La formazione catechetica nei seminari maggiori italiani

Piergiorgio Brodoloni

1. L’IMPORTANZA

 

della formazione catechetica è stata ribadita autorevolmente da Giovanni Paolo II quando nella Pastores dabo vobis Giovanni Paolo II afferma: «Tutti i sacerdoti sono chiamati ad avvertire la singolare urgenza della loro formazione nell’ora presente: la nuova evangelizzazione ha bisogno di nuovi evangelizzatori, e questi sono i sacerdoti che si impegnano a vivere il loro sacerdozio come cammino specifico verso la santità» (n. 82).

Questa esigenza formativa la troviamo tradotta nel progetto educativo di ogni Seminario e, al suo interno, la formazione al ministero della Parola occupa un posto prioritario perché tutto nella pastorale ha bisogno della catechesi e perché solamente presbiteri formati nella catechesi potranno essere formatori e guide di comunità che esercitano efficacemente il loro ministero profetico.

 

La formazione catechetica, a sua volta, interessa diversi ambiti.

Il primo è quello contenutistico: Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis, quando parla delle esigenze formative dei futuri presbiteri, manifesta la necessità di «una conoscenza abbastanza ampia della dottrina della fede» (n. 62); questa esigenza è giustificata dal fatto che non si può sviluppare una “intelligentia fidei” se non si conosce la “fides” nel suo contenuto.

Un secondo aspetto riguarda l’esercizio pastorale: nel Sinodo del 1990 su La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali sono stati significativi gli interventi in merito alla necessità di formare i futuri sacerdoti, cioè i “nuovi evangelizzatori” per la “nuova evangelizzazione”.

Particolarmente emergente, poi, è il problema del linguaggio e della comunicazione della fede dentro la cultura del nostro tempo, perché il messaggio annunciato sia compreso, accolto, vissuto: la PDV afferma in proposito che «La formazione pastorale non può certo ridursi ad un semplice apprendistato, rivolto a familiarizzarsi con qualche tecnica pastorale.  La proposta educativa del Seminario si fa carico di una vera e propria iniziazione, alla sensibilità del pastore, un’assunzione consapevole e matura delle sue responsabilità, all’abitudine interiore di valutare i problemi e di stabilire le priorità e i mezzi di soluzione, sempre in base a limpide motivazioni di fede e secondo le esigenze teologiche della pastorale stessa» (58).

 

La formazione catechetica è, dunque, indispensabile per diversi e complementari motivi In primo luogo per una corretta inculturazione nel cambiamento permanente. Infatti, in una società dominata dal cambiamento, dalle accelerazioni crescenti, come la nostra, la catechesi deve fare i conti con situazioni sempre nuove, inedite, impreviste.  In questo contesto, si richiede la capacità di annunciare il Vangelo di sempre in un mondo cambiato e che cambia.

Gran parte dell’azione pastorale oggi è messa in crisi dal divario esistente tra la vita della comunità cristiana, il suo messaggio e le culture contemporanee. Lo dimostrano la disaffezione religiosa, la religiosità dello “scenario”, l'inadeguatezza della comunicazione catechistica, il “linguaggio da iniziati” che si usa spesso nell’evangelizzazione, ecc.

La catechetica, in questo contesto, ha conseguentemente il compito di preparare gli operatori pastorali a non risolvere i problemi passando semplicemente e velocemente dal vedere all’agire, ma educando prima di tutto a conoscere e a capire; e a non attendere passivamente gli eventi, ma prima di tutto a intuire “in anticipo”.

La formazione catechetica, inoltre, contribuisce a rendere gli operatori della catechesi capaci di capire, di analizzare e di assumere i problemi, le attese, gli schemi culturali degli uomini di oggi, unitamente al discernimento e alla critica ispirata dalla fede, per inculturare il messaggio cristiano e renderlo comprensibile e significativo; aiuta i futuri presbiteri a formare persone adulte nella fede, a formare, cioè, credenti dalla fede personalizzata e matura, responsabili, impegnati e attivi nel mondo e nella Chiesa.

Una adeguata formazione catechetica è necessaria per ridare un nuovo slancio alla pastorale catechistica, sottolineando, in proposito, che i seminaristi di oggi sono gli evangelizzatori del terzo millennio. Dopo i tempi fecondi e stimolanti della nascita e dello sviluppo del Documento Base e del relativo progetto catechistico, terminata la stagione dei catechismi, sempre più appare che questo nostro tempo è il tempo della comunità cristiana e dei suoi catechisti. La stanchezza sterile, la ripetitività acritica, la passività a-creativa attendono energie fresche di fede, di speranza, di inventiva amorosa, nell'orizzonte di un rinnovato e fiducioso annuncio missionario di Gesù Cristo.

Come pure esiste la necessità di rilanciare il ministero catechistico dei presbiteri. Oggi, come è stato osservato nella riunione di aprile dell’UCN, essi non fanno più catechesi o comunque la considerano un di più rispetto a tantissime altri servizi che svolgono nella comunità. Questo fatto impoverisce il loro ministero  e li fa apparire più manager, organizzatori, liturghi, impegnati nella vita sociale, così il loro primo e specifico compito di evangelizzatori e catechisti e formatori dei catechisti, sta venendo meno. Nei gruppi spesso è il catechista che li ha di fatto soppiantati. Questo è un grave danno per la stessa catechesi  che non è più al centro delle comunità in quanto il Pastore non la vive e non la considera al centro del suo ministero.

Questa frontiera formativa i Seminari maggiori devono porsela con grande vigore culturale ed ecclesiale non tanto a livello legislativo quanto realizzativo.

A livello di legislazione, infatti, troviamo espressa, in molteplici documenti ufficiali della Chiesa, l'esigenza di provvedere alla formazione catechistica dei futuri presbiteri; già a partire dalla Sessione V del Concilio di Trento, quindi dal momento stesso che furono fondati i Seminari, fino ai recenti Orientamenti della C.E.I. è un continuo susseguirsi di esortazioni e di indicazioni.[1]

     

 

 2.   LA SITUAZIONE

Come si vede, gli interventi legislativi e normativi in materia sono numerosi e ricchi di contenuto.  Ma sono stati messi in pratica? Come viene osservata questa legislazione? Come i futuri presbiteri si formano ad un compito così fondante per ogni altro ambito pastorale? Quale formazione a livello di scienza catechetica? Quali esperienze, sia pure limitate nel tempo seminaristico, sono attuate nei seminari italiani? Esiste un fecondo dialogo interdisciplinare tra teologi, catecheti, catechisti, pastori, perché i futuri presbiteri imparino ad agire con spirito profetico e creatività pastorale?

Alcuni anni fa, per rispondere a questi interrogativi, l’allora GIC (Gruppo Italiano Catecheti, ora AICa, Associazione Italiana catecheti) fece due inchieste sulla situazione dell'insegnamento catechetico nei Seminari italiani.

     I risultati della prima, 1976/77, sono stati esposti dall'allora Segretario del Gruppo, don Lucio Soravito, in “La catechetica: identità e compiti. Atti del II incontro nazionale dei catecheti italiani”, Segreteria del GIC, Udine 1977, pp. 27-41.

     I risultati della seconda inchiesta, 1977/78, sono stati pubblicati, sempre a cura di don Lucio Soravito, con il titolo “La catechetica negli Istituti Teologici. Situazioni e prospettive”in “Teologia e catechesi in dialogo”, EDB, Bologna 1979, pp. 89-317.

     Rimandando ai suddetti testi l’analisi accurata delle risposte, possiamo mettere l’accento sui seguenti punti problematici: il rapporto tra catechetica e scienze umane, il dialogo tra catechesi e le scienze teologiche, il rapporto tra la catechetica e le altre discipline pastorali, la mancanza di docenti preparati per la specifica disciplina della catechetica, il prevalere della mentalità per cui si considera essenziale la formazione spirituale e dottrinale a scapito della trasmissione della fede, l’incertezza sulla identità della catechetica come disciplina da insegnare e da apprendere.

Dobbiamo anche indicare due rilevanti studi in proposito: il n.1 del 1975 della rivista della Congregazione per l'Educazione Cattolica "Seminarium" dedicato alla formazione catechistica dei futuro sacerdote, sulla scia del Congresso Internazionale di Catechesi del 1971 e della pubblicazione, in quello stesso anno, del Direttorio Catechistico Generale; l’ampio e documentato articolo "Formazione catechistica del futuro sacerdote" (pp. 317-333) di don Ubaldo Gianetto della Pontificia Università Salesiana, pubblicato nella rivista "Salesianum" nel n.2 del 1993.

A distanza di oltre venti anni dalle due inchieste citate, abbiamo inteso offrire un servizio riaprendo un’indagine, su tre ordini di interesse: la presenza o meno della catechetica nell’insegnamento degli studi teologici (se in un corso annuale o triennale; se in forma seminariale o opzionale; in tutti i casi, per quante ore e quali testi sono usati); l’azione di pastorale catechistica da parte dei seminaristi (dove e quando viene svolta.; se ci sono esperienze particolari; se e come vengono fatte verifiche periodiche con le parrocchie e con la comunità del Seminario); la catechesi all’interno del Seminario (come, cioè, viene data risposta all’esigenza espressa dalla PDV, 62  di una conoscenza abbastanza ampia della dottrina della fede, per sviluppare in modo adeguato l’intelligentia fidei  e, inoltre, se a questo scopo ci si serve del CCC e/o del CdA, o di altro).

Inoltre, per ognuno di questi tre punti è stato chiesto se c’erano suggerimenti e proposte in merito ai tre quesiti.

Il questionario è stato spedito a 23 Seminari Maggiori del Nord, del Centro e del Sud e precisamente ai 12 Seminari maggiori regionali (hanno risposto in 9) e a 11 Seminari maggiori diocesani (hanno risposto in 6); la loro collaborazione è stata indispensabile per giungere a questa sintesi e per questo li ringrazio per la loro fraterna collaborazione, come pure ringrazio il prof. Luca Diotallevi, docente della Sociologia della Religione all’Università di Chieti, per aver offerto la sua competenza nella stesura e poi nella lettura delle risposte dei questionari.

Alla luce degli autorevoli studi effettuati negli anni 1975 e 1993 e tenendo conto delle qualificate ricerche degli anni 1976-78, la nostra può essere considerata una documentata “provocazione” per risollevare il problema, ridando interesse su questo settore importante della formazione seminaristica.

L’analisi dei risultati ci sconsiglia di eccedere in generalizzazioni per la relativa copertura territoriale ottenuta grazie alle risposte, ed anche per lo stile di compilazione un poco reticente.

Tuttavia, i risultati forniscono comunque una serie di interessanti indicazioni le quali, da un lato confortano l’intuizione avuta di intraprendere un’analisi anche empirica delle forme e delle intensità della attenzione catechetica e catechistica all’interno dei seminari maggiori italiani, e dall’altro suggeriscono l’elaborazione e la realizzazione di un piano di indagine più completo e sistematico.

In ogni caso, nei margini predetti di un atteggiamento prudente, è possibile suggerire di portare l’attenzione su di un fenomeno rilevato, che apparirebbe costante e – se debitamente confermato – decisamente significativo e meritevole di intervento. Si tratta del nesso che può essere rilevato tra due gruppi di variabili apparentemente eterogenei, una previa all’entrata in seminario: le informazioni relative alla preparazione catechistica dei seminaristi al momento dell’ingresso nel seminario maggiore, e quelle più generali relative al loro trascorso ecclesiale; e, in secondo luogo, il volume e la qualità della offerta catechetica e catechistica prodotta dai seminari e delle istituzioni di formazione e di ricerca teologica in cui gli studenti compiono nei loro anni di studio.

  Tra le risposte ottenute è possibile individuare due gruppi di seminari che con maggiore o minore omogeneità testimoniano due situazioni molto diverse.

  Da un lato abbiamo grandi seminari del Nord, ma anche il Regionale di Puglia, che registrano la presenza di giovani con una, mediamente, migliore preparazione catechistica al momento dell’ingresso ed una provenienza largamente segnata dall’intrecciarsi di vita parrocchiale e cammini formativi in azione cattolica.

  Dall’altro, troviamo seminari di più piccole dimensioni, prevalentemente collocati nel Centro e nel Sud del Paese, in cui entra una più alta quota di giovani con una insufficiente preparazione catechistica ed allo stesso tempo con alle spalle – mediamente più che nei seminari del primo tipo – cammini di fede individuali o di “gruppo”.

  A queste differenze sul lato della domanda corrispondono abbastanza sistematicamente differenza sul lato della offerta. 

Nei seminari del primo tipo, dove maggiore è l’offerta catechetica e catechistica per i futuri sacerdoti, più alta è la qualifica dei docenti, più presente è il Documento Base, più intensa ed incrociata (in parrocchia ed in seminario) è la verifica sulla attività pastorale e catechistica dei chierici.

Nei seminari del secondo tipo, al contrario, minore è la quantità dell’offerta catechetica e catechistica, meno qualificati appaiono i docenti, dimenticato sembra il Documento Base per il Rinnovamento della Catechesi, più generica appare la verifica delle attività pastorali e catechistiche svolte dai seminaristi nelle parrocchie in cui sono inviati a fare servizio.

  Infine, solo dai primi seminari e, per il Centro, dal Seminario regionale umbro, giunge notizia di qualche giovane specializzato o specializzando in catechetica.

  Ripetiamo con quella prudenza le cui ragioni sono state richiamate in principio: si può affermare che l’ipotesi di una sistematica combinazione tra qualità alta della domanda e della offerta, e qualità bassa della domanda e della offerta appare sufficientemente corroborata dai nostri pochi dati, almeno quanto basta per perorare la causa di una sistematica indagine in questa direzione.

       Che significa tutto ciò ?

  Significa, probabilmente, che in quelle aree del Paese in cui la Chiesa ha una più viva e qualificata cultura catechetica, i seminari maggiori, ma probabilmente un po’ tutte le strutture ecclesiali (a partire dalla parrocchia e dall’azione cattolica), sono occasioni di rafforzamento e di riproduzione di tale attenzione. Il contrario si verifica, tanto nelle strutture ecclesiali di base quanto nei seminari laddove per forza o per ragione si fa più affidamento su una religiosità fatta di tradizioni, comportamenti, nozioni, trasmesse solo implicitamente piuttosto che anche attraverso processi di appropriazione individuale.

       Insomma, i seminari e le facoltà teologiche, sono piuttosto espressione – quasi riflesso – di una Chiesa locale, piuttosto che  agenzie di sviluppo della coscienza di fede e della abilità ad attivare processi che ne sostengano la formazione.  Il seminario è forse più riflesso della cultura catechetica di un Chiesa locale che non fucina di un suo incremento e di una sua qualificazione, od è la prima cosa più della seconda.

       Va sottolineato, invece, che di scarso rilievo e di scarsa capacità di discriminazione, è la variabile che rileva l’impegno parrocchiale e spesso catechistico assegnato ai seminaristi.  Tale impegno è comunque molto elevato, e non di rado è addirittura maggiore laddove insufficiente risulta la cultura catechistica di questi giovani e minore la quantità e la qualità della offerta catechetica e catechistica loro rivolta (si tratta di un tentativo di rimozione, attraverso l’attivismo, di un problema pastorale?).

       I nostri dati, non molti in verità, ci dicono almeno cinque cose che vale la pena tener presenti, in attesa di un’urgente analisi più sistematica.

1. La asimmetria rilevata (le zone a più elevata cultura catechistica vantano anche un maggiore impegno nella catechetica e viceversa; ovvero: “piove sul bagnato”) non è una stranezza.  Sappiamo che questa tendenza è propria di tutti i processi formativi: le scuole migliori si hanno laddove la gente è più colta.  Qualsiasi dinamica spontanea dei processi formativi tendenzialmente aumenta e non riduce il dislivello iniziale tra aree arretrate ed aree avanzate.

2. In questi casi il primo tipo di “politica” che si dovrebbe adottare è quello della programmazione del reclutamento e della formazione degli esperti. Pensando ad una realtà come quella italiana con sedici regioni conciliari ed una media di 450/500 ordinazioni l’anno, e tenendo presenti realtà in difficoltà, una via da battere potrebbe essere quella di pianificare a livello nazionale il reclutamento di quattro o cinque giovani ogni anno da avviare ad una formazione e ad un training catechetico e catechistico d’eccellenza. In cinque anni si disporrebbe di una “task force” da destinare alle realtà in maggior deficit nel settore.

3. Se si vuole avere un approccio integrato al problema ci si deve ricordare, nelle istanze di progettazione pastorale d’insieme, che anche sul terreno della cultura catechetica e catechistica del clero (ma ovviamente non solo in questo), in genere, si riflette il vantaggio quantitativo e qualitativo costituito dalla presenza e dalla vitalità della azione cattolica nel tessuto ecclesiale. Lasciarne deperire il tessuto equivale, una volta di più, a minare le basi della qualità ecclesiale.

4. Un’altra variabile chiave appare quella della dimensione del seminario. Non parliamo di densità di seminaristi per abitante, ma di grandezza del seminario come rilevatore delle dimensioni medie complessive della platea di istituzioni e di soggetti ecclesiali che quel seminario serve. Come per tutti i processi umani, anche i processi formativi sono – almeno per un bel tratto – sottoposti al vincolo delle economie di scala. Piccoli seminari e piccole istituzioni teologiche faranno sempre molta più fatica a fornire una offerta formativa valida rispetto a realtà più grandi ed esistenti su di un più ampio bacino di persone ed istituzioni.

5. In ultimo, appare che la catechetica ha bisogno di essere definita nella sua identità e nei suoi compiti; per questo essa si trova ancora in una situazione di  precariato, sia perché è una scienza giovane, sia perché non riceve la dovuta accoglienza dai teologi (che non sempre la riconoscono come scienza); unitamente essa si trova dinanzi ad un atteggiamento di sfiducia per cui si preferisce procedere in base al primato del "teologico" sull'"educativo (da qui una pastorale"deduttiva" che fa dipendere direttamente l’educazione cristiana dal dato teologico cosicché il fatto educativo viene assorbito nell’atto teologico, con la conseguenza che alle due discipline si dà lo stesso obiettivo e vengono utilizzati gli stessi metodi)

3.       POSSIBILI PROSPETTIVE

La nostra indagine - anche alla luce delle inchieste precedenti – può costituire un contributo per dare risposta all’impegnativa domanda di Giovanni Paolo II: «Come formare sacerdoti che siano veramente all’altezza di questi tempi, capaci di evangelizzare il mondo di oggi?”» (PDV, 10), non fosse altro che per ridare interesse a questo settore importante della formazione seminaristica.

Infatti, lo specifico tema della formazione catechetica e catechistica nei Seminari maggiori è scomparso dalla riflessione comune dei teologi e dei pastoralisti, mentre viene riaffermato periodicamente dai documenti magisteriali.

E’ indispensabile, dopo aver rimesso a tema questo punto fondamentale della formazione al presbiterato, che si proceda nella via della ricerca e della proposta in modo più sistematico; è un impegno che dovrà essere assunto da parte di soggetti particolarmente impegnati nel settore: Facoltà teologiche e Facoltà di Scienze della comunicazione, Associazioni quali la recente AICa, Centri Catechistici con relative riviste

Si sente, prima di tutto, la necessità di conoscere e comprendere in modo ancor più ampio e organico l’esistente, perché la situazione dell’insegnamento della catechetica nei Seminari potrà essere un utile avvio per la riconsiderazione sistematica di questo indispensabile aspetto formativo.

Dalla conoscenza della situazione si dovrà passare all’aspetto propositivo, iniziando a superare l’incertezza sulla identità della catechetica come disciplina da insegnare a da apprendere e chiarendo il suo rapporto con le altre scienze teologiche e con le scienze umane.

E’ fondamentale, a questo proposito, intensificare il dialogo interdisciplinare inteso non semplicemente come l’impegno di “colorare” di pastorale le varie scienze teologiche, ma come un vero legame educativo tra tutte le scienze del curricolo teologico (scienze teologiche, antropologiche, metodologiche). Sarà propriamente la catechetica che dovrà assumersi il compito di favorire l’apertura delle singole discipline a una possibilità oggettiva di dialogo, in vista dell’evangelizzazione.

Non è, poi, da sottovalutare il fatto - come fa presente don Ubaldo Gianetto nella citata rivista “Salesianum” - che se l'insegnamento catechetico avviene solo nell'ultimo anno, esso non può accompagnare il tirocinio catechistico pratico prescritto da altre norme legislative e, cosa ancor più spiacevole, tende ad escludere la presenza abituale di un catecheta nell'Istituto e all'interno dell'équipe dei docenti.  Forse è proprio tale presenza che risulta più formativa di qualsiasi altro intervento.  Essa, infatti, permette l'accompagnamento collettivo e individuale, rende possibile la creazione di uno spirito d’impegno e di entusiasmo, promuove l'approccio interdisciplinare a numerosi problemi, tra cui lo studio della situazione pastorale-catechetica della diocesi e dei relativi piani pastorali: è insomma un arricchimento prezioso e necessario a tutta l'opera di formazione.

Da qui, derivano ulteriori necessità operative: riformulare i programmi dei Seminari e degli Istituti teologici, predisporre dei testi base per la catechetica fondamentale, formare docenti di catechetica per tutti gli studentati di teologia.

E’ proprio questo l’auspicio che, pur nella consapevolezza dei suoi limiti, ha mosso la nostra indagine: rimettere in moto, nei Centri appropriati, un dibattito culturale, una riflessione teologica e una ricerca ancor più sistematica sul tema fondamentale della formazione catechetica dei futuri formatori.

In questo impegno facciamoci accompagnare da una frase programmatica di san Bonaventura, tratta dall’Itinerarium mentis in  Deum: «Nessuno creda che gli basti la lettura senza la compunzione (lectio sine unctione), la speculazione senza la devozione, la ricerca senza lo slancio dell’ammirazione (investigatio sine admiratione), la prudenza senza la capacità di abbandonarsi alla gioia (circumspectio sine exultatione), l’attività senza la pietà, la scienza senza la carità, l’intelligenza senza l’umiltà, lo studio non sorretto dalla grazia divina, l’indagine senza la sapienza dell’ispirazione divina».

 

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Mons. Piergiorgio Brodoloni

Rettore del Pontificio Seminario Regionale Umbro in Assisi,

Docente di Catechetica e di Teologia pastorale presso l’Istituto Teologico Umbro  (aggregato alla Facoltà di Sacra Teologia della Pontificia Università Lateranense),

Membro del Consiglio Nazionale Catechistico,

Membro dell’Associazione Italiana Catecheti.



[1] In questo secolo abbiamo continui richiami e disposizioni a proposito della " formazione dottrinale del sacerdote catechista" e poi di quella "pedagogica e didattica". l'Enciclica Acerbo nimis, 1905, di Pio X; il Codice di Diritto Canonico del 1917 (can. 1329; 1365); il 19 marzo 1924 la Lettera di Pio XI ai Superiori Generali degli Ordini e Istituti Religiosi; l’8 settembre 1926 la Circolare della  S. Congregazione dei Seminari; il decreto Provido sane, 1935, della S. Congregazione del Concilio; la Lettera agli Ordinari d'Italia della S. Congregazione dei Seminari, il 21 dicembre 1944; il 31 maggio  1956 la Costituzione Sedes Sapientiae, il 3 aprile 1963 le disposizioni date con l’ampia  lettera della S. Congregazione dei Seminari; nel 1964 la stessa Congregazione indica un elenco di problemi catechistici da affrontare nel corso di catechetica: i fondamenti teologici della catechesi; la sintesi storica della catechesi; le scienze ausiliari (tecnica d'espressione e mezzi audiovisivi); l'insegnamento della religione nelle scuole; le funzioni direttive ed organizzativi; la scuola parrocchiale di catechismo e la formazione dei catechisti.

Dopo il Concilio, abbiamo ancora numerosi altre disposizioni: nel 1965 con l’Optatam Totius, n. 20; nel 1970 con la Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis della S. Congregazione per l'Educazione Cattolica (la XVI sezione è dedicata interamente alla formazione propriamente pastorale che, principalmente deve riguardare la catechesi e l'omiletica); nel 1970 con il Documento pastorale della CEI Il Rínnovamento della Catechesi, n. 189 che riporta quasi tutto il n. 16 del decreto conciliare Optatam Toiíus; nel 1971 con il Direttorio catecbistico generale, della S. Congregazione per il Clero, n. 44, n. 129, n. 131; nel 1972 con Gli orientamenti e norme della CEI La preparazione al sacerdozio ministeriale; nel 1976 con La formazione dei futuri sacerdotí della Congregazione per l'Educazione Cattolica; nel Codice del 1983, can. 256, si insiste sulla preparazione del seminarista «in arte catecbetica et bomiletica exercenda».

Per  quanto riguarda la Chiesa che è in Italia, abbiamo, poi, una significativa programmazione della Conferenza Episcopale Italiana.Nel 1980 la CEI ha pubblicato un Regolamento degli studi teologici dei Seminari maggiori d'Italia, che completa gli orientamenti del 1972, in cui si sostiene: «Non si trascuri oltre all'insegnamento della teologia pastorale un’opportuna trattazione della pastorale liturgica e catechetica e della pastorale del lavoro», fino ai recenti orientamenti della CEI per la formazione nei seminari maggiori.