coloro che lo chiedono, senza particolari condizioni; d’altro lato, poi, si tende a far confluire sulla confermazione tutto l’insieme dei valori legati a una scelta di fede libera, personale e consapevole, enfatizzando la presentazione della cresima come sacramento della «maturità», del «cristiano adulto».5

La situazione della famiglia

2. È innegabile che, a pesare sull’insufficienza del modello tradizionale di IC, è la situazione della famiglia. Sempre più spesso, infatti, non si può presupporre quasi nulla riguardo all’educazione cristiana dei ragazzi nelle famiglie di provenienza. Il problema nasce dal fatto che, in diversi casi, i bambini battezzati non crescono nella sfera di una fede cristiana concretamente testimoniata. Non è raro il caso di genitori che, pur chiedendo il battesimo per i loro figli, sono estranei a qualsiasi pratica di vita cristiana; né oggi si può presupporre – come in passato – che sia l’ambiente sociale a propiziare, quasi per «osmosi», l’educazione cristiana del bambino.

Ormai molti – anche vescovi nei documenti di questi decenni – sono concordi nel riconoscere che la famiglia è la prima responsabile dell’educazione alla fede. E appare sempre più chiaro che lì dove viene meno la famiglia si rischia di fare una catechesi non supportata dalla testimonianza e dalla verifica quotidiana, e di non lasciare nessuna traccia o comunque soltanto un segno molto labile. È questo uno degli aspetti della paradossale ricchezza e povertà della famiglia contemporanea: «ricchezza» per quanto riguarda l’alto investimento affettivo che la caratterizza, secondo il modello parsoniano, instaurato con la cosiddetta famiglia nucleare, urbana, puerocentrica; e nello stesso tempo «povertà», anzi debolezza per quanto riguarda la capacità dell’adulto (in particolare del padre) di offrirsi come modello di valori e punto di riferimento autorevole.

È vero che ci sono sempre più famiglie incapaci di trasmettere la fede, anzi di educare. E, tuttavia, è anche vero che sono in aumento le famiglie che maturano una maggiore consapevolezza del proprio sacramento, del ministero coniugale che ne consegue e del loro compito educativo. Lo sforzo catechistico, perciò, si deve orientare sempre di più verso gli adulti, in particolare verso i genitori, per metterli in grado di esercitare il loro ruolo di educatori della fede. Allora la trasmissione della fede comporta di uscire dalla prospettiva di una traditio come trasmissione (soltanto) delle dottrine e conoscenze, ed esige di entrare in una concezione della trasmissione della fede come compimento cristiano di quel donare la vita quale dono promettente per il figlio. Attualmente, invece, le risorse catechistiche sono ancora quasi esclusivamente indirizzate alla catechesi dei fanciulli e dei ragazzi.

Ci si deve chiedere se le generose energie profuse per i minori non rischino di essere vanificate, quando non siano orientate idealmente e praticamente verso una comunità di adulti che vive la fede. L’assenza, infatti, di convincenti modelli di riferimento per i minori a livello adulto pregiudica la possibilità di risultati costruttivi per lo stesso impegno educativo. Bisognerà perciò evitare l’impressione, agli occhi dei ragazzi e dei giovani, che la catechesi della fede serva per diventare adulti, ma non per vivere da adulti la fede. E questa sarebbe la maniera più diretta per svuotare di senso la stessa proposta formativa cristiana.

Un cammino impoverito

3. L’assenza di convincenti modelli di riferimento a livello adulto è il riflesso anche della vita stessa della comunità cristiana. Il nostro percorso attuale di IC non può che apparire come un cammino incredibilmente impoverito. Impoverito anzitutto a livello di soggetti coinvolti e di figure ecclesiali:

a) la povertà di soggetti ecclesiali implicati nel percorso dell’IC è ben visibile già nello stesso momento della catechesi, quando è vissuta in spazi e tempi appositamente riservati (magari dopo l’ultima ora di scuola e prima di uno dei tanti corsi di nuoto o di tennis, ma proprio per questo a margine dei ritmi normali della comunità);

b) tale povertà continua anche nel momento della celebrazione dei sacramenti che ne costituiscono l’ossatura a partire dal battesimo: le nostre parrocchie, adducendo motivi organizzativi, spesso relegano la celebrazione dei sacramenti in spazi e tempi che di fatto scoraggiano la partecipazione della comunità cristiana, alimentando così l’impressione che tutto il percorso dell’IC sia una questione privata, che riguarda solo le famiglie interessate, la figura del catechista, quella del parroco o di qualche prete di riferimento. Questa è tutta l’immagine che si riesce a dare della comunità cristiana, soprattutto a quei ragazzi che, non frequentando le nostre eucaristie domenicali, hanno soltanto la catechesi per farsi un’idea della parrocchia;

c) la povertà di soggetti ecclesiali e di figure di accompagnamento si trasforma quasi sempre in povertà anche di strumenti pedagogici: abbiamo dei cammini sostanzialmente ripiegati su di un modello «scolastico» di trasmissione della fede, sbilanciato più sulla trasmissione dei contenuti che non della vita cristiana che ne consegue. L’impostazione sostanzialmente scolastica del nostro percorso di IC è resa ben visibile anche dal vuoto che noi lasciamo tra il momento della celebrazione del battesimo e l’inizio del cammino di preparazione all’eucaristia. Dopo aver detto a una famiglia che suo figlio, grazie al battesimo, è stato introdotto a un’esperienza di Chiesa, noi ci dimentichiamo di questo bambino fino al momento in cui lo invitiamo a frequentare il catechismo.

E, tuttavia, una presenza il più possibile completa della comunità cristiana nel cammino di IC dei nostri ragazzi non è impensabile: la comunità vera, reale e quotidiana, quella che prega la domenica, ma non solo; quella che vive i ritmi dell’anno liturgico, che si anima e accende per le sue devozioni e per le sue feste particolari, quella che cerca con fatica di formarsi e di conoscere sempre di più il volto di Dio che Gesù Cristo le ha svelato; quella che cerca di essere attenta ai poveri che abitano tra la sua gente, che ha parole di consolazione, che vuole aprire cammini di speranza. Perché ad es. la visita ai malati, in una parrocchia in cui quest’azione caritativa è molto forte, non può diventare parte del cammino di IC?

È dall’incontro e dal convergere sinergico di tutti questi soggetti visti nel luogo e nel momento della loro azione che alla fine ai nostri ragazzi e giovani risulterà significativa l’immagine della comunità cristiana, altrimenti vuota e astratta. Occorrerà pensare e progettare dei percorsi di IC che facciano loro incontrare, osservare e vivere i luoghi, i tempi e i ritmi che caratterizzano la vita della comunità cristiana, in cui saranno chiamati a professare la fede a loro volta.6

Gli altri contesti educativi

4. La riscoperta della presenza e del ruolo della comunità cristiana, e in essa della famiglia, nel cammino di IC non esime tuttavia da un’effettiva attenzione agli altri luoghi e contesti in cui i ragazzi si trovano a vivere l’esperienza educativa. Il riferimento è anzitutto alla scuola. L’intenzionalità educativa della proposta insita nel cammino di IC non può non confrontarsi con le altre agenzie educative, già per il solo fatto del tanto tempo che i nostri ragazzi vi trascorrono. Le ragioni del confronto sono da collocare a un livello più profondo.

Anzitutto, se vogliamo davvero che il cristianesimo conservi un’immagine pubblica nelle nostre società attuali (contrastando in questo modo il processo di marginalizzazione e di privatizzazione che invece sta conoscendo), dovremo impegnarci a mostrare meglio il contributo che il cristianesimo sa offrire nel processo educativo di formazione degli uomini e delle donne del nostro domani. La pedagogia cristiana resta dunque un buon terreno di confronto, di dialogo e di inserzione del cristianesimo nelle culture abitate dalle sue stesse comunità cristiane.

Nel contesto italiano attuale, in piena riforma scolastica, una simile motivazione acquista il valore di una sfida. In un momento in cui la scuola tende a diventare l’agenzia che ingloba dentro di sé tutti i possibili itinerari formativi, non potremo rassegnarci a una posizione di mera osservazione di ciò che sta accadendo. Dovremo piuttosto assumere posizioni di dialogo e di confronto più marcate, mostrando quello che abbiamo da offrire a livello educativo, e permettendo in questo modo a tutto ciò che è linguaggio, cultura e valori cristiani di essere ascoltati anche in contesti esterni ai nostri.7

III. Iniziazione cristiana e conversione pastorale della Chiesa: cantiere aperto

Alla luce delle precedenti considerazioni sull’immagine di Chiesa soggiacente alla prassi di IC e alle difficoltà dell’IC in età minorile, in ascolto della situazione, siamo in grado di intuire quanto il chiarimento teologico conosciuto in questi anni della nozione di IC e la prassi pastorale a essa connessa debbano essere interpretate come altrettanti segnali di una conversione pastorale della Chiesa nel modo di trasmettere la fede alle future generazioni.

A questo scopo l’immagine che più si addice è quella del «cantiere aperto»: non solo nel senso di tentare un’attenta ricognizione delle forme originarie di iniziazione alla vita ecclesiale, al di là delle incrostazioni del tempo, ma soprattutto nel senso di entrare in un territorio che è un crocevia decisivo per comprendere il mutamento che sta attraversando l’odierna pastorale.

È questo il compito affidato a questa terza parte, finale, di questo contributo: identificare i luoghi attorno ai quali si stanno già concentrando o è utile che si concentrino le nostre pastorali dell’IC, perché possano scaturire le risorse, i percorsi e le sinergie utili a disegnare l’IC come sarà domani.

Gli orientamenti pastorali dell’episcopato

1. Un primo luogo non può che essere gli orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (CVMC), dove recitano: «Per dare concretezza alle decisioni che abbiamo indicato – e che, ne siamo consapevoli, richiedono una conversione pastorale – per imprimere un dinamismo missionario, vogliamo delineare due livelli specifici, ai quali ci pare si debba rivolgere l’attenzione nelle nostre comunità locali. Parleremo anzitutto di quella che potremmo chiamare comunità eucaristica, cioè coloro che si riuniscono con assiduità nell’eucaristia domenicale, e in particolare quanti collaborano regolarmente alla vita delle nostre parrocchie. Passeremo quindi ad affrontare la vasta realtà di coloro che, pur essendo battezzati, hanno un rapporto con la comunità ecclesiale che si limita a qualche incontro più o meno sporadico, in occasioni particolari della vita, o rischiano di dimenticare il loro battesimo e vivono nell’indifferenza. Se questi due livelli saranno assunti seriamente e responsabilmente, saremo aiutati ad allargare il nostro sguardo a quanti hanno aderito ad altre religioni e ai non battezzati presenti nelle nostre terre» (CVMC 46; Regno-doc. 13,2001,451).

L’intento di queste indicazioni è duplice: anzitutto è quello di riaffermare la centralità dell’eucaristia nel giorno del Signore come luogo educativo e rivelativo della fede, teso a far crescere i fedeli che ancora la frequentano anche come luogo significativo per l’educazione missionaria della comunità cristiana (cf. CVMC 47); l’altro, quasi come terreno privilegiato – anche se non unico – di impegno missionario della comunità eucaristica, è quello di dare effettiva attenzione a tutta quell’area di uomini e di donne che, pur avendo ricevuto il battesimo, non vivono legami di piena e stabile comunione con le nostre Chiese locali (cf. CVMC 56).

L’attenzione che, secondo gli orientamenti pastorali, la comunità cristiana è chiamata a riservare alla fascia sempre più vasta dei «battezzati che vivono un fragile rapporto con la Chiesa» si esplicita nel richiamo a «un impegno di primo annuncio, su cui innestare un vero e proprio itinerario di iniziazione o di ripresa della loro vita cristiana». Momenti significativi, anche se non si sa come affrontarli, sono, per esempio, la richiesta dei genitori dei sacramenti di IC per i figli, di celebrazione religiosa del matrimonio, del funerale e dei momenti di preghiera per i defunti, di alcune feste del calendario liturgico nelle quali anche i non praticanti si affacciano alla porta delle nostre chiese (CVMC 57). L’impegno a trasformare queste occasioni in momenti di comunicazione della fede andrà affrontato, se si vuole che le nostre Chiese particolari rimangano realtà popolari.

Ovviamente anche il modello di IC degli adulti sarà da tenere presente, a incominciare dalla presenza meno rara di adulti che chiedono il battesimo, e di adulti che, battezzati da piccoli, chiedono di completare con gli altri sacramenti il cammino dell’iniziazione o di essere accompagnati in percorsi di «risveglio della fede», come documentano le relative note pastorali CEI su L’iniziazione cristiana, dedicata al catecumenato degli adulti (30 marzo 1997), e recentemente quella indirizzata al «risveglio della fede e al completamento dell’iniziazione cristiana» (in corso di pubblicazione). Più ancora, però, al di là del suo uso, il riferimento all’IC degli adulti è da considerare «paradigmatico» per ragionare teologicamente e pastoralmente anche dell’IC in età minorile.

Particolare rilevanza paradigmatica acquistano, nel nuovo Ordo initiationis christianae adultorum, almeno questi due aspetti:

– anzitutto il principio dell’unità che lega tra loro i sacramenti della IC. Non si tratta solo del fatto che possono essere celebrati insieme come nel caso degli adulti e nella tradizione orientale anche nel caso dei bambini. Si tratta anche del significato teologico che l’unità celebrativa rivela, per cui l’ordine è battesimo, confermazione ed eucaristia. L’eucaristia, e non altro, secondo il nuovo Ordo rappresenta l’oggettivo termine o vertice dell’IC; o, se si preferisce riservare l’idea di termine alla stessa vita cristiana, allora è l’eucaristia il sacramento che conduce a tale vertice. A decidere in questo senso è la stessa verità cristologica dei sacramenti di IC, e quindi della fede che li riconosce. Viene così ridimensionata quella visione dei sacramenti di IC che li accosta immediatamente a una sorta di processo antropologico dell’età evolutiva, per cui il battesimo corrisponderebbe alla nascita, l’eucaristia alla fanciullezza e la confermazione alla maturità. A decidere ultimamente non possono essere le scienze umane, né criteri pastorali non fondati sulla verità stessa dei sacramenti;

– inoltre il principio della globalità del processo di IC comprensivo di annunzio, risposta di fede, cambiamento di vita, catechesi, introduzione alla preghiera, celebrazione liturgica, inserimento nella comunità e con la partecipazione della comunità lungo l’anno liturgico, esercizio della testimonianza cristiana nella carità e nella vita quotidiana: da intendere come attività non separate e successive, ma correlate. È questo del resto il principio che ha suggerito come itinerario da preferire quello che comporta la celebrazione unitaria dei sacramenti di IC anche nel caso di fanciulli e ragazzi: «Per salvaguardare l’unità dell’iniziazione e la successione teologica dei sacramenti, il battesimo si celebra durante la messa nella quale i neofiti per la prima volta partecipano all’eucaristia. La confermazione viene conferita nel corso della stessa celebrazione o dal vescovo o dal sacerdote che dà il battesimo» (CEI- Consiglio permanente, nota pastorale Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, 23.5.1999, n. 46; Regno-doc. 13,1999,444).

La comunità parrocchiale

2. A un rinnovato impegno è chiamata la Chiesa particolare nella sua figura storica tradizionale che è la comunità parrocchiale. Ancora oggi la parrocchia costituisce il referente più ovvio, al quale si rivolge chiunque cerchi in forma saltuaria il servizio della Chiesa: battesimi, matrimoni, funerali. Molti cristiani non sanno neppure quale sia la loro parrocchia, né sanno distinguere tra parrocchia e chiesa aperta al pubblico. Sanno però che una parrocchia c’è, e all’occorrenza la si può trovare. La parrocchia in tal senso rappresenta il volto vicino e accessibile della Chiesa, la forma fondamentale nella quale si produce per ognuno l’incontro personale con la Chiesa.

Riferendosi alla parrocchia, anche il documento CEI per il catecumenato degli adulti afferma: «Nella Chiesa locale la parrocchia è il luogo ordinario e privilegiato di evangelizzazione della comunità cristiana: qui più che altrove l’evangelizzazione può diventare insegnamento, educazione ed esperienza di vita. È nella parrocchia in particolare che l’esperienza di tipo catecumenale, soprattutto in vista della celebrazione dei sacramenti di IC, trova la sua attuazione ordinaria». Una rinuncia a questo compito, inclinando a facili «deleghe» sia alla preparazione e formazione, sia alla celebrazione, comprometterebbe di fatto non solo un vincolo giuridico, canonico (particolarmente raccomandato, nel caso del battesimo, dal CIC can. 857, § 2 dove si afferma che la parrocchia dei genitori è il luogo ordinario dove amministrare il battesimo ai bambini), ma lo stesso volto oggettivo, profondo della Chiesa che accoglie.8

Non sarà facile. Sotto questo profilo, formativo alla fede adulta, anche la parrocchia avrà bisogno di ripensarsi come comunità che sappia sviluppare la qualità della vita cristiana che riesce a proporre, che sappia rendere più elastica la modalità degli interventi pastorali, senza perdere il vincolo del territorio, che costituisce non solo una figura fondamentale della tradizione italiana, ma custodisce un valore essenziale dell’annuncio evangelico, cioè la sua apertura a tutti. La vita ecclesiale quotidiana delle nostre parrocchie è in attesa e alla ricerca di percorsi di IC che siano normali e praticabili, lontani cioè dai difetti di un modello troppo antiquato che mostra tutta la sua fatica nel generare i cristiani, da una parte, e dall’altra dagli eccessi di proposte innovative che per la loro levatura culturale e il loro coinvolgimento personale, familiare e comunitario non possono che risultare elitarie e poco popolari. Occorrerà forse «polarizzarsi» su alcuni obiettivi, per muovere il quadro complessivo della pastorale ordinaria, snellire alcuni settori, privilegiarne altri. Anche per una efficace pastorale dell’IC il tema parrocchia e dintorni andrà affrontato.

Pastorale degli adulti, scelta strategica

3. Se c’è una scelta strategica da fare, essa dovrà concentrarsi sulla pastorale degli adulti, per gli adulti e con gli adulti. È noto che in passato le migliori energie, il tempo a disposizione, i sacerdoti, le suore, le strutture in genere sono state spese a servizio dell’educazione dei minori. L’attenzione agli adulti era quasi una risultanza di quella ben più impegnativa dedicata ai minori. Occorre il coraggio di ribaltare la gerarchia degli investimenti delle energie pastorali. Non si tratta di non puntare sui minori, ma di evangelizzare i piccoli e i grandi, facendo perno sui piccoli in vista dei grandi, e sui grandi coinvolgendoli nell’edificazione di una comunità adulta, e quindi capace davvero di essere a servizio dei piccoli.

Decisiva, in proposito, è l’attenzione alla vita della famiglia. È un punto assai urgente sul quale è importante scambiarsi le esperienze significative. Nelle parrocchie nelle quali si è cominciato a percorrere la strada della «catechesi familiare» nelle sue diverse modalità e livelli, ci si accorge che non poche famiglie – lontane dalla pratica religiosa e spesso in situazioni difficili o irregolari – si lasciano coinvolgere con serietà in percorsi di formazione rivolti agli stessi genitori.9

I genitori amano i figli; sono disorientati, quando pensano al loro futuro; si sentono inadeguati come genitori; non sanno dove incominciare; di conseguenza, non pochi sono disposti – quando vengono fatte delle proposte coraggiose, convinte e di buona qualità – anche a fare qualcosa di inedito per incidere più efficacemente sui processi evolutivi dei loro figli. È constatazione comune, nelle esperienze cui accennavo sopra, che questa forma di investimento catechistico diventa anche un’occasione preziosa e sorprendente di autentiche «conversioni» alla fede di genitori adulti. E, spesso, genitori che guadagnano terreno in questa direzione sono capaci anche di farsi carico dei figli di altre famiglie, in maniera più «calda» e convincente di quanto sappiano fare i catechisti.

Non è chi non veda come la pastorale di IC così intesa chieda necessariamente del tempo e una forte disponibilità all’impegno ecclesiale nei prossimi anni. C’è da chiedersi come tale impegno possa adeguatamente svolgersi senza dare vita a vere e proprie figure stabili o ministeri, a sostegno e in accompagnamento delle iniziative. Resta evidente come tale impegno chieda un tipo di preparazione specifica nei laici e nello stesso clero a svolgere un compito capillare e prolungato di accostamento alle famiglie, pur nella diversità delle situazioni.

L’offerta catechistica della parrocchia nei confronti dei figli dovrà perciò intrecciarsi in maniera armonica con la formazione offerta all’interno delle famiglie, con una sua specificità che aiuterà le famiglie a relazionarsi con le altre e a costruire comunione con tutta la comunità. Questo però non potrà essere fatto semplicemente caricando il già esile calendario familiare di ennesimi obblighi, ma si dovrà con pazienza e con l’aiuto imprescindibile di altre famiglie favorire percorsi di maturazione nella vita di fede mirata sui ritmi della vita familiare. Un apporto da valorizzare è anche quello di persone, gruppi, associazioni e movimenti – Azione cattolica, AGESCI… – in grado di testimoniare ai ragazzi e ai giovani la fede vissuta in varie situazioni, come anche la presenza pastorale e la testimonianza di carismi di vita religiosa, di spiritualità laicale e missionaria.

Anno liturgico, calendario della comunità

4. A sollecitare un’attenzione ai tempi della vita familiare e comunitaria nella pastorale di IC è il calendario della comunità costituito dall’anno liturgico.

Il tempo e il luogo, infatti, segnano la vita di una persona più di quanto si creda. Un posto centrale va dato alla domenica, il giorno in cui tutta la comunità si rimette in stato di iniziazione e assolve il suo compito di iniziare le nuove generazioni. Agli occhi stessi degli iniziandi e dei neofiti, è la comunità che si raccoglie nel giorno del Signore, nell’ascolto della Parola, nella comunione di preghiera e nella frazione del pane, per poi testimoniare la gioia come ragione di vita, che diventa il volto concreto della Chiesa a cui i sacramenti iniziano. Sono perciò da ricuperare e possibilmente da sviluppare elementi dell’antica tradizione battesimale: le domeniche battesimali, gli scrutini quaresimali, la veglia pasquale e la mistagogia del tempo pasquale che segnano le tappe del cammino dell’intera comunità lungo l’anno liturgico.10 Si colloca qui, già sollevato da diversi vescovi, il problema del celebrare con i fanciulli e ragazzi: tema che sembra sia stato lasciato cadere, salvo poche e non sempre illuminate eccezioni, dalle preoccupazioni pastorali.

Più strettamente raccordata al calendario liturgico, la struttura temporale di IC potrebbe incominciare a tenere conto in modo più relativo dello stesso calendario scolastico. È ovvio che un certo riferimento all’età scolare resta imprescindibile nella stessa domanda di accesso ai sacramenti, al punto da fissare comunemente l’anno della prima comunione e della confermazione. Il senso di una data comune è quello di offrire a tutti, in partenza, senza alcuna discriminazione, la possibilità di accesso ai sacramenti. E, tuttavia, la diversità e pluralità delle situazioni di fede presso il fanciullo, la necessità di correlare la celebrazione con il percorso formativo e non solo preparatorio al sacramento, sollecitano per il futuro a relativizzare un rigido riferimento all’età scolare, per assumere criteri di ammissione più pastorali che facciano riferimento all’effettiva adesione agli itinerari proposti.

Come si può vedere, toccare l’IC ci obbliga a una revisione più complessiva delle nostre pratiche pastorali. Allora che cosa dobbiamo fare? Avviamo delle sperimentazioni? Andiamo in ordine sparso? L’intento di questa relazione era di offrire ai lavori di gruppo che seguiranno criteri di orientamento alle iniziative di cambiamento che qua e là si vanno ormai moltiplicando presso singole diocesi e, magari in maniera sommersa, presso singole parrocchie, entrando così in un coraggioso laboratorio pastorale.11 Un coraggio istituzionale è oggi necessario, per piccoli passi, ma in maniera determinata, se si intende effettivamente sbloccare la situazione.

Faccio mie, concludendo, le osservazioni di G. Routhier: «Oggi la nostra sfida è di partorire di nuovo e di dare la vita. Quando nelle parrocchie non resta che qualche anziano, spesso in maggioranza donne, non bisogna semplicemente considerare che le nostre Chiese mancano di preti, ma piuttosto che esse mancano di cristiani e credere che è urgente metterne di nuovo al mondo. L’evangelizzazione, quadro nel quale dobbiamo situare l’iniziazione cristiana, mi sembra in definitiva il solo motivo decisivo capace di impegnarci in una vera riorganizzazione pastorale che potrà avere un vero domani» («L’iniziazione cristiana o della fatica di generare figli», in La Scuola cattolica 129[2001], 510).