Quale catechesi per gli  anni 2000?

Cesare Bissoli

in Settimana 2001/2

 

E’ la domanda che si vanno ponendo gli operatori di catechesi (Associazione italiana catecheti, Consulta ufficio catechistico nazionale,  riviste catechistiche , Settimana ecc.),  tanto più quanto si  riflette  doverosamente, a distanza di trent’anni   su un segno ‘epocale’  del rinnovamento catechistico italiano, e non soltanto!,  rappresentato dal famoso Documento Base (1970). Ci rendiamo conto che di gloria non si vive. Tali sono i cambi culturali, tali sono i bisogni di fede emergenti, tali sono le lacune dell’agire catechistico ,   ma anche  tali sono le risorse disponibili, in particolare le persone dei catechisti,  che fedeltà al Documento è base è quella che osa pensare creativamente ,   che mira  a generare per oggi quello che  la chiesa italiana si è dato ieri , con la stessa lucidità  teologica,  coraggio pastorale,  sensibilità    ecclesiale .

Che cosa allora?  Espongo qui  con umiltà il mio pensiero per un  dialogo o dibattito,  sotto forma di tesi brevemente commentate. Lo faccio alla luce de farsi degli  Orientamenti  pastorali della Chiesa italiana  per il prossimo decennio, pensando che proprio la catechesi in quanto comunicazione della fede a raggio popolare  diventa vero snodo di ogni servizio pastorale. Sono asserzioni semplici, lineari, pratiche e soprattutto  in dialogo con la   situazione reale  delle nostre comunità

 

1. Un cammino catechistico unitario in Italia è ancora  utile , per non dire necessario

Una   direzione  in senso ‘ regionalista’ anche della catechesi non gioverebbe  proprio a nessuno.  Tanto più la fede è esposta alla deriva   soggettivistica, ad una recezione frammentata, a una  comprensione  non ben saldata sulla  Parola di Dio   ,  tanto maggiore  vale il principio del’ credere insieme’,  e dunque dell’imparare a credere insieme, compito  proprio della catechesi.  Ma non è solo questione di ansietà di fronte a  fughe particolaristiche. Mai come nella situazione di differenza ( leggi: pluralismo) attuale,  l’identità cristiana ha bisogno anche di un sostegno culturale comune, dunque di idee di termini e soprattutto di confessione della fede, e della sua prassi quotidiana, riconoscibili e condivise da tutti (“Io credo, noi crediamo”). Intuiamo la ragione teologica e pastorale insieme. Vi è sempre  lo  spazio  per un doveroso adattamento locale  sia nei programmi che nei sussidi che nel processo comunicativo e formativo

 

2.       Evangelizzazione  al centro

E’ l’esigenza fortemente sottolineata da Paolo VI  (Evangelii Nuntiandi), Giovanni Paolo II (‘nuova evangelizzazione’) fino al Direttorio Generale per la catechesi. Prima ancora e’ stata esigenza, la più bella e liberatrice, del Vaticano II, recepita dal Documento di Base come  l’elemento  forse più fecondo. Si tratta di far risuonare né più né meno che il Vangelo di Gesù Cristo, o Gesù Cristo del Vangelo. Non è togliere l’eredità della Tradizione, che fa da asse portante dello stesso Vangelo,  non viene per nulla estenuata la riflessione dottrinale della fede, ma semplicemente si vuole una catechesi che sia incontro con Gesù Cristo, come  gli incontri  del Vangelo, anzi nel prolungamento di quelli. Non chissà tramite  quali strategie di fantasia, ma nella fede che lo Spirito continua a parlarci di Gesù il Signore e Salvatore di uomo. Desideriamo che ogni affermazione del credo sia intinta nel Vangelo, se ne veda  la derivazione, se ne percepisca il profumo. E’ un richiamo poderoso alla gerarchia delle verità ‘in credendo e comunicando’, è un radicale, pressante invito alla bontà decisiva del primo annuncio, ad una catechesi  ispirata dal kerigma. Ne vedo un singolare e non tacita invocazione nella passata  Giornata mondiale  della gioventù così appassionatamente protesa su Gesù..

 

3.        “ Fare e  ri-fare i cristiani”.

Non è l’espressione migliore, anzi teologicamente è grossolana, ma   arriva, secondo me,  al cuore della questione, la questione di una genuina evangelizzazione, ponendosi  come  grembo vitale e la linea di marcia della nuova catechesi. “Cristiani   non si nasce, ma si diventa” , si dice  con  Tertulliano che interpreta a fondo il pensiero della nostra chiesa quando era giovane. Oggi, quando avvertiamo in misura  drammatica  un servizio di fede più cosmetico che trasformante , così posticcio per cui la conclusione dell’iniziazione con la cresima, diventa  l’inizio dell’abbandono, dobbiamo riprendere il coraggio  di tramutare  la stessa verità  in obiettivo: una catechesi evangelizzatrice  in  vista  di fare e ri-fare i cristiani, intendendo con il primo verbo quanti non lo sono ancora o non lo sono compiutamente, con  il secondo , quanti lo hanno dimenticato.  Con linguaggio tecnico, che è antico nella sostanza, si deve parlare di iniziazione cristiana, e dunque proporre la catechesi in riferimento all’iniziazione cristiana, motivata da questa e mirante a svilupparne il dono nella formazione permanente.

 

4. Pensare, volere, trasformare la catechesi in relazione alla iniziazione cristiana

Ritengo ciò non un filone catechistico,  un contenuto specifico o una scelta metodologica preferenziale ,ma la prospettiva di ogni catechesi. Parafrasando una  nota asserzione, si può dire che non tutto nella Chiesa è iniziazione, ma tutto nella chiesa ha bisogno di iniziazione, ossia di arrivare alla comunicazione della fede come esperienza di vita , cioè  a nascere, crescere, maturare come cristiani, dunque   a venire a sapere cosa significa,  ad abilitarsi ad esserlo, a volerlo essere con  scelta libera, a  fare conversione dagli sbandamenti e dai tradimenti e  finalmente a  provare la gioia di essere quelle creature nuove che il Battesimo, come atto di nascita, produce nel mondo. Con energica sottolineatura, ancora non assimilata abbastanza dai pastori, il Direttorio Generale per la catechesi afferma:” Il Catecumenato  battesimale  è ispiratore della catechesi della Chiesa” (n. 90)

 

5.       L’ iniziazione cristiana rappresenta la figura  nuova  ed adeguata  alla catechesi di oggi

E’ chiaro che  questa prospettiva unificante  la catechesi. e dunque ragione di una scelta di programma,  nasce dalla constatazione piuttosto amara , ma ineluttabile, ma alla fine  riscattata  dallo Spirito,  che  quell’ordine di motivazione di fare catechesi  come abbiamo fin  qui fatto   lungo tanti secoli, e cioè un contesto di socializzazione cristiana, o di cristianità,  non tiene più. Non perché la socializzazione non ci debba essere, ma perché quella  attuale è supportata da una vita di fede   insufficiente e  ciò,  causa ed effetto insieme,  da una comunicazione inadeguata, per cui la socializzazione suona come guscio vuoto.

Ma  è meglio riferirsi  a ragioni positive,

Il processo di iniziazione  connota tre   qualità che la rendono paradigmatica :  radicalità, globalità, incisività

Per radicalità intendiamo il messaggio colto alle radici. Per sua natura l’iniziazione che è ‘introduzione’ al mistero di Gesù Cristo, ha davanti sempre ciò che è ultimo, sorgivo,  e dunque  merita di essere  il primo annuncio,  ragion d’essere ed insieme disciplina di ogni altro contenuto.

Per  globalità intendiamo la capacità dell’iniziazione di  coinvolgere   a fondo i diversi attori del cammino di fede: il soggetto,  i familiari, la comunità, anche  nella figura dei padrini, i catechisti, i pastori.

Tutto ciò dipende dalla  incisività dell’iniziazione, ossia dalla sua pedagogia così fortemente strutturata su un percorso serio,  articolato ,  valutativo,  maturante, in sintesi secondo la metodologia del catecumenato,  riconoscibile  tra le    risorse educative più elevate lungo la storia della chiesa.  

Un ultima osservazione la catechesi che si ispira  all’iniziazione accetta   di esser  chiaramente  modulata  su di essa, di esserne una risonanza, una catechesi appunto, in ogni momento del suo farsi, nelle molte  forme in cui è chiamata a manifestarsi , anche tra  quanti sono già diventati cristiani.  La catechesi permanente   non dimentica mai che la comunicazione della fede, cui è al servizio, è iniziata e si è costituita con  una preparazione, un primo annuncio, un cammino formativo, una mistagogia ;   la catechesi ricorda che  le può capitare di dover rinfrescare ciò che si  è andato spegnendo dei diversi passi iniziatici ( penso in  particolare al primo annuncio!); specialmente  la catechesi si  pensa vitalmente collegata alla  mistagogia , che pur  conclusa nella fase di inizio  va   prolungata nella vita  del cristiano, aiutandolo a riconoscere  l’indelebile  profilo  teologale e morale   ricevuto . E’ il mistero  della  identità  del cristiano in  Gesù Cristo, che si fa base di grazia per affrontare, come è compito della catechesi, i tanti problemi  e domande  di senso, la  capacità  di reggerli e di rispondervi, di accettare anche la sconfitta, per amore di Gesù Cristo,  di  stimolare  i cristiani a dare  il  loro contributo più originale  all umanesimo comune, l’umanesimo evangelico,  misurato sulla statura  affascinante dell’uomo nuovo Gesù Cristo, quella ‘immagine vitale’ che-  ripetiamolo ancora-  grazie all’iniziazione, forma  l’imprinting  vero e profondo del cristiano.

 

6.       A partire dai piccoli per ragioni teologiche e pastorali, tra cui la loro  capacità di traino degli adulti. Ma pensando ai piccoli attraverso gli adulti. Una circolarità da affrontare

Le indicazioni di principio  dette fin qui urgono tradursi nella prassi, ma  con il realismo pastorale di chi vuole cambiare le cose se occorre, ma lo fa con i passi che sono possibili. Una delle istanze che   è venuta emergendo ormai da  più di un decennio, riguarda la priorità da dare nella catechesi: agli  adulti o ai piccoli?. Posto  così drasticamente è un dilemma irricevibile, non  forse  per una verità di principio , ma per la  reale condizione attuale della catechesi nel nostro paese. Di fatto, forse per rispondere alla sterilità di tanta catechesi infantile, documenti anche alti hanno dichiarato la priorità di scelta degli adulti (DGC, 258, RdC: Lettera dei Vescovi, 12)… Sarebbe una vera rivoluzione copernicana, quella di cui abbiamo bisogno . Ma  è anche un fatto  che fino ad oggi i piccoli sono clienti reali,  talora   gli unici, del servizio catechistico; soprattutto va considerato che  fino a quando   il battesimo  lo si     regolarmente  ai piccoli, per cui  l’iniziazione comincia  con  loro, non li possiamo trascurare come interlocutori  secondari,  ma  semmai valorizzare  appieno la  relazione bambino – adulto,   così    propria ed insostituibile (per  loro, ma anche per gli   adulti),  specie nell’ambito familiare, per un cambio di rotta, che esprimerei così:

a- Affrontiamo la catechesi ai piccoli come iniziazione tenendo conto del fattore “ globalità”  detto sopra. I piccoli sono a tutt’oggi coloro che permettono il coinvolgimento più facile, o meno difficile, e più ampio degli adulti,   dei loro genitori  anzitutto. Ho personalmente  notato che  molte volte  in  parrocchie di una grande città,  la cosiddetta prima comunione riesce sovente ad agganciare coloro che  da tempo hanno fatto l’ultima. I piccoli possono essere focolai per accendere il fuoco della fede degli adulti,  diventando  una  provvidenziale ’occasione’ per la catechesi degli adulti. Certamente, affrettiamoci a dirlo subito: occorre  fare  ai piccoli una vera catechesi di iniziazione , occorre quindi conoscerla e volerla fare.  Lo diciamo sotto. Infatti , così come è, la prima comunione dei bambini rischia ad essere la loro ultima e la  partecipazione  dei genitori ( e della comunità) rischia di essere una   incostante nuvola di  primavera, per dirla  con il profeta.

b- Qui subentra l’altro arco del cerchio: pensare all’iniziazione dei piccoli secondo la comprensione di una fede adulta, che il DGC  traduce così: ”Fare riferimento alla catechesi degli adulti e , alla sua luce, orientare la catechesi degli altri momenti della vita” (n. 171).

Questo ha  più riscontri operativi . Ne ricordiamo tre: attivare la responsabilità, ma anche la gioia , degli adulti di prendersi cura della iniziazione dei loro figli, di questa ‘seconda nascita’ che Dio loro affida nella chiesa,   e di parteciparvi come attori primari; proporre una esposizione del Vangelo ai piccoli che abbia lo spessore di verità e il taglio culturale in cui, tendenzialmente, possa  ritrovarsi anche l’adulto.  Vi è un modo infantile di dire la fede ai piccoli, che fa ingiustizia ad entrambi, alla fede e ai piccoli (si pensi  a certe concezioni rattrappite e deformate di Dio e della sua onnipotenza, della croce di Gesù, della morale  sradicata dal kerigma, della eccessiva  distanza biblica  nella comunicazione);  badare  che la  personale appropriazione della fede cui i  grandi sono chiamati avvenga nella trama  delle generazioni. Noi adulti  possiamo essere cristiani  per noi se  lo siamo per i nostri successori. La  Bibbia è nata in tale  intreccio intergenerazionale . Si obietta  che questa via della fede di ‘generazione in generazione’ ha  rischiato di diventare  riproduzione biologica del credere  ( socializzazione normativa), più che  educazione alla libera scelta.  E’ deprecabile. Ma l’attenzione agli  adulti senza rilevare il loro  peso nella crescita dei piccoli , non rischia di  realizzare fedi  isolate ed  infeconde?

 

7.  Fare la scelta dell’iniziazione   come quadro di riferimento esige   cambi sostanziali di mentalità, di linguaggio, di operatori, di strutture

Tutto ciò che  ha valore  è frutto di sacrificio. Proponendo gli “orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni” i Vescovi italiani scrivono:” Il cammino così delineato (= quello degli orientamenti) e offerto alle comunità  ecclesiali esige da esse una conversione pastorale che dia il primato all’evangelizzazione e all’educazione della mentalità di fede. Esso si presenta anche come ricupero delle radici più autentiche della tradizione cristiana per coniugarle  con le domande dell’uomo di oggi. La sua attuazione richiederà un impegno nuovo, ma potrà costituire, nel servizio ai più piccoli, un’occasione di rinnovamento missionario di tutta la comunità” (Premessa).

Oltre a fare da sintesi autorevole delle riflessioni fin qui condotte, questa affermazione apre decisamente al principio evangelico dei ‘vino nuovo in otri nuovi’. Bisogna ricuperare il senso vero di iniziazione,  che non è affatto un francobollo estrinseco, un dichiarazione giuridica di appartenenza  alla chiesa, ma una vera e propria trasformazione creativa  che Dio opera  avendo per  modello e  misura  lo stesso suo  Figlio Gesù Cristo ;   rendersi conto di ciò che ha già donato il Battesimo a questi ragazzi cui ci rivolgiamo  e che cosa producono i sacramenti della  confermazione e della eucarestia; l’accettazione di una catechesi come  cammino o laboratorio della fede, per dirla con l’espressione così indovinata di Giovanni Paolo II a Tor Vergata, o con termini classici, secondo una metodologia catecumenale;  il superamento deciso del linguaggio- e di ciò che esso rappresenta- di ‘catechismo di prima comunione’, o di’ cresima’, per quello, scelto dai vescovi, di ‘catechismo per l’iniziazione cristiana’ . Mentalità, linguaggio, operatori (catechisti), strutture, tutto  viene  percorso da una vera e propria’ conversione pastorale’, così invocata nell’assemblea ecclesiale di Palermo e ripresa nei nuovi Orientamenti pastorale della Chiesa italiana per il prossimo decennio .

 

8.       Confrontarsi con il cammino segnato dai Vescovi negli orientamenti di iniziazione e catecumenato

 Il realismo pastorale che , spero, mi ha fin qui guidato, mi porta  a   proporre come riferimento obbligato la trilogia  dei Vescovi italiani  (Consiglio Permanente) intitolata “L’iniziazione cristiana”, di cui due Note sono state emanate: Orientamenti per il catecumenato degli adulti (1997); Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni (1999). E’ in redazione la terza nota diretta  a quanti adulti, pur battezzati, non sono mai stati veramente evangelizzati e quindi desiderano risvegliare la loro  fede in Cristo.

Diciamo subito che si tratta di una proposta che non ha avuto fin qui l’attenzione che meritava, apparendo  probabilmente la presentazione di  un servizio  categoriale  o ” regionale “  di evangelizzazione, più che un ripensamento di tutta l’evangelizzazione  in prospettiva  iniziatica e catecumenale.  Prima ancora non è stato bene considerato il RICA (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti), voluto dal Vaticano II,  di cui i citati  documenti italiani intendono  essere fedele applicazione. Ebbene la posta in gioco - si tratta di “ fare i cristiani” e non solo di lanciare un messaggio dottrinale- ,   ed insieme la novità di un processo iniziatico , da più secoli non tematizzato da   noi italiani,   richiede a  tutti gli operatori pastorali una  considerazione  molto attenta, serena, ponderata, anche critica, ma assolutamente non scontata , come   chi  si trova davanti ad una finestra  del tutto  nuova aperta sul mondo dell’ evangelizzazione. Ed in effetti la lettura dei contenuti proposti ci offre   ben più che un arsenale  di procedure  rituali. Vi si intravede   un profilo storico dell’evangelizzazione , riformulata secondo i bisogni di oggi.

 

9.       Dalle parole ai fatti. Per un cammino di sensibilizzazione e di attuazione

Due sono i nemici di ogni innovazione  pastorale: la fretta che brucia le  tappe e coglie frutti acerbi, e la pigrizia che  si incarta nella nostalgia ripetitiva  e nella noncuranza.  L’esperienza di questi trent’anni di catechesi  postconciliare ci ha fatto toccare con mano che il meglio, ciò che ha attecchito,  è avvenuto per coinvolgimento ecclesiale. Si pensi al ‘ prodigio’ della  redazione del  Documento di Base negli anni 70, al lancio dei  nuovi Catechismi tramite i convegni  dei Parroci a nord, centro, sud negli anni ’80, ai convegni  catechistici nazionali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, agli innumerevoli seminari di studio. Sogno e propongo che si riprenda lo stesso tracciato, secondo questa sequenza:  su iniziativa  della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi ( si noti la  significativa introduzione del termine ’annuncio’), l’ Ufficio Catechistico Nazionale provvede a  far stendere da un gruppo di esperti un bozza di progetto globale  su ciò che, in direzione  degli stimoli qui dati,  intende essere la catechesi del duemila . Esso potrà valere  come  strumento di lavoro  su cui aprire un confronto articolato, largo, a vari livelli, tra cui   almeno  seminari di studio  nazionali e regionali, un incontro con i parroci,   incontri diversificati con i catechisti, ma anche con i genitori, associazioni e movimenti.  Dobbiamo valorizzare la maturità  cui  sono pervenuti gli operatori pastorali,  accogliere la voglia  di partecipazione, stimolando , attraverso coinvolgimento di base,  gli incerti e i pigri.  Ne dovrebbe derivare un programma ,  come pure  nuovi sussidi e una  scuola di formazione dei catechisti finalmente  nuova ed incisiva .  Ai Vescovi poi il compito che loro spetta, cioè  la promulgazione di “ Orientamenti catechistici” per gli anni 2000 in sintonia e al servizio degli “ Orientamenti pastorali” ed avvio ad una saggia e coraggiosa sperimentazione

 

Conclusione

 

Quale dunque “ catechesi per gli anni 2000?”

E’ un punto  punto nevralgico e delicato, in cui nessuno può avere una visione perfetta ed unica.

Ritengo che la catechesi prossima ventura deve essere  sostanzialmente  pensata e praticata  nel contesto dell’iniziazione;  concretamente  e realisticamente  per il nostro paese la possibilità di efficacia di tale catechesi “iniziatica “ ha ancora il suo luogo di avvenimento nella catechesi dei piccoli già iniziati con il battesimo ; affermo  che però tale catechesi iniziatica ai piccoli va fatta in maniera tale che “ la catechesi dell’infanzia  trovi armonico compimento nella fasi posteriori”(DGC 171), nella  prospettiva di vita  del giovane e poi dell’adulto; questo non toglie assolutamente, anzi per ragione di reciprocità diventa necessario, che il processo di iniziazione ( ed reiniziazione o ricominciamento) possa dirigersi decisamente  verso il mondo degli adulti,  pur sottolineando  un percorso che abbia  riferimento alle fasi di  iniziazione dei  minori, segnatamente  dei  figli.

 

Mi fermo qui alla proposizione numero 9, senza elaborare il classico  numero 10, come segno di un discorso che non è un manifesto, ma una proposta di lavoro aperta, che riconosco acerba, ma con l’intento di smuovere le acque, non restare impanati nella ripetitività pastorale, cogliere i germi nuovi che il Giubileo ha provocato, a partire dalla fascia giovanile , a  fare propria la portata del bimillennario cristiano, del Figlio di Dio diventato uomo, il quale “ a quanti l’hanno accolto ha dato potere- non di conoscere una dottrina religiosa, ma – di diventare figli di Dio” (Giov 1,12).