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Iniziazione cristiana: tre domande |
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Mons. A. Caprioli alla 51a Assemblea CEI |
«Alla luce delle precedenti considerazioni sull’immagine
di Chiesa soggiacente alla prassi di iniziazione cristiana (IC) e alle
difficoltà dell’IC in età minorile, in ascolto della situazione, siamo in grado
di intuire quanto il chiarimento teologico conosciuto in questi anni della
nozione di IC e la prassi pastorale ad essa connessa debbano essere interpretate
come altrettanti segnali di una conversione pastorale della Chiesa nel modo di
trasmettere la fede alle future generazioni». Ha un vasto respiro programmatico
la relazione tenuta all’ultima Assemblea generale della CEI (19-23 maggio; cf.
in questo numero a p. 335) da mons. Caprioli (vescovo di Reggio Emilia e
presidente della Commissione episcopale per la liturgia), dedicata al tema
dell’iniziazione cristiana.
Consapevole di un cammino trentennale di «rinnovamento della catechesi» da parte
dell’Episcopato italiano, la riflessione si colloca nel momento in cui la CEI
sta per pubblicare l’ultima di tre note pastorali dedicate all’argomento (per le
precedenti, cf. Regno-att. 10,1997,257 e 14,1999,462 ; Regno-doc. 11,1997,343 e
13,1999,437), già approvata dal Consiglio permanente del 24-26 marzo scorsi, e
sviluppa e il tema della relazione che intercorre tra «ciò che la Chiesa è e
appare agli occhi di tutti» e «le modalità di accoglienza dei nuovi membri nel
suo seno». Ne consegue, tra le altre cose, la prospettiva di un ribaltamento
della «gerarchia degli investimenti pastorali» tra adulti e minori, che
privilegi una pastorale «degli adulti, per gli adulti e con gli adulti».
Un invito allo studio e al confronto di esperienze a
proposito dei sacramenti della iniziazione cristiana (IC) è oggi particolarmente
raccomandato, almeno per due ragioni:
a) anzitutto dalla rilevanza che la questione dell’IC assume nell’attuale
contesto. Ciò che di fatto la Chiesa è e appare agli occhi di tutti dipende
anche – e in misura tutt’altro che secondaria – dal come essa inizia alla fede,
dalle modalità di accoglienza dei nuovi membri nel suo seno e dalle figure di
accompagnamento;
b) tale studio inoltre è raccomandato dal particolare intreccio che su questo
terreno hanno tra loro problemi pastorali riguardanti il «che cosa fare» – ad
es. circa la preparazione, catechesi, celebrazione – e problemi teologici
riguardanti il senso stesso dei sacramenti in questione – e dunque l’idea di
battesimo, confermazione, eucaristia, e l’idea stessa di Chiesa in essi
implicata. Di fatto i due aspetti, quello teologico e quello pastorale, sono in
gran parte intrecciati nella stessa letteratura di IC.1
Dividerò la mia riflessione in tre parti, pressappoco rispondenti a queste tre
domande fondamentali:
– quali gli orientamenti portanti dell’attuale riflessione ecclesiale
sull’iniziazione cristiana? Si tratta di evidenziare alcuni aspetti rilevanti
della «immagine di Chiesa», soggiacenti alla prassi di IC;
– quali i principali nodi problematici e insieme le consistenti attese che
l’azione pastorale incontra in ambito di pastorale dell’IC? Si tratta di
mettersi in ascolto di quanto le nostre Chiese, a partire dal rinnovamento della
catechesi, hanno potuto avviare in tema di IC dei fanciulli e dei ragazzi:
prassi ancora oggi più diffusa, ma al tempo stesso problematica;
– quali i luoghi attorno ai quali conviene orientare le nostre pastorali di IC,
perché si possano identificare meglio percorsi e figure di accompagnamento nella
prassi di IC? Si tratta di interpretare i segnali di una «conversione pastorale»
della Chiesa nel modo di trasmettere la fede alle future generazioni.
I. Iniziazione cristiana e immagine di Chiesa:
orientamenti
È già significativo il fatto che il battesimo abbia inizio proprio da una
domanda fatta alla Chiesa: «Che cosa domandi alla Chiesa di Dio?». È la domanda
che il ministro rivolge al battezzando, se adulto, o ai genitori-padrini, se
bambino. Il battesimo dunque è domandato alla Chiesa, e nello stesso tempo è
dato dalla Chiesa. Nessuno si battezza da se stesso, come nessuno si salva da se
stesso. Una simile rilevanza ecclesiale della domanda non è cosa facile da far
percepire, da trasmettere, come la pratica quotidiana purtroppo ci fa capire: il
rischio è che si chieda (e si dia) il battesimo come un rito, un bene proprio o
una grazia di cui si ha bisogno, cioè come un qualcosa di esterno all’identità e
alla natura stessa della Chiesa.
Domandare il battesimo alla Chiesa invece è domandare «la» Chiesa: cercare la
Chiesa, entrare a far parte della sua vita, esservi iniziati. Sembra dunque di
dover collocare anzitutto in un rapporto con la Chiesa, intesa come la comunità
storico-terrena della salvezza, il senso originario del battesimo cristiano,
come sommariamente documenta la tradizione antica già a partire dagli Atti degli
apostoli (At 2,41). Si spiega così nell’attuale letteratura teologico-pastorale
come acquisizione irrinunciabile e, al tempo stesso, come memoria storica la
necessaria correlazione tra battesimo e immagine storico-concreta di Chiesa.
Si pone dunque l’interrogativo: quale immagine storico-concreta di Chiesa è da
mettere in rapporto con la prassi di IC? E quali gli aspetti che la compongono?
Conviene, prima di affrontare i nodi problematici dell’azione pastorale in
ambito di IC, esplicitare alcuni criteri di orientamento sui quali verificare un
certo consenso.
Primato dell’evangelizzazione
1. Il primo punto sul quale fermare l’attenzione è il primato
dell’evangelizzazione nella vita della Chiesa e del cristiano. È l’orientamento
pastorale che è emerso al concilio Vaticano II e che da allora continua a
costituire non un problema, ma il problema della Chiesa. La rilevanza del
problema spiega i vari orientamenti della Chiesa di oggi a farsene carico: dalla
Evangelii nuntiandi di Paolo VI, all’idea della «nuova evangelizzazione» di
Giovanni Paolo II, al «progetto culturale orientato in senso cristiano» e ai
recenti orientamenti pastorali per il decennio Comunicare il Vangelo in un mondo
che cambia.
L’evangelizzazione è il problema della Chiesa, nel senso che è il problema
stesso dell’esserci della Chiesa, che solo nell’evangelizzazione ha la propria
ragione d’essere, e quindi vi si identifica: fuori dall’evangelizzazione non c’è
azione di Chiesa, ma neppure c’è la Chiesa. Così intesa l’evangelizzazione si
dispiega su due direttrici:
a) da un lato, nella priorità dell’annuncio della fede che comporta l’azione di
Dio nei sacramenti della Chiesa e nella testimonianza coerente dei cristiani
impegnati a vivere l’esistenza umana secondo il Vangelo;
b) dall’altro, ma contestualmente, nell’attenzione e cura dell’esistenza umana
dei singoli e della società nelle sue attese, capacità di ricezione,
potenzialità di sviluppo che la tengono aperta oggettivamente, anche se
inconsapevolmente, al «lievito» evangelico.
È noto che, nella prospettiva dell’evangelizzazione, aveva dato un iniziale
impulso il programma pastorale della Chiesa italiana negli anni settanta,
Evangelizzazione e sacramenti (relatore mons. Aldo Del Monte), seguito da quello
sui Sacramenti di iniziazione cristiana (relatore, allora, mons. Marco Cè). Tale
programma aveva individuato due obiettivi in sé validi, ma non abbastanza
correlati tra loro nella prassi che ne è seguita:
a) il primo, quello che di fatto ha polarizzato di più l’attenzione negli anni
successivi, è quello che punta a «evangelizzare i sacramenti»: insistendo ad es.
sulle iniziative di catechesi prima di ricevere i sacramenti, e investendo anche
molto sui modi e sui testi di rinnovamento della catechesi e sulla stessa
formazione dei catechisti. Assai meno, salvo migliore giudizio, sembra si sia
investito su iniziative e figure di accompagnamento dopo i sacramenti ricevuti,
con il risultato inevitabile che i sacramenti vengono visti come punti di
arrivo, e non anche come punti di partenza, o almeno di continuità nella vita
cristiana;
b) il secondo obiettivo, quello a mio giudizio più rilevante, è quello di legare
la fede del sacramento suscitata dalla catechesi alla vita della comunità
concreta, in particolare insistendo sul coinvolgimento della comunità degli
adulti, specialmente della famiglia. L’insistenza sul primo obiettivo e
l’indubbio guadagno delle iniziative catechetiche e liturgiche messe in atto in
questi anni hanno per così dire lasciato in ombra il secondo degli obiettivi che
si era proposto il programma di evangelizzazione e sacramenti, e che chiede ora
di essere meglio compreso, a partire dai sacramenti della stessa IC.
L’idea stessa di iniziazione cristiana
2. Un secondo punto riguarda l’idea stessa di iniziazione cristiana, il termine
attraverso il quale la riflessione ecclesiale ha designato l’insieme del
dispositivo attraverso il quale la Chiesa genera i suoi nuovi figli. È noto,
infatti, che il termine e la nozione di IC sono una riconquista relativamente
recente del dibattito teologico (si vedano gli studi di P.-M. Gy e di P. Caspani).
A essa la teologia è ritornata per rispondere a due serie di problemi:
a) reperire un termine, una nozione che permettesse di rileggere in una
prospettiva unitaria l’insieme dei sacramenti che introducono alla fede
cristiana, recuperando in questo modo l’uso che i padri della Chiesa hanno fatto
di questo termine, come afferma il Rito per l’iniziazione cristiana degli adulti
(RICA): «L’IC non è altro che la prima partecipazione sacramentale alla morte e
alla risurrezione di Cristo» (RICA, Introduzione, n. 8; EV 4/1353);
b) reperire un termine che permettesse di sviluppare una comprensione più
complessa e profonda di tutto l’itinerario che porta alla generazione nella fede
di questi nuovi cristiani, comprendendo anche quelle dimensioni (catechetica,
pedagogica) solitamente trattate a parte, staccate dalla dimensione liturgica, e
che oggi invece, sotto la spinta della problematica pastorale riguardante il
battesimo dei bambini e le difficoltà di tale prassi, chiedono una comprensione
più organica e la loro armonizzazione dentro un itinerario di educazione e di
crescita nella fede.
Le due nozioni di iniziazione cristiana, quella propriamente designante «i riti»
e quella invece designante ciò che precede e sviluppa tali riti – quale ad
esempio la catechesi e il catecumenato – sono confermate dalla tradizione
storica della Chiesa, in particolare dalla Chiesa del primo millennio. Anzi, il
significato di iniziazione cristiana «per causa dei misteri», cioè dei riti
sacramentali, appariva più marcato rispetto al significato di «iniziazione ai
misteri», tramite la catechesi, senza la quale tuttavia il percorso doveva
risultare incompleto. Tale duplice significato di iniziazione cristiana, nella
sua varietà e complessità di aspetti, è anche quello che caratterizza l’odierno
uso conciliare.
Non si può negare tuttavia che tra i due significati di IC la correlazione a
livello di prassi non è facile, e di fatto ha suscitato un acceso dibattito in
ambito catechetico e liturgico. Se, infatti, prevale il significato
dogmatico-liturgico di «iniziazione a causa dei sacramenti», ci si trova di
fronte alla necessità di spiegare perché di fatto i sacramenti celebrati non
lascino traccia nella vita di molti. Se, invece, prevale il significato
catechetico-pastorale di «iniziazione ai sacramenti» resta aperto il problema
della funzione dei sacramenti nell’introdurre alla vita cristiana.
Nella prevalenza dell’uno e dell’altro significato di IC viene messa in gioco
una diversa immagine di Chiesa: la Chiesa inizia ai sacramenti o è iniziata dai
sacramenti? In linea di principio non ci sono problemi a rispondere, se solo si
pensa a come la tradizione teologica ha risolto il rapporto eucaristia e Chiesa,
nel senso che è l’eucaristia che fa la Chiesa. È anche vero, però, che la figura
di Chiesa si modifica notevolmente, a seconda degli «spostamenti di baricentro»
che possono avvenire nei rapporti tra le diverse dimensioni teologiche e
pratiche.
Si può configurare così un modello «pedagogico» di IC prevalentemente incentrato
sul processo progressivo e multiforme attraverso il quale si diventa cristiani.
La pedagogizzazione dell’idea di IC costituisce soltanto una delle molteplici
espressioni di una tendenza più generale, che caratterizza in genere la cultura
contemporanea e minaccia le forme stesse del cattolicesimo «aggiornato»: la
tendenza per cui – più o meno consapevolmente – il processo di appropriazione
della verità cristiana alla coscienza si realizza mediante le risorse della
«istruzione».
E si può invece, perlomeno, ipotizzare che ci sia bisogno, nel nostro contesto,
di un riequilibrio, di un ridimensionamento nel modello di IC di ciò che pesa di
più rispetto a ciò che pesa di meno. A questo proposito, dall’ambito liturgico
viene il richiamo al rischio che questo modello pedagogico di IC finisca per
«offuscare» il ruolo dei sacramenti, «dissolvendoli» dentro un itinerario di
maturazione della fede, il cui sviluppo sembra primariamente (se non
esclusivamente) affidato al lavoro pedagogico. Il rimedio perciò proposto in
ambito liturgico fa perno sulla riscoperta della nozione patristica di IC,
incentrata sul momento sacramentale. In questo contesto, come vedremo, hanno
senso questioni come il ricupero dell’ordine dei sacramenti di IC e, in
particolare la collocazione della confermazione in rapporto al battesimo e
all’eucaristia.
La comunità ecclesiale
3. Un costante riferimento alla comunità ecclesiale costituisce una terza
componente dell’immagine di Chiesa. Continuando un dato che già caratterizzava
l’antica tradizione, i nuovi rituali di iniziazione cristiana, non solo degli
adulti, ma anche dei bambini, accostano continuamente il cammino di IC a persone
e compiti della comunità. Ogni comunità cristiana deve abilitarsi realmente a
vivere un servizio di accoglienza di nuovi membri, e accompagnarli con la
diversità dei suoi ministeri nel loro cammino di fede e di conversione di vita.
Il cammino di IC ha dunque luogo nella comunità e come davanti alla comunità. Si
badi a una precisazione non marginale del nuovo Rito: «Il popolo di Dio, cioè la
Chiesa, che trasmette e alimenta la fede ricevuta dagli apostoli, considera suo
compito fondamentale la preparazione al battesimo e la formazione cristiana» (cf.
Rito del battesimo dei bambini, Introduzione generale, n. 7; EV 3/1098). Si
noti: compito e ministero complessivo della comunità cristiana attraverso i suoi
membri non sono solo «celebrativi» (per così dire «rituali»), ma altresì
«formativi» (per così dire «iniziatici»).
E, tuttavia, è ricorrente l’obiezione che il riferimento alla comunità
ecclesiale sia quanto mai debole, in quanto sarebbe pregiudicato da un fenomeno
soggiacente alla domanda stessa dei sacramenti. È successo già in passato, e
succede ancora oggi, che al cristianesimo venga di fatto richiesto di gestire
quello che comunemente si considera il bisogno religioso. In altre parole, si
chiede al rito cristiano di farsi carico del bisogno religioso che appartiene a
ogni società, e che accompagna i momenti simbolici fondamentali della vita come
la nascita, le età di passaggio, il matrimonio, la sofferenza e la morte.
Ora, in Italia, certamente questo fenomeno è ancora ampiamente in vita.2 Il
cristianesimo, infatti, si trova a dover gestire forme e richieste di
religiosità diffusa, le quali non avrebbero altro modo per attuarsi se non il
vocabolario cristiano, i riti cristiani: quindi un fenomeno interno all’area dei
sacramenti. Si perpetuerebbe così un principio di «ospitalità» che la Chiesa,
con tutta probabilità, si porterebbe con sé fin dalla Chiesa degli apostoli. Ci
troviamo così i nostri riti e i nostri ambienti abitati da tanta gente, che però
li frequenta di passaggio e in modo distratto e che, alla fine, ci appare come
gente estranea, quasi straniera in casa nostra.
Come leggere da credenti questa situazione? È solo un approccio alla Chiesa da
scoraggiare per non cadere in una pastorale lassista? Oppure bisognerà
domandarsi se il giorno in cui questi non chiederanno più il battesimo e gli
altri sacramenti, la Chiesa avrà fatto un passo in avanti o un passo indietro.
Di fronte alla situazione le reazioni immediate sono diverse: ci sono quelli che
chiedono una reazione severa e la restaurazione di un’immagine tradizionale e «sanzionatoria»
di Chiesa; e ci sono quelli che si adattano alla situazione, o che l’accettano
in modo rassegnato.
Potrebbe essere utile rivisitare in questa prospettiva l’esito del dibattito
teologico acceso sulla questione del battesimo dei bambini all’interno del mondo
protestante. A differenza di K. Barth, che arrivava a rifiutare la prassi del
battesimo ai bambini come prassi disordinata e antico errore della Chiesa, in
nome di una Chiesa evangelicamente pura e testimoniale («Bekennende Kirche»), D.
Bonhoeffer era invece favorevole al battesimo ai bambini, proprio in quanto
espressione di una «Chiesa di popolo» («Volkskirche»): Chiesa di popolo, perché
rifiuta ogni forma di perfettismo psicologico, organizzativo, spirituale e si
pone al di sopra di ogni barriera e apartheid. Usando un’espressione di P.
Tillich, Bonhoeffer affermava che la Chiesa deve entrare a confronto con le
masse, deve tendere l’orecchio là dove le masse invocano la comunità. La
comunità è però sempre sotto la Parola, e può battezzare anche i bambini nella
misura in cui ha coscienza di essere in grado di «portarli in sé» e di
sostenerli nel processo successivo di assimilazione personale della Parola, fino
alla confessione di fede nella celebrazione eucaristica. È molto istruttiva,
anche per noi cattolici, la rivisitazione che la riflessione teologica che si
rifà alla Riforma sta facendo della pratica ecclesiale di iniziazione e
partecipazione anche dei bambini alla cena eucaristica.3
A meno perciò di cadere in una lettura barthiana, che contrappone fede e
religione con la conseguente perdita della dimensione antropologica dei
sacramenti, il problema, se mai, sarà quello di evangelizzare e di educare la
domanda religiosa dentro il cammino di fede, non di cancellarla. Diversamente si
finirebbe nell’idea di Chiesa come setta, comunità elitaria, perfetta, che
comunica solo al suo interno e richiede la condivisione di molte cose,
cancellando così la stessa «immagine popolare» di Chiesa, comunità cioè aperta a
tutti, alla quale è possibile accedere a partire da ogni età e da ogni
condizione di vita: sociale, culturale, spirituale.
La Chiesa aperta a tutti
4. Conviene approfondire il problema del rapporto dei sacramenti di IC con la
Chiesa, intesa come comunità ecclesiale aperta a tutti. Una significativa
modalità di questa apertura a tutti è la tradizione che prevede come destinatari
del battesimo sia adulti che bambini: due modelli diversi di iniziazione, ma
sempre un solo battesimo. È evidente che, sia pure in termini ancora molto
generici, l’accesso alla fede e alla vita cristiana si debba configurare
diversamente nel caso dell’adulto e del bambino. Diverso è diventare cristiani
da adulti, per scelta e conversione personale, o da bambini, per scelta ed
educazione da parte di altri.
E, tuttavia, sia pure diversi, i due modelli di IC degli adulti e dei bambini
per certi aspetti hanno avuto una struttura assai simile. È noto che in antico
anche l’IC cristiana dei bambini prevedeva una certa struttura catecumenale,
mentre in epoca successiva, con i battesimi di massa, la stessa IC degli adulti
aveva finito per lasciare cadere l’istituto del catecumenato. Decisivo nel
mutamento di prassi era il diverso rapporto della Chiesa con la società. E così,
in una situazione di distanza della Chiesa dalla società e dalla cultura che era
e restava pagana, anche la prassi di IC assumeva caratteristiche e modalità di
accesso e di formazione alla fede tipiche e ben definite, anche a livello
istituzionale, quale appunto il catecumenato; viceversa, in una situazione di
diminuita distanza tra Chiesa e società, tra fede e cultura, anche la prassi di
IC evolve assumendo caratteristiche e modalità diverse, quali la scomparsa del
catecumenato e l’emergere di una serie di contesti sociali, anzitutto della
famiglia, come luoghi naturali di trasmissione della fede alle nuove
generazioni.
Di fatto, oggi, sono compresenti ambedue i modelli di IC, come già nella Chiesa
antica. Presenti non solo di fatto, bensì anche legittimamente. Una radicale
rinuncia, infatti, al modello di IC a partire dall’età minorile finirebbe per
compromettere la stessa figura storica della Chiesa e della famiglia nel loro
compito. Una tale maniera di diventare cristiani per influsso familiare, o
comunque per riferimento all’azione pastorale della comunità ecclesiale, non è
impensabile anche nella società differenziata e cultura pluralista attuali:
diversamente risulterebbe impedita una concreta libertà della famiglia e della
Chiesa all’educazione cristiana.4
Certo, affermare la legittimità del modello di IC in età minorile non è ancora
la soluzione di tutti i problemi. Ciò che crea problemi è, ancora oggi, il
mutamento del rapporto tra Chiesa e società, fede e cultura. Da più parti si
parla dell’attuale transizione epocale come di un passaggio caratterizzato dalla
rottura di un patto tra le generazioni. È venuta meno la naturalità del processo
di trasmissione della fede, che aveva i suoi canali propri nella famiglia,
anzitutto, e poi in una serie di contesti sociali in cui, in modo convergente,
fino a ieri, si rifletteva e si manifestava la tradizione cristiana: la scuola,
i luoghi della festa, quelli del lavoro… Si è persa la significatività dei segni
elementari del cristianesimo. La rottura del «patto religioso» tra le
generazioni è l’aspetto forse più evidente della frattura che separa fede e
cultura nel nostro tempo. E, tuttavia, non è pensabile un radicale azzeramento
della prassi attuale, poiché ciò significherebbe arrendersi all’impossibilità di
generare nello Spirito e cedere a un improbabile qualunquismo educativo.
II. Iniziazione cristiana come problema della Chiesa,
oggi: ascolto della situazione
Conviene ora puntare l’attenzione sulla prassi ordinaria di IC a partire
dall’età minorile. È in rapporto a questa prassi che si avvertono maggiori nodi
problematici e consistenti attese. Su questo modello di IC la nostra Chiesa ha
investito molte risorse, umane e non solo (cominciando dallo stuolo di
catechiste che abbiamo). Ma con quali risultati? È ricorrente il giudizio di chi
ritiene che l’attuale prassi ordinaria di IC, invece che iniziare, sembra
«concludere» il processo di IC.
Il movimento catechistico
1. Va detto anzitutto che, pur con tutte le difficoltà che presenta oggi il
modello di IC in età minorile, non si parte da zero. Un primo passo,
fondamentale, è stato fatto negli anni settanta dal movimento catechistico
italiano. Il Documento base (1970) ha già iniziato una stagione di sostanziale
rinnovamento della catechesi, riassumibile nel passaggio dal «catechismo della
dottrina cristiana» alla «catechesi per la vita cristiana». È una scelta che va
riconfermata, anche alla luce di quanto ha maturato la Lettera di riconsegna del
Documento base nel 1988, e che è ancora tutt’altro che pienamente attuata. Ma
quella scelta non basta più.
In verità i nuovi catechismi pensati come «itinerari di fede» in riferimento a
una stagione della vita contemplavano l’idea di strumenti di iniziazione
cristiana (vedi la complessità dei contenuti biblici, liturgici, dottrinali,
etici ed esperienziali). Questo esigeva un cambiamento di mentalità che forse
non è stato da tutti colto o poco attuato. Anche gli esperti di pedagogia
cristiana non sembrano avere prodotto pensiero su questa fondamentale
intuizione. Purtroppo i nuovi catechismi vengono talvolta usati more antiquo,
con scarsi risultati.
Un segno evidente di questa insufficienza si coglie nel cosiddetto
«post-cresima»: ragazzi che abbandonano non solo il catechismo, ma anche la
pratica della fede. Poche volte ci si lascia sfiorare dal dubbio che questa
crisi esistesse già prima, che questi problemi fossero già presenti nel periodo
del pre-cresima. Se ci si pensa bene anche nel percorso normale dell’IC un buon
numero dei nostri ragazzi che frequenta assiduamente il catechismo diserta con
altrettanta assiduità l’eucaristia domenicale. L’eucaristia non è, del resto, il
vero sacramento che compie il processo di IC?
Andando maggiormente alla radice della crisi, ancora più stridente appare quella
che si chiamerebbe una sorta di «schizofrenia» della pastorale corrente: da un
lato, infatti, il battesimo degli infanti viene praticamente dato a tutti coloro
che lo chiedono, senza particolari condizioni; d’altro lato, poi, si tende a far
confluire sulla confermazione tutto l’insieme dei valori legati a una scelta di
fede libera, personale e consapevole, enfatizzando la presentazione della
cresima come sacramento della «maturità», del «cristiano adulto».5
La situazione della famiglia
2. È innegabile che, a pesare sull’insufficienza del modello tradizionale di IC,
è la situazione della famiglia. Sempre più spesso, infatti, non si può
presupporre quasi nulla riguardo all’educazione cristiana dei ragazzi nelle
famiglie di provenienza. Il problema nasce dal fatto che, in diversi casi, i
bambini battezzati non crescono nella sfera di una fede cristiana concretamente
testimoniata. Non è raro il caso di genitori che, pur chiedendo il battesimo per
i loro figli, sono estranei a qualsiasi pratica di vita cristiana; né oggi si
può presupporre – come in passato – che sia l’ambiente sociale a propiziare,
quasi per «osmosi», l’educazione cristiana del bambino.
Ormai molti – anche vescovi nei documenti di questi decenni – sono concordi nel
riconoscere che la famiglia è la prima responsabile dell’educazione alla fede. E
appare sempre più chiaro che lì dove viene meno la famiglia si rischia di fare
una catechesi non supportata dalla testimonianza e dalla verifica quotidiana, e
di non lasciare nessuna traccia o comunque soltanto un segno molto labile. È
questo uno degli aspetti della paradossale ricchezza e povertà della famiglia
contemporanea: «ricchezza» per quanto riguarda l’alto investimento affettivo che
la caratterizza, secondo il modello parsoniano, instaurato con la cosiddetta
famiglia nucleare, urbana, puerocentrica; e nello stesso tempo «povertà», anzi
debolezza per quanto riguarda la capacità dell’adulto (in particolare del padre)
di offrirsi come modello di valori e punto di riferimento autorevole.
È vero che ci sono sempre più famiglie incapaci di trasmettere la fede, anzi di
educare. E, tuttavia, è anche vero che sono in aumento le famiglie che maturano
una maggiore consapevolezza del proprio sacramento, del ministero coniugale che
ne consegue e del loro compito educativo. Lo sforzo catechistico, perciò, si
deve orientare sempre di più verso gli adulti, in particolare verso i genitori,
per metterli in grado di esercitare il loro ruolo di educatori della fede.
Allora la trasmissione della fede comporta di uscire dalla prospettiva di una
traditio come trasmissione (soltanto) delle dottrine e conoscenze, ed esige di
entrare in una concezione della trasmissione della fede come compimento
cristiano di quel donare la vita quale dono promettente per il figlio.
Attualmente, invece, le risorse catechistiche sono ancora quasi esclusivamente
indirizzate alla catechesi dei fanciulli e dei ragazzi.
Ci si deve chiedere se le generose energie profuse per i minori non rischino di
essere vanificate, quando non siano orientate idealmente e praticamente verso
una comunità di adulti che vive la fede. L’assenza, infatti, di convincenti
modelli di riferimento per i minori a livello adulto pregiudica la possibilità
di risultati costruttivi per lo stesso impegno educativo. Bisognerà perciò
evitare l’impressione, agli occhi dei ragazzi e dei giovani, che la catechesi
della fede serva per diventare adulti, ma non per vivere da adulti la fede. E
questa sarebbe la maniera più diretta per svuotare di senso la stessa proposta
formativa cristiana.
Un cammino impoverito
3. L’assenza di convincenti modelli di riferimento a livello adulto è il
riflesso anche della vita stessa della comunità cristiana. Il nostro percorso
attuale di IC non può che apparire come un cammino incredibilmente impoverito.
Impoverito anzitutto a livello di soggetti coinvolti e di figure ecclesiali:
a) la povertà di soggetti ecclesiali implicati nel percorso dell’IC è ben
visibile già nello stesso momento della catechesi, quando è vissuta in spazi e
tempi appositamente riservati (magari dopo l’ultima ora di scuola e prima di uno
dei tanti corsi di nuoto o di tennis, ma proprio per questo a margine dei ritmi
normali della comunità);
b) tale povertà continua anche nel momento della celebrazione dei sacramenti che
ne costituiscono l’ossatura a partire dal battesimo: le nostre parrocchie,
adducendo motivi organizzativi, spesso relegano la celebrazione dei sacramenti
in spazi e tempi che di fatto scoraggiano la partecipazione della comunità
cristiana, alimentando così l’impressione che tutto il percorso dell’IC sia una
questione privata, che riguarda solo le famiglie interessate, la figura del
catechista, quella del parroco o di qualche prete di riferimento. Questa è tutta
l’immagine che si riesce a dare della comunità cristiana, soprattutto a quei
ragazzi che, non frequentando le nostre eucaristie domenicali, hanno soltanto la
catechesi per farsi un’idea della parrocchia;
c) la povertà di soggetti ecclesiali e di figure di accompagnamento si trasforma
quasi sempre in povertà anche di strumenti pedagogici: abbiamo dei cammini
sostanzialmente ripiegati su di un modello «scolastico» di trasmissione della
fede, sbilanciato più sulla trasmissione dei contenuti che non della vita
cristiana che ne consegue. L’impostazione sostanzialmente scolastica del nostro
percorso di IC è resa ben visibile anche dal vuoto che noi lasciamo tra il
momento della celebrazione del battesimo e l’inizio del cammino di preparazione
all’eucaristia. Dopo aver detto a una famiglia che suo figlio, grazie al
battesimo, è stato introdotto a un’esperienza di Chiesa, noi ci dimentichiamo di
questo bambino fino al momento in cui lo invitiamo a frequentare il catechismo.
E, tuttavia, una presenza il più possibile completa della comunità cristiana nel
cammino di IC dei nostri ragazzi non è impensabile: la comunità vera, reale e
quotidiana, quella che prega la domenica, ma non solo; quella che vive i ritmi
dell’anno liturgico, che si anima e accende per le sue devozioni e per le sue
feste particolari, quella che cerca con fatica di formarsi e di conoscere sempre
di più il volto di Dio che Gesù Cristo le ha svelato; quella che cerca di essere
attenta ai poveri che abitano tra la sua gente, che ha parole di consolazione,
che vuole aprire cammini di speranza. Perché ad es. la visita ai malati, in una
parrocchia in cui quest’azione caritativa è molto forte, non può diventare parte
del cammino di IC?
È dall’incontro e dal convergere sinergico di tutti questi soggetti visti nel
luogo e nel momento della loro azione che alla fine ai nostri ragazzi e giovani
risulterà significativa l’immagine della comunità cristiana, altrimenti vuota e
astratta. Occorrerà pensare e progettare dei percorsi di IC che facciano loro
incontrare, osservare e vivere i luoghi, i tempi e i ritmi che caratterizzano la
vita della comunità cristiana, in cui saranno chiamati a professare la fede a
loro volta.6
Gli altri contesti educativi
4. La riscoperta della presenza e del ruolo della comunità cristiana, e in essa
della famiglia, nel cammino di IC non esime tuttavia da un’effettiva attenzione
agli altri luoghi e contesti in cui i ragazzi si trovano a vivere l’esperienza
educativa. Il riferimento è anzitutto alla scuola. L’intenzionalità educativa
della proposta insita nel cammino di IC non può non confrontarsi con le altre
agenzie educative, già per il solo fatto del tanto tempo che i nostri ragazzi vi
trascorrono. Le ragioni del confronto sono da collocare a un livello più
profondo.
Anzitutto, se vogliamo davvero che il cristianesimo conservi un’immagine
pubblica nelle nostre società attuali (contrastando in questo modo il processo
di marginalizzazione e di privatizzazione che invece sta conoscendo), dovremo
impegnarci a mostrare meglio il contributo che il cristianesimo sa offrire nel
processo educativo di formazione degli uomini e delle donne del nostro domani.
La pedagogia cristiana resta dunque un buon terreno di confronto, di dialogo e
di inserzione del cristianesimo nelle culture abitate dalle sue stesse comunità
cristiane.
Nel contesto italiano attuale, in piena riforma scolastica, una simile
motivazione acquista il valore di una sfida. In un momento in cui la scuola
tende a diventare l’agenzia che ingloba dentro di sé tutti i possibili itinerari
formativi, non potremo rassegnarci a una posizione di mera osservazione di ciò
che sta accadendo. Dovremo piuttosto assumere posizioni di dialogo e di
confronto più marcate, mostrando quello che abbiamo da offrire a livello
educativo, e permettendo in questo modo a tutto ciò che è linguaggio, cultura e
valori cristiani di essere ascoltati anche in contesti esterni ai nostri.7
III. Iniziazione cristiana e conversione pastorale
della Chiesa: cantiere aperto
Alla luce delle precedenti considerazioni sull’immagine di Chiesa soggiacente
alla prassi di IC e alle difficoltà dell’IC in età minorile, in ascolto della
situazione, siamo in grado di intuire quanto il chiarimento teologico conosciuto
in questi anni della nozione di IC e la prassi pastorale a essa connessa debbano
essere interpretate come altrettanti segnali di una conversione pastorale della
Chiesa nel modo di trasmettere la fede alle future generazioni.
A questo scopo l’immagine che più si addice è quella del «cantiere aperto»: non
solo nel senso di tentare un’attenta ricognizione delle forme originarie di
iniziazione alla vita ecclesiale, al di là delle incrostazioni del tempo, ma
soprattutto nel senso di entrare in un territorio che è un crocevia decisivo per
comprendere il mutamento che sta attraversando l’odierna pastorale.
È questo il compito affidato a questa terza parte, finale, di questo contributo:
identificare i luoghi attorno ai quali si stanno già concentrando o è utile che
si concentrino le nostre pastorali dell’IC, perché possano scaturire le risorse,
i percorsi e le sinergie utili a disegnare l’IC come sarà domani.
Gli orientamenti pastorali dell’episcopato
1. Un primo luogo non può che essere gli orientamenti pastorali per il primo
decennio del 2000, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (CVMC), dove
recitano: «Per dare concretezza alle decisioni che abbiamo indicato – e che, ne
siamo consapevoli, richiedono una conversione pastorale – per imprimere un
dinamismo missionario, vogliamo delineare due livelli specifici, ai quali ci
pare si debba rivolgere l’attenzione nelle nostre comunità locali. Parleremo
anzitutto di quella che potremmo chiamare comunità eucaristica, cioè coloro che
si riuniscono con assiduità nell’eucaristia domenicale, e in particolare quanti
collaborano regolarmente alla vita delle nostre parrocchie. Passeremo quindi ad
affrontare la vasta realtà di coloro che, pur essendo battezzati, hanno un
rapporto con la comunità ecclesiale che si limita a qualche incontro più o meno
sporadico, in occasioni particolari della vita, o rischiano di dimenticare il
loro battesimo e vivono nell’indifferenza. Se questi due livelli saranno assunti
seriamente e responsabilmente, saremo aiutati ad allargare il nostro sguardo a
quanti hanno aderito ad altre religioni e ai non battezzati presenti nelle
nostre terre» (CVMC 46; Regno-doc. 13,2001,451).
L’intento di queste indicazioni è duplice: anzitutto è quello di riaffermare la
centralità dell’eucaristia nel giorno del Signore come luogo educativo e
rivelativo della fede, teso a far crescere i fedeli che ancora la frequentano
anche come luogo significativo per l’educazione missionaria della comunità
cristiana (cf. CVMC 47); l’altro, quasi come terreno privilegiato – anche se non
unico – di impegno missionario della comunità eucaristica, è quello di dare
effettiva attenzione a tutta quell’area di uomini e di donne che, pur avendo
ricevuto il battesimo, non vivono legami di piena e stabile comunione con le
nostre Chiese locali (cf. CVMC 56).
L’attenzione che, secondo gli orientamenti pastorali, la comunità cristiana è
chiamata a riservare alla fascia sempre più vasta dei «battezzati che vivono un
fragile rapporto con la Chiesa» si esplicita nel richiamo a «un impegno di primo
annuncio, su cui innestare un vero e proprio itinerario di iniziazione o di
ripresa della loro vita cristiana». Momenti significativi, anche se non si sa
come affrontarli, sono, per esempio, la richiesta dei genitori dei sacramenti di
IC per i figli, di celebrazione religiosa del matrimonio, del funerale e dei
momenti di preghiera per i defunti, di alcune feste del calendario liturgico
nelle quali anche i non praticanti si affacciano alla porta delle nostre chiese
(CVMC 57). L’impegno a trasformare queste occasioni in momenti di comunicazione
della fede andrà affrontato, se si vuole che le nostre Chiese particolari
rimangano realtà popolari.
Ovviamente anche il modello di IC degli adulti sarà da tenere presente, a
incominciare dalla presenza meno rara di adulti che chiedono il battesimo, e di
adulti che, battezzati da piccoli, chiedono di completare con gli altri
sacramenti il cammino dell’iniziazione o di essere accompagnati in percorsi di
«risveglio della fede», come documentano le relative note pastorali CEI su
L’iniziazione cristiana, dedicata al catecumenato degli adulti (30 marzo 1997),
e recentemente quella indirizzata al «risveglio della fede e al completamento
dell’iniziazione cristiana» (in corso di pubblicazione). Più ancora, però, al di
là del suo uso, il riferimento all’IC degli adulti è da considerare
«paradigmatico» per ragionare teologicamente e pastoralmente anche dell’IC in
età minorile.
Particolare rilevanza paradigmatica acquistano, nel nuovo Ordo initiationis
christianae adultorum, almeno questi due aspetti:
– anzitutto il principio dell’unità che lega tra loro i sacramenti della IC. Non
si tratta solo del fatto che possono essere celebrati insieme come nel caso
degli adulti e nella tradizione orientale anche nel caso dei bambini. Si tratta
anche del significato teologico che l’unità celebrativa rivela, per cui l’ordine
è battesimo, confermazione ed eucaristia. L’eucaristia, e non altro, secondo il
nuovo Ordo rappresenta l’oggettivo termine o vertice dell’IC; o, se si
preferisce riservare l’idea di termine alla stessa vita cristiana, allora è
l’eucaristia il sacramento che conduce a tale vertice. A decidere in questo
senso è la stessa verità cristologica dei sacramenti di IC, e quindi della fede
che li riconosce. Viene così ridimensionata quella visione dei sacramenti di IC
che li accosta immediatamente a una sorta di processo antropologico dell’età
evolutiva, per cui il battesimo corrisponderebbe alla nascita, l’eucaristia alla
fanciullezza e la confermazione alla maturità. A decidere ultimamente non
possono essere le scienze umane, né criteri pastorali non fondati sulla verità
stessa dei sacramenti;
– inoltre il principio della globalità del processo di IC comprensivo di
annunzio, risposta di fede, cambiamento di vita, catechesi, introduzione alla
preghiera, celebrazione liturgica, inserimento nella comunità e con la
partecipazione della comunità lungo l’anno liturgico, esercizio della
testimonianza cristiana nella carità e nella vita quotidiana: da intendere come
attività non separate e successive, ma correlate. È questo del resto il
principio che ha suggerito come itinerario da preferire quello che comporta la
celebrazione unitaria dei sacramenti di IC anche nel caso di fanciulli e
ragazzi: «Per salvaguardare l’unità dell’iniziazione e la successione teologica
dei sacramenti, il battesimo si celebra durante la messa nella quale i neofiti
per la prima volta partecipano all’eucaristia. La confermazione viene conferita
nel corso della stessa celebrazione o dal vescovo o dal sacerdote che dà il
battesimo» (CEI- Consiglio permanente, nota pastorale Orientamenti per
l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, 23.5.1999, n. 46;
Regno-doc. 13,1999,444).
La comunità parrocchiale
2. A un rinnovato impegno è chiamata la Chiesa particolare nella sua figura
storica tradizionale che è la comunità parrocchiale. Ancora oggi la parrocchia
costituisce il referente più ovvio, al quale si rivolge chiunque cerchi in forma
saltuaria il servizio della Chiesa: battesimi, matrimoni, funerali. Molti
cristiani non sanno neppure quale sia la loro parrocchia, né sanno distinguere
tra parrocchia e chiesa aperta al pubblico. Sanno però che una parrocchia c’è, e
all’occorrenza la si può trovare. La parrocchia in tal senso rappresenta il
volto vicino e accessibile della Chiesa, la forma fondamentale nella quale si
produce per ognuno l’incontro personale con la Chiesa.
Riferendosi alla parrocchia, anche il documento CEI per il catecumenato degli
adulti afferma: «Nella Chiesa locale la parrocchia è il luogo ordinario e
privilegiato di evangelizzazione della comunità cristiana: qui più che altrove
l’evangelizzazione può diventare insegnamento, educazione ed esperienza di vita.
È nella parrocchia in particolare che l’esperienza di tipo catecumenale,
soprattutto in vista della celebrazione dei sacramenti di IC, trova la sua
attuazione ordinaria». Una rinuncia a questo compito, inclinando a facili
«deleghe» sia alla preparazione e formazione, sia alla celebrazione,
comprometterebbe di fatto non solo un vincolo giuridico, canonico
(particolarmente raccomandato, nel caso del battesimo, dal CIC can. 857, § 2
dove si afferma che la parrocchia dei genitori è il luogo ordinario dove
amministrare il battesimo ai bambini), ma lo stesso volto oggettivo, profondo
della Chiesa che accoglie.8
Non sarà facile. Sotto questo profilo, formativo alla fede adulta, anche la
parrocchia avrà bisogno di ripensarsi come comunità che sappia sviluppare la
qualità della vita cristiana che riesce a proporre, che sappia rendere più
elastica la modalità degli interventi pastorali, senza perdere il vincolo del
territorio, che costituisce non solo una figura fondamentale della tradizione
italiana, ma custodisce un valore essenziale dell’annuncio evangelico, cioè la
sua apertura a tutti. La vita ecclesiale quotidiana delle nostre parrocchie è in
attesa e alla ricerca di percorsi di IC che siano normali e praticabili, lontani
cioè dai difetti di un modello troppo antiquato che mostra tutta la sua fatica
nel generare i cristiani, da una parte, e dall’altra dagli eccessi di proposte
innovative che per la loro levatura culturale e il loro coinvolgimento
personale, familiare e comunitario non possono che risultare elitarie e poco
popolari. Occorrerà forse «polarizzarsi» su alcuni obiettivi, per muovere il
quadro complessivo della pastorale ordinaria, snellire alcuni settori,
privilegiarne altri. Anche per una efficace pastorale dell’IC il tema parrocchia
e dintorni andrà affrontato.
Pastorale degli adulti, scelta strategica
3. Se c’è una scelta strategica da fare, essa dovrà concentrarsi sulla pastorale
degli adulti, per gli adulti e con gli adulti. È noto che in passato le migliori
energie, il tempo a disposizione, i sacerdoti, le suore, le strutture in genere
sono state spese a servizio dell’educazione dei minori. L’attenzione agli adulti
era quasi una risultanza di quella ben più impegnativa dedicata ai minori.
Occorre il coraggio di ribaltare la gerarchia degli investimenti delle energie
pastorali. Non si tratta di non puntare sui minori, ma di evangelizzare i
piccoli e i grandi, facendo perno sui piccoli in vista dei grandi, e sui grandi
coinvolgendoli nell’edificazione di una comunità adulta, e quindi capace davvero
di essere a servizio dei piccoli.
Decisiva, in proposito, è l’attenzione alla vita della famiglia. È un punto
assai urgente sul quale è importante scambiarsi le esperienze significative.
Nelle parrocchie nelle quali si è cominciato a percorrere la strada della
«catechesi familiare» nelle sue diverse modalità e livelli, ci si accorge che
non poche famiglie – lontane dalla pratica religiosa e spesso in situazioni
difficili o irregolari – si lasciano coinvolgere con serietà in percorsi di
formazione rivolti agli stessi genitori.9
I genitori amano i figli; sono disorientati, quando pensano al loro futuro; si
sentono inadeguati come genitori; non sanno dove incominciare; di conseguenza,
non pochi sono disposti – quando vengono fatte delle proposte coraggiose,
convinte e di buona qualità – anche a fare qualcosa di inedito per incidere più
efficacemente sui processi evolutivi dei loro figli. È constatazione comune,
nelle esperienze cui accennavo sopra, che questa forma di investimento
catechistico diventa anche un’occasione preziosa e sorprendente di autentiche
«conversioni» alla fede di genitori adulti. E, spesso, genitori che guadagnano
terreno in questa direzione sono capaci anche di farsi carico dei figli di altre
famiglie, in maniera più «calda» e convincente di quanto sappiano fare i
catechisti.
Non è chi non veda come la pastorale di IC così intesa chieda necessariamente
del tempo e una forte disponibilità all’impegno ecclesiale nei prossimi anni.
C’è da chiedersi come tale impegno possa adeguatamente svolgersi senza dare vita
a vere e proprie figure stabili o ministeri, a sostegno e in accompagnamento
delle iniziative. Resta evidente come tale impegno chieda un tipo di
preparazione specifica nei laici e nello stesso clero a svolgere un compito
capillare e prolungato di accostamento alle famiglie, pur nella diversità delle
situazioni.
L’offerta catechistica della parrocchia nei confronti dei figli dovrà perciò
intrecciarsi in maniera armonica con la formazione offerta all’interno delle
famiglie, con una sua specificità che aiuterà le famiglie a relazionarsi con le
altre e a costruire comunione con tutta la comunità. Questo però non potrà
essere fatto semplicemente caricando il già esile calendario familiare di
ennesimi obblighi, ma si dovrà con pazienza e con l’aiuto imprescindibile di
altre famiglie favorire percorsi di maturazione nella vita di fede mirata sui
ritmi della vita familiare. Un apporto da valorizzare è anche quello di persone,
gruppi, associazioni e movimenti – Azione cattolica, AGESCI… – in grado di
testimoniare ai ragazzi e ai giovani la fede vissuta in varie situazioni, come
anche la presenza pastorale e la testimonianza di carismi di vita religiosa, di
spiritualità laicale e missionaria.
Anno liturgico, calendario della comunità
4. A sollecitare un’attenzione ai tempi della vita familiare e comunitaria nella
pastorale di IC è il calendario della comunità costituito dall’anno liturgico.
Il tempo e il luogo, infatti, segnano la vita di una persona più di quanto si
creda. Un posto centrale va dato alla domenica, il giorno in cui tutta la
comunità si rimette in stato di iniziazione e assolve il suo compito di iniziare
le nuove generazioni. Agli occhi stessi degli iniziandi e dei neofiti, è la
comunità che si raccoglie nel giorno del Signore, nell’ascolto della Parola,
nella comunione di preghiera e nella frazione del pane, per poi testimoniare la
gioia come ragione di vita, che diventa il volto concreto della Chiesa a cui i
sacramenti iniziano. Sono perciò da ricuperare e possibilmente da sviluppare
elementi dell’antica tradizione battesimale: le domeniche battesimali, gli
scrutini quaresimali, la veglia pasquale e la mistagogia del tempo pasquale che
segnano le tappe del cammino dell’intera comunità lungo l’anno liturgico.10 Si
colloca qui, già sollevato da diversi vescovi, il problema del celebrare con i
fanciulli e ragazzi: tema che sembra sia stato lasciato cadere, salvo poche e
non sempre illuminate eccezioni, dalle preoccupazioni pastorali.
Più strettamente raccordata al calendario liturgico, la struttura temporale di
IC potrebbe incominciare a tenere conto in modo più relativo dello stesso
calendario scolastico. È ovvio che un certo riferimento all’età scolare resta
imprescindibile nella stessa domanda di accesso ai sacramenti, al punto da
fissare comunemente l’anno della prima comunione e della confermazione. Il senso
di una data comune è quello di offrire a tutti, in partenza, senza alcuna
discriminazione, la possibilità di accesso ai sacramenti. E, tuttavia, la
diversità e pluralità delle situazioni di fede presso il fanciullo, la necessità
di correlare la celebrazione con il percorso formativo e non solo preparatorio
al sacramento, sollecitano per il futuro a relativizzare un rigido riferimento
all’età scolare, per assumere criteri di ammissione più pastorali che facciano
riferimento all’effettiva adesione agli itinerari proposti.
Come si può vedere, toccare l’IC ci obbliga a una revisione più complessiva
delle nostre pratiche pastorali. Allora che cosa dobbiamo fare? Avviamo delle
sperimentazioni? Andiamo in ordine sparso? L’intento di questa relazione era di
offrire ai lavori di gruppo che seguiranno criteri di orientamento alle
iniziative di cambiamento che qua e là si vanno ormai moltiplicando presso
singole diocesi e, magari in maniera sommersa, presso singole parrocchie,
entrando così in un coraggioso laboratorio pastorale.11 Un coraggio
istituzionale è oggi necessario, per piccoli passi, ma in maniera determinata,
se si intende effettivamente sbloccare la situazione.
Faccio mie, concludendo, le osservazioni di G. Routhier: «Oggi la nostra sfida è
di partorire di nuovo e di dare la vita. Quando nelle parrocchie non resta che
qualche anziano, spesso in maggioranza donne, non bisogna semplicemente
considerare che le nostre Chiese mancano di preti, ma piuttosto che esse mancano
di cristiani e credere che è urgente metterne di nuovo al mondo.
L’evangelizzazione, quadro nel quale dobbiamo situare l’iniziazione cristiana,
mi sembra in definitiva il solo motivo decisivo capace di impegnarci in una vera
riorganizzazione pastorale che potrà avere un vero domani» («L’iniziazione
cristiana o della fatica di generare figli», in La Scuola cattolica 129[2001],
510).