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La lezione catechistica del beato Antonio Rosmini |
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Giuseppe Biancardi
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Figura di spicco del cattolicesimo della prima metà dell’Ottocento, Antonio Rosmini (1797- 1855) può ben essere accostato, per santità di vita, di dottrina e di opere ai grandi santi a lui coevi, a partire dai santi “sociali”; e tuttavia presso il grande pubblico è assai meno noto di questi. Ciò a motivo, forse, del suo alto impegno culturale e della sua amplissima produzione bibliografica di tutto livello, soprattutto in campo filosofico; fattori, questi, che lo rendono ben noto all’accademia degli studiosi ma finiscono con il relegarlo in una nicchia troppo elevata e lontana dalla gente comune. O forse, in ragione della condanna ecclesiastica che ha ingiustamente pesato per oltre un secolo e fino ad anni recentissimi (2001) su alcune proposizioni della sua elaborazione filosofica, rendendolo di fatto pietra di inciampo nell’àmbito della filosofia cattolica e figura da guardare almeno con sospetto da parte degli uomini di Chiesa impegnati negli studi di filosofia e teologia. Sta di fatto che, presso le masse cristiane, il Roveretano non gode della giusta fama cui pure avrebbe buon diritto.
Sull’onda della recente beatificazione, dal nostro angolo visuale che è quello catechistico, vorremmo qui evidenziare un particolare titolo di merito del nuovo Beato: il suo impegno nel servizio della Parola con la predicazione e la catechesi.
Si tratta di un impegno teorico e pratico insieme, che muovendo dalla critica alla prassi pastorale messa in atto all’epoca nell’àmbito dell’annuncio, giunge alla formulazione di una teoria omiletica e catechetica indubbiamente innovativa per quel tempo, ma capace di offrire ancora oggi stimoli ed elementi di riflessione, tanto più che l’Autore stesso ne ha comprovato la validità, traducendola in una pratica efficace nel proprio ministero pastorale.
1. PREDICAZIONE E CATECHESI NEI TESTI E NELL’AZIONE DEL ROSMINI
Per il nostro scopo, non potendo ovviamente scorrere qui tutta la vita del nuovo Beato e neppure tutta la sua produzione bibliografica in tema di predicazione e catechesi, abbondante anche in questo solo settore, ci limitiamo a prendere in considerazione esclusivamente alcuni testi di indole teorica ed alcuni momenti esemplificativi del suo servizio della Parola.
- Seguendo un ordine cronologico, diciamo allora che il Rosmini manifesta il proprio interesse per la catechesi fin dal 1821, lo stesso anno della sua ordinazione sacerdotale, quando pubblica una sua traduzione, primo in Italia, del De catechizandis rudibus: Del modo di catechizzare gl’idioti, libro di Santo Aurelio Agostino vescovo d’Ippona volgarizzato.[1] Il testo, da lui già tradotto tempo prima, è dedicato all’amico don Antonio Traversi, nella sua qualità di vicepresidente della Confraternita della Dottrina Cristiana nella diocesi di Venezia.
- Lo stesso interesse si fa evidente nel medesimo anno con la Lettera sopra il cristiano insegnamento a Giovanni Della Valle Vestina prete, pubblicata poi nel 1823.[2] All’amico sacerdote, don Giovanni Stefani di Val Vestina, già suo compagno di studi all’Università di Padova, che nel 1821 avrebbe dovuto impegnarsi a Lisbona come precettore in una nobile famiglia portoghese, il nostro Autore tratteggia l’ideale del maestro cristiano modellato su quello del Cristo e offre precise indicazioni metodologiche - cui dovremo riferirci attentamente tra breve - in ordine alla presentazione del messaggio cristiano.
- Ancora nel 1823 la catechesi entra a pieno titolo pure nel trattatello Della educazione cristiana, in tre libri.[3] L’opera, preparata dal Rosmini probabilmente fin dal 1821, è scritta per indirizzare l’azione educativa della sorella Gioseffa Margherita che, con il 1° settembre 1820, aveva assunto la cura di una ”casa-famiglia” per orfane a Rovereto.[4] Il saggio tratta per tutto il secondo libro Dell’insegnamento delle verità cristiane,[5] dedicando uno specifico capitolo, il terzo, all’Istruzione della Dottrina cristiana.[6]
- Catechesi e predicazione tornano ad occupare con particolare urgenza il nostro Autore quando egli, per un anno esatto, dal 5 ottobre 1834 al 5 ottobre 1835, si trova a dover svolgere il compito di parroco decano nella propria città, precisamente nella parrocchia di San Marco.[7] Qui, assolvendo coscienziosamente ai suoi doveri pastorali, da buon parroco – meglio, da parroco santo – obbedendo alla disposizioni tridentine si prende cura della catechesi dei piccoli e per renderla più efficace ripubblica in versione definitiva le Regole della dottrina cristiana dei fanciulli e delle fanciulle della parrocchia di S. Marco di Rovereto, già redatte nel 1822.[8] Con analogo zelo, seguendo sempre la codificazione tridentina, non manca poi di sviluppare la sistematica catechesi domenicale agli adulti.[9] E legati alla diretta esperienza parrocchiale roveretana sono pure i Discorsi parrocchiali,[10] che il Rosmini preparava con cura, attribuendovi grande importanza. Sarà d’obbligo, per noi, fare riferimento a tali discorsi e in particolare alla Prefazione premessa all’edizione del 1843, perché in essa troveremo una piccola summa del pensiero del Roveretano in tema di predicazione.
- Allo stesso modo, non potremo fare a meno di prendere in considerazione il Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee, pubblicato dal Beato nel 1838[11] e completato, a partire dalla seconda edizione (1844), da una importante Prefazione che giustifica l’impostazione metodologica e contenutistica di tutto il formulario.[12]
- Infine, significativi riferimenti alla catechesi li troveremo ancora nel celeberrimo testo Delle cinque piaghe della santa Chiesa, pubblicato per la prima volta nel 1848 ma in gestazione almeno fin dal 1832-1833,[13] ove il Rosmini manifesta con sofferta partecipazione la pars destruens del suo pensiero catechetico.
Basteranno questi testi e queste esperienze – crediamo – per avere gli elementi sufficienti a conoscere ed apprezzare il nuovo Beato come autentico maestro di predicazione e catechesi.
2. IL RUOLO DELL’ANNUNCIO CRISTIANO NEL QUADRO DELL’EDUCAZIONE IDEALE
Come premessa all’analisi dei testi or ora elencati, è appena il caso di accennare all’importanza che il Rosmini attribuisce all’annuncio del messaggio cristiano attraverso le varie forme del servizio della Parola.
Tale annuncio ha, per il Roveretano, una funzione fondamentale nell’educazione umana.
2.1. Unità e totalità dell’educazione ideale
E’ ben noto che per lui un’autentica educazione deve necessariamente possedere i caratteri dell’unità e della totalità: è questo un punto nevralgico del suo pensiero pedagogico.[14]
Totalità significa anzitutto che nella persona umana l’educazione deve cogliere, rispettare e formare sia la sua dimensione naturale, sia quella soprannaturale. Strettamente correlato al concetto di totalità è quello di unità. Esso sta ad indicare che, nel processo educativo, le due suddette dimensioni non solo non devono escludersi a vicenda, ma nemmeno debbono restare separate o giustapposte, dando magari origine ad una educazione “naturale” dell’uomo distinta da una educazione “religiosa” del cristiano.
Ora, si vede facilmente come tali caratteri non sono garantiti dalla pedagogia «mondana» nelle sue varie declinazioni: in genere, questa si costruisce a partire dall’uomo considerato ad una sola dimensione, quella naturale, con conseguente chiusura alla soprannaturale. Una tale pedagogia viene necessariamente a spezzare la visione “totale” della persona umana che non risulta più formata unitariamente e globalmente, in quanto si vuole la «perfezione solo della natura che è quanto dire di alcune parti staccate dell’uomo».[15]
Invece, gli essenziali caratteri dell’unità e della totalità si ritrovano pienamente nell’educazione religiosa ispirata cristianamente: solo essa, infatti si regge su una concezione integrale o “totale” della persona, in quanto ne coglie insieme la dimensione naturale e quella soprannaturale; di conseguenza, soltanto essa garantisce la formazione unitaria dell’essere umano costituito inseparabilmente da mente, cuore e corpo, assicurando - per dirla ancora con le testuali parole del Beato - «la perfezione della persona nell’alunno che è quanto dire di tutto l’uomo».[16]
Il principio ordinatore di ogni autentica educazione è dunque esclusivamente la religione cristiana, in quanto capace di armonizzare tutti gli interventi educativi, dal piano religioso-morale a quello intellettuale, fisico, sociale e tecnico.
2.2. Il ruolo dell’insegnamento religioso nell’educazione
In questo quadro diventano evidenti l’importanza e il ruolo fondamentale dell’insegnamento delle verità cristiane.
Il Rosmini non manca di sottolineare «l’altissima preziosità... e la bellezza singolarissima»[17] della dottrina cristiana da insegnare, in quanto dottrina non umana «né tolta dalla terra, ma... di Cristo e dal cielo discesa».[18] Una tale bellezza è da evidenziare: «Pingete – scrive alla sorella – la necessità, la bellezza, la perfezione, e la bontà di questa dottrina con ogni colore».[19]
Soprattutto, una tale dottrina va annunciata perché è di utilità indiscutibile nell’intervento educativo sulle giovani generazioni; un intervento che reca benefici effetti anche sulle famiglie future e, in ultima analisi, sull’intera società: «Dell’utilità che rende a’ prossimi, non è a dire: perocchè si pare manifesto, che ove negli animi di tutti i fanciulli sieno poste dalla prima infanzia le immutabili verità e santissime massime del Vangelo, queste sarebbero fondamento di una buona e felice vita, non ismovibile da onde di cieche passioni: e salvato l’uomo, è salvata la famiglia di cui egli diviene il padre; e dalle famiglie bene ordinate riceve ordine e pace tutta l’umana socievolezza».[20]
Il ministero catechistico non è dunque da considerare cosa di poco conto; tutt’altro: «L’opera che voi prestate all’istruzione catechistica de’ fanciulli nostri, è umile agli occhi di questo mondo; ma ella è altissima a quelli di Dio, agli angeli pregiata, invidiata, piena di merito all’anime vostre, utilissima a’ prossimi, grata sopra tutte alla santa Chiesa».[21] Questo convincimento è ben radicato nel Rosmini, tanto che lo troviamo ripetuto in altre pagine: «ministero tanto più alto negli occhi illuminati dalla cristiana umiltà, quanto comparisce più basso al losco vedere della mondana superbia».[22]
Lungi dall’essere cosa di poco conto, il fare catechesi è «arte divina»;[23] è servizio talmente importante per la formazione integrale delle persone che dovrebbe essere continuo: «Avvi modo, chi sa farlo, che continua sia l’istruzione: preziosa cosa: e solo con essa s’ottiene quanto san Paolo diceva a’ Colossesi: “La parola di Cristo abiti in voi con pienezza”».[24]
3. LA PREDICAZIONE
A fronte del quadro ideale appena delineato, il Rosmini deve constatare che la prassi pastorale in atto ai suoi tempi, in ordine a predicazione e catechesi, presenta gravi limiti. Egli non manca di denunciarli; la denuncia, però, non è sterile e fine a se stessa, ma sfocia in una proposta positiva.
3.1. L’interesse rosminiano per la predicazione
Lo constatiamo anzitutto a livello di predicazione in generale o di «sacra eloquenza», per riprendere il termine utilizzato dal Roveretano secondo il costume del tempo.
L’interesse per il tema della predicazione si manifesta nel Beato fin dagli inizi del suo cammino sacerdotale e lo accompagnerà sempre. Gli studi teologici a Padova (1816-1819), culminati nella laurea in teologia (1822), la cura di periodiche adunanze dei chierici suoi concittadini per trattare di sacra eloquenza, a Rovereto (1820), l’interesse per l’omiletica patristica,[25] l’organizzazione dell’Accademia di Sacra Eloquenza per i seminaristi di Trento (1832), gli offrono l’occasione di studiare a fondo l’omiletica, dandogli molti spunti per un giudizio critico in merito alla forma e ai contenuti della predicazione del suo tempo, ma pure per tratteggiare un ideale alternativo.
Uno scritto emblematico al riguardo – riassuntivo del pensiero espresso anche in altri testi[26] - lo troviamo nella Prefazione che introduce l’edizione del 1843 dei Discorsi parrocchiali.[27]
3.2. La critica e la proposta di una predicazione rinnovata
Punto iniziale di queste pagine è la contestazione dell’idea di eloquenza come «arte di persuadere». Tale definizione va decisamente rifiutata – osserva Rosmini – perché non specifica se l’eloquenza stessa debba persuadere al vero oppure al falso. Si tratta della concezione di eloquenza propria del mondo pagano, cara in particolare ai sofisti.
Ma dopo l’avvento di Cristo, e dunque in un’ottica cristiana, l’eloquenza non può che essere «l’arte di persuadere agli uomini l’utile vero»,[28] cioè deve portare gli uditori alla verità e convincerli dell’utilità suprema di essa. E’ questa l’eloquenza esercitata da Cristo e dagli apostoli. In epoca pre-cristiana, solo Socrate aveva fatto proprio questo principio fondamentale, testimoniando con la vita che ufficio dell’oratore può essere solo quello di dire cose vere.
Definita in positivo la natura dell’eloquenza cristiana, il Rosmini ne deduce le caratteristiche essenziali.
- Essa avrà come primo carattere la semplicità, perché se la parola non è semplice finisce con l’avvolgere confusamente e nascondere il vero che invece dovrebbe rendere palese.
- Suo principio sarà la Parola di Dio: «se l’utile verità è il principio dell’arte del dire in genere, la verità soprannaturale, cioè la Parola di Dio, è il principio dell’eloquenza cristiana».[29]
- Come logica conseguenza, la predicazione avrà il centro di unità nel Cristo: essa «ha un oggetto solo, il Cristo; il quale non ammette comunanza con alcun altro» e conferisce alla predicazione stessa «unità perfettissima».[30]
Passando ad un excursus storico, il Beato ricorda che l’eloquenza appena descritta è quella che ha caratterizzato il parlare di Paolo, degli antichi Padri della Chiesa e di tanti predicatori succedutisi nei secoli, da Giordano da Pisa (1260-1311), a Domenico Cavalca (1270-1342), a Jacopo Passavanti (1302-1357), ad Antonio Cesari (1760-1828). Purtroppo – continua il Rosmini – dopo la caduta di Costantinopoli, nella Chiesa d’Occidente è subentrato il culto della classicità pagana greca e latina che ha portato molta eloquenza sacra a dimenticare la propria natura e a preoccuparsi della forma, del bel parlare, nutrendosi di cultura paganeggiante e dimenticando la Parola di Dio. Il fenomeno – a giudizio del Roveretano – ha raggiunto il suo culmine negativo del Seicento, trovando espressione emblematica in Paolo Segneri (1624-1694). Rosmini non esita ad esprimere un giudizio negativo sul notissimo predicatore, confortato dall’analogo parere di uomini di Chiesa a lui contemporanei, come Angelo M. Ricci (1776-1850), Giovanni Finazzi (1802-1877) e Guglielmo Audisio (1802-1882). Il nostro Autore riconosce che in seguito l’oratoria sacra «rinvenne in senno», ma sottolinea che quella a lui contemporanea ha ancora vari passi da compiere per tornare all’ideale, pur essendo molto migliorata grazie, ad esempio, al Cesari, cui il Rosmini guarda con particolare ammirazione.[31] Per fortuna – annota ancora – molti zelanti pastori del suo tempo sono ormai convinti che una riforma della sacra eloquenza non è più procrastinabile: «Che sia bisogno di riformare la ecclesiastica eloquenza che suol correre oggidì, questo è quello in cui sembra che tutti gli uomini pii ed assennati convengano, e che aspettino impazientemente i popoli cristiani».[32]
Per dare il proprio contributo a questa nuova omiletica, il Beato, obbedendo alla sua mens orientata alla sistematicità e completezza in ogni campo della riflessione, progetta un completo trattato sull’argomento. Sarà mai portato a compimento, ma lo schema conservatoci,[33] ci mostra come il Rosmini intendesse riproporre sistematicamente la sua idea di predicazione sin qui brevemente tratteggiata, fin dalle prime pagine che avrebbero dovuto trattare precisamente de: «A. Principio d’ogni eloquenza. – L’utile verità. B. Principio dell’eloquenza ecclesiastica. – La verità sussistente, il Verbo, la parola di Dio».[34]
3.3. L’esercizio pratico della predicazione
Il Roveretano, però, non si accontenta della teoria: egli completa e convalida la sua proposta teorica con l’esercizio pratico della predicazione che assume in concreto i tratti ideali sopra evocati. In breve, in lui abbiamo una predicazione più semplice, più biblica e maggiormente fondata su una solida teologia dogmatica e morale di quella abituale ai suoi tempi.
La testimonianza dei primi biografi è chiara. Il Pagani, con riferimento alla predicazione domenicale svolta da Rosmini nell’anno in cui regge la parrocchia di S. Marco a Rovereto, scrive: «Pascolo più abbondante e più solido porgeva agli adulti nelle omelie domenicali e nella catechesi: e questi discorsi, sia per l’abbondanza e bontà della dottrina, sia per la pensata semplicità dello stile, e per l’unzione che ne traspariva, erano ascoltati avidamente da ogni sorta di persone... Le medesime verità, che nell’Antropologia soprannaturale, speculate dal filosofo e teologo pensatore ed espresse nel linguaggio dei dotti, ti sgomentano colla loro sublimità, qui le vedi scese da quell’altezza, e avvicinate all’intelligenza del popolo dall’umile linguaggio del catechista».[35]
Il biografo si riferisce in particolare alle catechesi domenicali indirizzate agli adulti che, non costrette alla formula “domanda-risposta”, possiamo considerare anche come predicazione. Ma la testimonianza può essere applicata pure ai Discorsi parrocchiali. Essi – conferma lo storico – pur se ritoccati in vista della pubblicazione, esprimono un «comunicare vivo e immediato, verità amate e vissute... comunione della parola di Dio in tutta la sua pienezza. Rosmini nelle sue opere di pensiero spazia e sviluppa col suo genio sovrano, è ricco e abbondante, documentatissimo, in citazioni e riferimenti. Qui, solo la parola di Dio spiegata e applicata, solo due fonti, la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa. Isolate eccezioni, Boezio e Cicerone, citati una sola volta».[36]
4. LA RIFLESSIONE CATECHETICA
Il discorso fin qui condotto in merito alla predicazione in genere può essere continuato, in termini analoghi, per la catechesi. Anche su questo tema la riflessione rosminiana sviluppa una pars destruens, subito accompagnata però da una pars costruens che non rimane teoria ma diventa pratica esemplare, ricca di suggestioni anche per oggi.
4.1. La critica della catechesi del tempo
Esponendo la prima delle cinque piaghe della Chiesa «che è la divisione del popolo dal Clero nel pubblico culto», il Rosmini esprime anche, con sofferta partecipazione, la sua critica alla catechesi del tempo.
4.1.1. La catechesi dell’Ottocento e i suoi limiti
Le parole del Beato diventano facilmente comprensibili solo che si ricordi in che consisteva il ministero catechistico dell’epoca. Già da lunga data, almeno dagli inizi dell’epoca moderna, era “catechismo” e, con il termine, poco alla volta si era venuti indicando contemporaneamente:
- l’incontro di catechesi, regolato dalla normativa stabilita dal Concilio di Trento,
- il contenuto comunicato nell’incontro stesso,
- il libretto contenente quanto doveva essere insegnato.
Dopo oltre tre secoli di storia, al tempo del Rosmini il “catechismo-libretto” ha ormai una configurazione assodata, maturatasi per influsso di varie cause che sarebbe troppo lungo elencare.
Il sussidio raccoglie e sintetizza il messaggio cristiano sotto forma di domande e risposte. Queste ultime risultano sostanzialmente una sintesi dei manuali di teologia. Espongono pertanto la “dottrina” cristiana, tanto è vero che la titolazione più comune dei formulari comprende la dicitura «dottrina cristiana», mentre il catechizzando – nel dire popolare – va “alla dottrina”. Conseguentemente, il linguaggio della risposta è quello “tecnico” o specialistico della teologia e della filosofia; un linguaggio certamente ostico per la quasi totalità dei catechizzandi, tenuto conto del diffusissimo analfabetismo e della povertà culturale, oltre che materiale, di molti di essi.
L’aridità del discorso è accresciuta dall’assenza di un riferimento significativo alla Bibbia: quando un catechismo fa esplicito richiamo alla Scrittura è per compendiarla in poche pagine, o come premessa o come appendice alla “dottrina”. Il testo sacro, insomma, è altra cosa dal catechismo.
Inoltre, gran parte della catechesi è occupata dai temi della morale: nei testi catechistici dell’Ottocento continua a manifestarsi quella che è stata autorevolmente e giustamente definita la «deriva moralizzante» dei catechismi, riscontrabile già nelle poche precedenti. In primo piano, in questi testi non c’è Dio e la sua iniziativa di salvezza, ma l’uomo che ha una serie di doveri da compiere: dalla conoscenza di Dio, all’osservanza dei suoi comandamenti, alla partecipazione ai sacramenti, alla preghiera. Di qui, l’antropocentrismo che rende scorretti, sotto il profilo teologico, molti di questi formulari, che dovrebbero invece essere teocentrici, cioè porre in primo piano Dio e il suo intervento propter nos homines.
Carente e discutibile sotto il profilo dei contenuti, il catechismo di epoca moderna e contemporanea, lo è anche sotto quello metodologico.
Infatti, scopo principale della “lezione” di catechismo è far imparare a memoria le risposte del testo: il catechista è chiamato sostanzialmente a questo, riducendo la spiegazione al minimo essenziale. Il mezzo più comune per raggiungere questa finalità, stante l’analfabetismo diffuso, è il chiedere ai catechizzandi di ripetere, fino alla noia, in gruppo o singolarmente, le risposte del testo; o, al massimo, di leggerle e rileggerle, se alfabetizzati.
Su questa metodologia di base, che è la più comune, si innestano vari ritrovati per renderla più accetta ed efficace: l’uso di testi in versi, della rima, del canto, dell’immagine, della gara catechistica, il ricorso al premio (dai beni in natura – come avviene soprattutto in epoca moderna quando la povertà è particolarmente grave – alle immaginette sacre, medaglie e libretti di devozione), ma anche alla coercizione, resa effettiva dall’intervento della forza pubblica; un intervento che è ancora invocato in pieno Ottocento.
I limiti di un tale impianto metodologico sono obiettivi sotto l'aspetto psicologico e pedagogico‑didattico. Si tratta di un metodo:
- deduttivo e astratto che, valorizzando soprattutto i concetti, per loro natura universali‑astratti, ed un linguaggio logico‑formale, parte dall'ignoto per muovere verso ciò che è noto, mentre – come sappiamo - il processo di apprendimento umano segue il movimento inverso;
- magisteriale‑espositivo: il catechista è l'attore principale se non unico; al catechizzando e riservato in genere un ruolo passivo: ascolta e ripete fedelmente quanto il catechista‑insegnante gli propone. Una partecipazione più attiva al processo di apprendimento gli è generalmente preclusa. Scarsa è l'attenzione alle esigenze di chi ascolta, quali i suoi ritmi di apprendimento e il livello di maturazione. Si comprende facilmente, a questo punto, come molti mostrino una evidente disaffezione verso il catechismo che diventa sinonimo di noia, sopportazione, disinteresse;
- indifferenziato, nel senso che è basato su un formulario di domande e risposte fondamentalmente unico per tutto l'arco della crescita umana, dalla fanciullezza all'età adulta; un formulario che, al massimo, varia in termini “quantitativi”.
4.1.2. La denuncia del Rosmini
E’ noto che tali limiti vengono denunciati ed affrontati decisamente solo con il nascere del movimento catechistico che, nelle ultime decadi del secolo XIX, prende a rinnovare la catechesi precisamente a partire dal metodo. Essi, però, risultano già colti, o almeno intuiti, lungo tutta l’epoca moderna dagli spiriti più acuti ed attenti alla situazione pastorale.
Al riguardo, tra gli uomini di Chiesa, si potrebbero recensire le osservazioni critiche (1675) di Henri-Marie Boudon (1624-1702), uno dei protagonisti del rinnovamento catechistico francese del Seicento; di Claude Fleury (1640-1723) autore di un celebre Catéchisme historique del 1683, elaborato proprio in opposizione alle “dottrine” teologiche più diffuse e stampato ancora nell’Ottocento; di Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) che, nella sua nota opera Della regolata devozione de’ cristiani (1747), traccia un ritratto sconfortante dell’ignoranza religiosa dei fedeli, attribuendola ad una cattiva catechesi. A breve distanza di tempo, questa volta fuori della Chiesa cattolica, particolarmente aspra si leva la polemica di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che nell’Emile (1762) scrive: «Se dovessi dipingere una forma nefasta di stupidità, dipingerei un pedante che insegna il catechismo ai fanciulli; se volessi render folle un fanciullo, l'obbligherei a spiegare quello che dice quando recita il catechismo».[37] Di poco posteriore – e nuovamente in àmbito ecclesiale - è la presa di posizione critica dell’abate Pier Domenico Soresi (1711-1778), esponente secondario ma pur significativo del fervore riformistico dell’età dei Lumi in campo scolastico. Proprio sul limitare del XIX secolo, poi, le riserve critiche nei confronti del catechismo tradizionale si levano addirittura dinnanzi ai vescovi costituzionali di Francia (giugno 1801).
E’ in questo filone che si inserisce il nostro Rosmini con la sua denuncia affidata allo scritto Delle cinque piaghe della santa Chiesa.
Per il Roveretano i catechismi, quanto a concisione ed esattezza di formule dottrinali, segnano «certamente un progresso; la parola è resa tutta e sola verità; una via sicura è tracciata, per la quale gl'istitutori possono far risuonare, senza molto studio lor proprio, agli orecchi de’ fedeli che istituiscono, i dogmi più reconditi e più sublimi».[38]
Ma, nei catechismi, la formulazione dottrinale codificata in formule fisse ed immutabili, spesso di difficile comprensione anche per lo stesso catechista, risulta alla fine un ostacolo ad una reale assimilazione della verità: «Non è vero che una sola ed immobile espressione è priva come di moto, così di vita, e lascia pure immobile la mente e il cuore di chi l'ascolta? Non è vero che un istitutore che recita ciò ch'egli medesimo non intende, per quanto scrupoloso sia a ripetere verbalmente quanto ebbe altronde ricevuto, fa sentire d'avere il gelo sulle labbra, e sparge brine anziché caldi raggi tra' suoi uditori?».[39]
Il risultato di tanto sforzo catechistico è sconfortante: perché il catechizzando «recita le formole» del catechismo, «e questo è prova ch'egli li sa. Pure è ancora a dubitarsi assai, se il fanciullo il quale pronuncia a memoria le parole del catechismo, conosca di que’ misteri un tantino più dell'altro che mai le ha udite».[40]
Note non dissimili giungeranno in seguito dalla testimonianza di altre personalità ecclesiali come, ad esempio, il noto pedagogista e sacerdote spagnolo Andrés Manjón (1846-1923), fondatore delle Escuelas del Ave Maria (1889).
Ma invece di indugiare su queste ed altre critiche alla catechesi ottocentesca, è il caso di tratteggiare almeno le linee fondamentali della proposta avanzata dal Beato per uscire dalle secche di un ministero catechistico sterile e frustrante.
4.2. Princìpi fondamentali di una “metodica” catechistica rinnovata
Possiamo anzitutto enucleare alcuni princìpi di fondo che - al dire del Rosmini - devono animare una catechesi profondamente rinnovata. A ben guardare, essi hanno validità per ogni forma di annuncio della Parola, ma dal momento che li troviamo enunciati organicamente dal Roveretano stesso in modo particolare nella Lettera sopra il cristiano insegnamento, scritta in risposta all’amico sacerdote che gli chiedeva lumi intorno alla «cristiana istruzione de’ catechismi»,[41] ci sentiamo autorizzati a richiamarli brevemente in un’ottica catechistica.
4.2.1. Il riferimento a Cristo, catechista modello
«Egli è certo, che il maestro cristiano non dee nè può avere altro esemplare diverso da quello che ha catechizzato tutta le terra, Gesù Cristo».[42]
La deduzione che ne viene è stringente: la catechesi sarà efficace se il catechista si sarà assimilato a Cristo, se si sarà convertito lui per primo al suo Signore, se ne avrà assimilato in profondità la Parola: «D’una cosa è mestieri... Un petto cristiano, un animo pieno di carità forte, persuaso intimamente delle evangeliche verità, formato nell’assiduità dell’orazione e della meditazione alla intelligenza delle cose divine... Se mediante la grazia di Dio predicheremo prima a noi stessi, noi stessi convertiremo; allora cominceremo ad essere validi oratori, e fruttuosi per gli altri. Del nostro petto, del nostro amore dobbiamo comunicare».[43]
Ritroviamo qui gli accenti polemici già espressi dal Rosmini nei confronti di tanta predicazione lontana dal modello Gesù Cristo e basata solo «sopra il nudo studio, l’erudizione, e ‘l parlare dipinto. Queste cose danno parole fredde come il ghiaccio, né verun cuore possono infiammare di carità».[44] Invece, «tenendo fissi gli occhi in Cristo... i ministri della divina parola parlerebbero più semplicemente bensì, ma più profittevolmente, con minor pompa forse di volgare dottrina, ma non già con minore sostanza di cose che edificano, senza gonfiezza romoreggiante e senza presunzione, ma con affetto caldo, coll’eloquenza che s’insinua ne’ cuori».[45]
L’esperienza - continua il Rosmini – prova ampiamente il principio: persone «senza grande ingegno naturale nè grande spirito», ma in profonda comunione personale con il Cristo sanno toccare il cuore degli ascoltatori, mentre altre, lontane da una tale comunione esprimono, appunto, solo «parole fredde come ghiaccio».[46]
4.2.2. Una catechesi indirizzata al cuore, per l’amore di Dio e del prossimo
Il catechista modello, il Signore Gesù, «scaldava il cuore co’ detti suoi, e lo faceva ardente nel petto».[47]
Anche in questo caso la conseguenza per il catechista e predicatore è d’obbligo: «La dottrina di Gesù Cristo dee... essere trasfusa non quasi da una memoria in un’altra memoria, ma tutta intera da una intelligenza in un’altra intelligenza, da un cuore in un altro cuore, se pur si vuole che d’ora in avanti gli spiriti se ne pascano e l’assaporino, e ne sentano la manna nascosta, e per così dire se ne rinsaguinino».[48] Si tratta, in altri termini, non soltanto di informare o istruire una intelligenza, ma di arrivare alla persuasione: quella persuasione che penetra il cuore e muove la volontà ad accogliere nella vita il messaggio ascoltato.
Solo così si raggiunge l’autentico fine dell’annuncio cristiano che è l’amore per Dio e per il prossimo, cioè quella «doppia carità» che è «fine e pienezza di tutte le Scritture».[49] Per questa sua concisa affermazione, il Rosmini rinvia al De doctrina christiana di Agostino; ma ha certamente presente anche l’altro testo agostiniano, da lui conosciutissimo, amato e tradotto, cioè il De catechizandis rudibus, ove il vescovo di Ippona fissa icasticamente il fine della catechesi nella ben nota espressione: «esponi ogni cosa in modo che chi ti ascolta ascoltando creda, credendo speri e sperando ami».
4.2.3. Una catechesi “in situazione”
Particolarmente significativo risulta un terzo principio di catechetica chiaramente enunciato dal Rosmini: l’attenzione all’attualità: «Il catechizzator parroco starà attento a tutto, e parlerà con gran fidanza sopra i bisogni del dì, sempre in modo prudente e caritatevolissimo, declamando contro que’ mali che germinano quotidiani.... Quando... il sacro istruttore parla di ciò, di cui la mente e il cuore ha pieno, allora egli sa ben farsi conto de’ fatti accidentali che avvengono, e trar partito utilissimo da quelli. Per esempio, l’improvvisa morte d’una persona che visse pubblicamente in iscandalo, la morte di un grande, o altri casi, si debbono mettere a profitto dal cristiano maestro». Perché «allora si ritengono e comprendono meglio le verità e le massime, quando si riconoscono importanti alle circostanze presenti, quando sono dette al caso; ed è allora altresì che vengono fuori di persuasione, e con palmare ragione». [50]
La sintonia di questa indicazione con l’odierna sensibilità catechistica è facilmente percepibile: il pensiero, infatti, corre spontaneo alla valorizzazione della dimensione antropologica ed esperienziale connaturale all’annuncio cristiano proposta, tanto sottolineata in campo catechistico dal postconcilio ad oggi.
4.2.4. Un catechista “libero” nell’annuncio
L’attenzione all’”oggi” è però possibile se il catechista non si sente costretto a seguire rigidamente schemi e contenuti di un catechismo “prefabbricato”, e dispone invece con grande libertà la presentazione del messaggio cristiano, disposto appunto a tener conto della situazione concreta che gli si presenta: «Non converrà mai che il catechizzatore, specialmente se è parroco,... metta a se stesso de’ ceppi e de’ legami cotali, che non sappia trascorrere la sua lingua a quanto, è più vantaggioso al tempo. Non v’ha difetto sì grande nel parroco che ammaestra, quanto il percuotere colle sue parole l’aria, dicendo solo cose generali, senz’entrar coll’animo nel bisogno presente del suo gregge... Per questo fine egli farà succedere digressioni ed episodj nel metodo preso, si permetterà delle scorse, e anche lo interromperà a dirittura se occorra: non essendovi quanto un parlare a proposito e a tempo che sia utile».[51]
E’ ben vero che il Rosmini concede sostanzialmente una tale libertà di esposizione solo al catechista parroco, mentre prescrive accurata fedeltà al testo del catechismo per i catechisti laici;[52] l’orientamento espresso è però significativo, indice di una prospettiva catechistica innovativa.
4.3. I metodi catechistici
La riflessione catechetica del Beato si arricchisce con una variegata proposta metodologica. Sono almeno tre – egli dice - i metodi fondamentali che un catechista ha a disposizione per svolgere il proprio ministero: il dogmatico-morale o morale-dogmatico, il liturgico, lo storico. Le pagine in cui li illustra con maggiore chiarezza sono indubbiamente quelle della Lettera sopra il cristiano insegnamento e quelle dedicate a trattare Della educazione cristiana.
4.3.1. Il metodo paolino e catecumenale: dal dogma alla morale o dalla morale al dogma
All’amico don Giovanni Stefani di Val Vestina che lo informa di catechizzare presentando prima il dogma e poi la morale, il Rosmini conferma la validità di questo modo di procedere. E’ un modo legittimo di fare catechesi, che trova fondamento nella stessa Scrittura, in Paolo in particolare, il quale nelle sue lettere «spone prima delle verità teoretiche, e poi ne deduce con assai calzante ragionamento delle verità pratiche, e passa in fine anche a muover gli affetti».[53] Metodo, dunque «bonissimo», che ha un modello sicuro nel Catechismo di Trento ad parochos (1566), purché naturalmente «il dogma non si disgiunga mai dall’istruzione della vita».[54]
Di una tale metodologia, però, «si potrebbe anche involger l’ordine», e cioè prima enunciare la proposta morale connaturale all’annuncio evangelico, e giustificarla poi con l’esposizione dei dogmi e dei misteri della fede. Secondo il Roveretano, questo è il metodo utilizzato nel catecumenato, dove si predica la fuga dai vizi e la pratica delle virtù, si fa tirocinio di vita cristiana e finalmente si viene istruiti nei divini misteri che giustificano la normativa morale. [55]
4.3.2. Il metodo “liturgico”: dal ciclo della liturgia alla dottrina
E’ però anche possibile proporre un itinerario completo di catechesi percorrendo le tappe dell'anno liturgico, con le sue domeniche, feste e solennità. Tutto il percorso catechistico dovrà essere ovviamente regolato «dalla maggior solennità de’ cristiani, la santa Pasqua».[56] Tenendo presente il mistero pasquale come vertice, il Beato suggerisce di distribuire tutti i principali contenuti della catechesi in corrispondenza di quelle celebrazioni liturgiche che più facilmente li richiamano, e lui stesso si dilunga nel prospettare una possibile traccia esemplificativa.[57]
Chi ha dimestichezza con la storia della catechesi avverte subito che, in questa proposta, il nostro Autore non è particolarmente originale, in quanto essa è chiaramente ispirata all’antico uso del catechismo delle feste che aveva trovato una prima ed autorevole codificazione a stampa, fin dal 1687, con il Catéchisme des fêtes del celebre Jacques-Bénigne Bossuet (1627-1704).
Ma anche in questa riproposizione di un metodo già noto, che qualcuno ha voluto definire «benedettino»,[58] non mancano le accentuazioni originali. Così, là dove il Rosmini sollecita ad una catechesi che faccia comprendere ai fedeli la lingua latina della liturgia, «acciocché il popolo si unisca allo spirito della Chiesa» che celebra,[59] è fin troppo facile scorgere una anticipazione degli argomenti sviluppati in seguito nella trattazione della prima piaga della Chiesa, che denuncia appunto la divisione tra popolo di Dio e ministri ordinati nel culto liturgico. Degna di nota è pure la valorizzazione catechistica della liturgia in base alla ragione che la catechesi liturgica permette di istruire e formare i catechizzandi «doppiamente, cioè colla voce e co’ riti pubblici»:[60] per certi aspetti, una anticipazione di quanto dirà quel filone del movimento catechistico che, nel Novecento, si studierà di rinnovare la catechesi valorizzando precisamente la liturgia. Ed ha il tono dell’anticipazione pure l’inciso del discorso rosminiano che constata l’eccessiva vastità della “materia” da trattare in un solo anno liturgico e suggerisce di distribuire in più anni gli argomenti, tramandando anzitutto i «meno essenziali d’ogni teologico trattato»:[61] sul finire dell’Ottocento, il nascente movimento catechistico mutuerà dalle scienze pedagogiche e psicologiche dell’epoca il metodo globale-ciclico, attuazione pratica dell’intuizione rosminiana.
4.3.3. Il metodo storico o agostiniano
«Il terzo metodo finalmente è quello che avrete veduto proposto nel libro di catechizzare i rozzi, composto da s. Agostino, e per me volgarizzato».[62]
Nella dedica premessa alla sua traduzione del De catechizandis rudibus, Rosmini aveva scritto: «Tutto il suo metodo [di Agostino] per mio avviso, torna opportunissimo, cavato com’egli è dalle divine Scritture, dall’indole del Cristianesimo, e dalla imitazione di quella sapienza onde la Provvidenza divina venne co’ fatti catechizzando il mondo. Anzi su quell’ordine storico furono anco ne’ tempi moderni foggiati de’ catechismi; e se così universalmente non s’adopera, io tengo che sia per la mancanza di catechizzatori che far lo sappiano degnamente; perocché sempre è così, che quanto è migliore il metodo, tanto migliori esecutori ricerchi».[63]
Nello scritto a don Giovanni Stefani di Val Vestina tornano praticamente le stesse espressioni: «Questo metodo io lo credo bellissimo ed eccellentissimo; segue il filo della sacra storia, e da’ fatti avvenuti successivamente nel mondo per disposizione della provvidenza divina, fa pullulare e fiorire tutte le rivelate verità sì dogmatiche che morali. Così si viene sviluppando tutto il sistema della religione in quell’ordine stesso, nel quale Iddio l’ebbe sviluppato agli uomini; congiunge varietà di cose, amenità di fatti, facilità di condotta; non istanca l’uditore, ma lo ricrea, e sempre con novità di scena e nuova attenzione lo richiama; entra agevolmente anche nel rozzo, perché si apre agevolmente l’adito colle storie, e le verità agli esempj congiunte restano suggellate meglio nella memoria, meglio impresse nel cuore, e per la pratica condotta della vita riescono più efficaci».[64]
L’attenzione e la chiara preferenza del nostro Autore per una catechesi costruita sulla narrazione biblica sono evidentissime, tanto che egli riproporrà questo modello anche nelle Costituzioni del suo Istituto della Carità: «Nell’esposizione di questa dottrina, sembra raccomandabile l’ordine lodato da Agostino. Infatti con tale metodo si spiega il modo in cui Dio, nella successione dei tempi, educò e ammaestrò il genere umano con continue rivelazioni, fino a Cristo; e si offre l’occasione di spiegare tutti i libri della Sacra Scrittura, e di addentrarsi anche nelle profondità della Teologia dogmatica, in cui il divino Tommaso è da tenere in gran conto».[65]
4.3.4. L’integrazione di metodo dogmatico e metodo storico-biblico
Il Beato è però ben cosciente che l’uso del metodo storico-biblico risulta difficoltoso e che, nei fatti, la maggior parte della catechesi del suo tempo è svolta a partire dai catechismi dottrinali, sintesi del dogma e della morale cattolica. Ma anche di fronte a questa radicata tradizione catechistica, egli non cessa mai di proclamare la sua preferenza per un annuncio catechistico nutrito di Bibbia ed esorta insistentemente a sostenere e vitalizzare la catechesi dogmatica con continui riferimenti alla Sacra Scrittura, in modo da coniugare e integrare sempre dottrina dogmatica e Bibbia.
Così, alla sorella Gioseffa Margherita ricorda che «la forma e l’ordine della dottrina» da comunicare li può trovare nei classici «quattro capi, cioè il Simbolo Apostolico, i Sacramenti, il Decalogo, e l’Orazione del Signore»[66] che sono stati mirabilmente sintetizzati nel Catechismo tridentino; un testo che potrà servirle da utile riferimento. Ma subito le raccomanda che «l’istruzione sí del dogma che della morale sia intessuta colla Storia Sacra, e su questa,... come su tela distesa si rilevi il dogma e i precetti della vita quasi ricamo. Conciosiaché quanto creder si dee consiste principalmente in due uomini, che sono Adamo e Gesù Cristo»[67] e lo troviamo nella storia mirabilmente unitaria che da Adamo arriva a Cristo, continuando e sviluppandosi nell’oggi della Chiesa. Del resto, fin dall’Antico Testamento «colla storia si fu, che i primi padri mandarono ne’ figliuoli il dogma e la morale prima ancora che fosse scritta la legge».[68] Ed anche dopo aver ricevuto la Legge, l’antico Israele è stato istruito facendo ricorso al racconto dei prodigi compiuti da Dio a favore del suo popolo. Dunque chi fa catechesi deve seguire lo stesso metodo, consapevole, oltretutto che «per questi sacri racconti più salde si figgono nelle menti singolarmente de’ fanciulli le rivelate verità, più dolci vanno al cuore, e si fanno non meno regola che pungolo ed eccitamento alle virtuose operazioni».[69]
Dall’opportunità, anzi, dalla necessità di integrare sempre verità dottrinale e racconto biblico, il Rosmini trae una conseguenza che segnalerà nel 1844 con la Prefazione alla seconda edizione del suo Catechismo: «non sembrare troppo opportuno il compilare de’ catechismi altri esclusivamente dogmatici, altri esclusivamente storici; ma come fa sant’Agostino, doversi più tosto al dogma la narrazione della storia mescolare ed intessere. E come si dividerà al tutto il dogma dalla storia, se molti fatti storici sono altrettante dogmatiche verità? Come si separerà la storia dal dogma, quando nella storia comparisce Iddio operante a salvezza degli uomini? Divisa la sacra storia dal dogma non è ella divisa dall’anima sua, dalla sua ragione? od almeno ella sarà storia, se si vuole, non mai catechismo».[70]
4.3.5. Le ragioni a sostegno del metodo storico-biblico
L’elencazione dei passi rosminiani a favore di catechesi intesa, alla scuola di Agostino, come narratio historiae salutis, sarebbe ancora lunga. Non potendo dilungarci sull’argomento, crediamo più opportuno, invece, sottolineare le ragioni che il Rosmini reca per giustificare il proprio orientamento storico-biblico anche nel campo della pastorale catechistica: in primo piano sono elencate ragioni squisitamente teologiche: narrare la Storia Sacra è porsi in sintonia con la Rivelazione di Dio che si è sviluppata in una storia; è ricalcare, cioè, la metodologia seguita da Dio stesso che ha istruito ed educato il suo popolo in eventi e parole; è rispettare la natura del cristianesimo, segnata dalla storicità.
Certo – come si sarà notato nelle citazioni riportate - non manca nel Roveretano, attento educatore, il richiamo alle motivazioni di indole psico-pedagogica è didattica: il racconto è più adatto che non il discorso logico-formale alla psicologia dei piccoli e dei “rozzi”, permettendo loro una migliore assimilazione del contenuto che si vuole comunicare. Tali motivazioni, però, risultano nel complesso meno insistite e ripetute; in primo piano sono quasi sempre enunciate le ragioni teologiche, e ciò merita di essere evidenziato.
Il Rosmini stesso fa riferimento - in un passo sopra citato - al fatto che in epoca moderna erano già stati preparati dei catechismi prevalentemente storico-biblici. Il richiamo storico è corretto: effettivamente l’epoca moderna vede sorgere, periodicamente, testi catechistici che provano a dire il messaggio cristiano valorizzando la Storia Sacra. Basti qui evocare i tre nomi più noti su questo argomento: quello dei francesi Bossuet, già ricordato,[71] Claude Fleury (1640-1723) e François Fénelon (1651-1715). In loro, però, il ricorso alla storia è giustificato prevalentemente con argomentazioni di tipo didattico, mentre le più profonde motivazioni teologiche sono soltanto intuite o, al più, accennate. Sotto questo profilo, le pagine che andiamo scorrendo collocano decisamente il Rosmini in sintonia con le correnti teologiche del Sette e Ottocento che tentano un rinnovamento di tutta la teologia sul fondamento di una maggiore considerazione della Scrittura e della storia; correnti, però, sempre soccombenti, come ben mostrerà, proprio ai tempi del Roveretano, la vicenda della Scuola di Tubinga, destinata a cedere il passo alle impostazioni decisamente più a-storiche di Neoscolastica e Neotomismo.[72]
5. L’AZIONE CATECHISTICA
Il Rosmini non si limita alla formulazione di una catechetica astratta, sia pure innovativa per vari aspetti, ma si impegna a tradurre i suoi convincimenti in un ministero catechistico esemplare. Ed uno dei frutti migliori di un tale impegno è indubbiamente il Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee.
5.1. Il Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee: princìpi ispiratori
I principi ispiratori di questo testo li comprendiamo facilmente se ricordiamo sia la concreta esperienza parrocchiale vissuta dal Rosmini a Rovereto, sia il fatto, che quando egli lo redige, è impegnato nella riflessione sul metodo della pedagogia; riflessione poi fissata almeno parzialmente, tra 1839 e 1840, nel lavoro Del principio supremo della metodica, pubblicato postumo nel 1857.
Intento dello scritto è scoprire una legge naturale comune ad ogni tipo di apprendimento. Lo scopo viene raggiunto legando la legge del metodo alla legge del conoscere. Ma, a sua volta, la legge che regola la conoscenza umana dipende dalla legge che regola l’affacciarsi e lo svilupparsi delle idee nella mente dell’uomo (tema al quale – è appena il caso di ricordare – il Rosmini ha dedicato una delle sue opere maggiori: il Nuovo saggio sull’origine dell’idee) .
Ora, per legge di natura, le idee hanno «un ordine o successione naturale»:[73] si sviluppano l’una dall’altra, per “prossimità”, per cui da un’idea ne germina con facilità un’altra che è quella “più prossima” alla precedente.
Si tratta, ovviamente, di una legge che non ammette modifiche, salti o manipolazioni. L’intelligenza umana, impegnata nel conoscere, non può che adeguarsi a questa legge universale che vale per tutti, per cui «da una verità, ella non può andare che all’altra più prossima, e da questa pure alla sua più prossima, e così via percorrere la catena delle verità, senza che niuno anello di essa le sia conceduto d’omettere o di sorpassare».[74]
5.1.1. Il metodo graduale
Di qui, allora, la norma fondamentale che regola il metodo dell’insegnamento: la gradualità, legge della quale il Rosmini aveva già trattato nel saggio Sull’unità dell’educazione.[75] L’istruzione della mente umana non può avvenire «se non a condizione di farla procedere da un’idea all’altra, secondo la connessione naturale delle idee medesime».[76] Dunque, «gl’istruttori, se vogliono veramente istruire, sono nella indeclinabile necessità i condurre le menti per que’ gradini appunto, pe’ quali esse, secondo la lor natura si movono; ed ogniqualvolta pretendono farle andar di salto, mettendo lor prima innanzi quelle verità, che debbono venir dappoi, essi non le istruiscono, ma le travagliano vanamente, affidando agl’istinti della fantasia e della memoria un’indigesta mole di suoni, che riesce all’uomo, e massimamente al fanciullo… un peso grave, fastidioso, e spesso intollerabile».[77]
Infatti – insiste il Rosmini con accenti simili a quelli che abbiamo trovato in Delle cinque piaghe – se non si segue il metodo suddetto non c’è vera istruzione della persona ma solo comunicazione e apprendimento mnemonico e «meccanico» di suoni senza significato.[78]
5.1.2. Dal noto all’ignoto, dal semplice al complesso
E’ essenziale, allora, rispettare modalità e capacità di comprensione dell’alunno, e perciò muovere dal noto all’ignoto: «ogni istruzione dee cominciare da qualche verità già nota alla persona che s’istruisce». Dunque, «le verità sieno disposte in una serie ordinata in guisa, che quelle che precedono non abbiano bisogno per essere intese di quelle che seguono».[79]
In altri termini, una vera istruzione dovrà partire dal semplice per arrivare gradualmente al complesso. Pertanto un catechismo potrà mai iniziare con domande che riguardino, ad esempio, l’identità della dottrina o della fede cristiana. E’ fin troppo evidente che la risposta a simili interrogativi esige tutta una serie di idee e conoscenze che il catechizzando principiante non può avere. Semmai, domande simili saranno da collocare a conclusione del catechismo![80]
«Dal noto all’ignoto»: un principio che sarà diffuso e applicato, e ancora con mille difficoltà, solo tra Otto e Novecento a partire da Germania ed Austria, ad opera dei primi innovatori del movimento catechistico. Dunque, anche su questo punto pare lecito considerare il Rosmini come un precursore.
Continuando la propria riflessione, il Roveretano riconosce che l‘attenzione ad un «insegnamento graduato» comincia a diffondersi al suo tempo.[81] Di più: sostiene che un tale metodo è stato utilizzato da molti in passato, consapevolmente o inconsapevolmente. Soprattutto – osserva – è stato seguito da Sant’Agostino nell’«aurea operetta» del De catechizandis rudibus, «il compendio migliore di catechetica che mi trovassi da proporre ai nostri catechisti».[82] Agostino, rispettando l’ordine delle idee, «incomincia… dallo stato dell’uomo a cui parla, e dal desiderio che quegli sente in cuore d’essere felice, idea a lui facilissima e notissima: di che si vede che il santo Dottore conduce la mente di quel nuovo discepolo dal noto all’ignoto, e dalla cognizione dell’uomo alla cognizione di Dio».[83]
5.1.3. Una catechesi storico-dogmatica insieme, per una gradualità efficac
E proprio appoggiandosi all’autorità del vescovo di Ippona, il Beato torna al tema a lui caro della catechesi storico-biblica per dire che la narrazione storica gli pare la via migliore per una fruttuosa applicazione del metodo «graduato»; metodo che intende applicare nel suo Catechismo.
Già abbiamo richiamato, sulla base di altri testi, le ragioni teologiche colte dal Rosmini a sostegno della sua tesi; le ritroviamo qui, completate però da una annotazione che presenta Dio stesso come maestro del «metodo graduato»: «Iddio, volendo istruire nelle verità salutari il genere umano, lo istruì e l’educò alla scuola della storia; ed agli avvenimenti che fece ordinatissimamente succedere, aggiunse un cotal grado di rivelazione corrispondente… Di che gli uomini alla scuola del divino loro Istitutore non ebbero quasi a fare alcuno sforzo ricevendo nelle loro menti e ne’ loro cuori le più alte verità».[84]
Ed è per fedeltà alla legge della gradualità e alla stessa pedagogia divina che il nostro Autore ribadisce anche qui che – come abbiamo già anticipato - occorre evitare sia una catechesi esclusivamente dogmatica, sia una catechesi basata altrettanto esclusivamente sulla storia. E’ invece da curare una presentazione ordinata dei fatti principali della Storia Sacra, soprattutto quelli che permettono di «connettere fra loro i dogmi, e far che l’uno succeda spontaneamente all’altro secondo la logica loro disposizione».[85]
Il Catechismo rosminiano vuole realizzare precisamente questo tipo di catechesi.
5.1.4. Un «ordine didattico» e non «scientifico»
Cosciente della novità della proposta, il Rosmini si sofferma a rispondere a possibili obiezioni, e ciò gli offre l’opportunità di fissare ulteriori, preziose indicazioni sia di ordine contenutistico che metodologico.
Una difficoltà potrebbe nascere dal fatto che la maggior parte dei catechismi in uso non seguono l‘ordine delle idee proposto nel formulario in esame. Ciò – risponde il Rosmini - non costituisce un argomento valido contro il suo Catechismo. A parte il fatto che almeno qualche testo è costruito seguendo un po’ l’ordine delle idee, va osservato che gli autori dei formulari catechistici sono per lo più teologi. Ora, essi distribuiscono la materia secondo il loro ordine di comprensione delle idee intorno alla fede; è l’ordine «scientifico» di persone consumate nella riflessione teologica, per cui è normale per essi porre come prima domanda di un catechismo un interrogativo complesso come: «Che cosa è a dottrina cristiana?», oppure «Che cosa è la fede?»,[86] e poi procedere per deduzione verso domande-risposte più semplici. Ma nella catechesi occorre seguire un ordine «didattico» che è opposto a quello scientifico. «L’ordine scientifico e l’ordine didattico sono opposti», perché il principio didattico obbliga a «incominciare da ciò che è il più semplice» facendo passare i catechizzandi «gradatamente al composto».[87]
Di fronte a queste e simili espressioni, ancora una volta è da mettere in evidenza la carica profetica del pensiero rosminiano rispetto ad una prassi catechistica consolidata di tutt’altro orientamento. Le indicazioni del Roveretano saranno riprese a più vasto raggio solo cent’anni dopo dai pionieri del movimento catechistico. Mons. Geremia Bonomelli (1831-1914), in particolare, criticando i primi schemi del catechismo di Pio X del 1912 scriverà: «I Catechismi composti da ottimi teologi, per quanto semplificati e resi popolari come quest’ultimo, risentono sempre d’una certa struttura scolastica, che, oltre al renderli aridi e noiosi, li rende difficili a insegnanti e a scolari. Sono sempre concepiti in formole generiche, teoriche, astratte, che il popolo e più i fanciulli non possono afferrare. Abbiamo bisogno di tenere la teologia scolastica per noi; ma pel popolo e pei fanciulli bisogna discendere a loro, usar il linguaggio semplice, che è poi quello del Vangelo, usato da Gesù Cristo».[88] E nello stesso contesto, riprendendo quasi alla lettera i paragrafi rosminiani appena citati, dirà che il metodo «scientifico» dei teologi applicato alla stesura dei catechismi è da scartare, perché non «didattico».[89] A metà degli anni Trenta, poi, i teologi kerygmatici ribadiranno che si deve certo conoscere la teologia, ma nella catechesi è il kerygma che va annunciato; e un tale annuncio, proprio perché kerygmatico, non può che avvenire con linguaggio storico-biblico. Negli anni Cinquanta, poi, la “grande signora” della catechesi francese rinnovata, Marie Fargues (1884-1973), scriverà che: «L’essenziale per il fanciullo non è un essenziale oggettivo», per cui occorre attenzione alla «soggettività; progressione…psicologica, ordinata secondo gli interessi successivi del fanciullo».[90] E nello stesso periodo, un altro grande catecheta francese, Joseph Colomb (1902-1979), pubblicherà il suo catechismo «progressif»,[91] incorrendo ancora nei “fulmini” di Roma e dando involontariamente origine alla grave crisi “del catechismo progressivo” (1957) che tanto danno ha recato alla catechesi d’Oltralpe.
5.2. Il Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee: i contenuti
Il Catechismo, che formalmente si presenta come un complesso di 766 domande e risposte distribuite in 63 capitoli, per ciò che attiene ai contenuti è la fedele traduzione in pratica dei princìpi or ora sintetizzati.
Così, dal momento che occorre muovere da ciò che è già noto e interessa a chi viene istruito, le prime domande non riguardano l’identità di Dio; piuttosto vertono sull’uomo, sulla sua origine, sul suo fine, sul mondo che lo circonda; e soltanto al cap. VII e alla 58a domanda ci si chiede «Chi è Dio?».[92]
Poi, sulla scorta dei dati biblici si illustrano le qualità di Dio (creatore, conservatore, provvisore, legislatore, rimuneratore) e la sua azione di salvezza (riparatore del peccato degli uomini), (capp. VII-X).
L’idea di “riparazione” porta naturalmente il Catechismo a presentare una breve sintesi dell’Antico Testamento come preparazione al Redentore. Questa scelta permette all’Autore di parlare anzitutto dei patriarchi e successivamente della Legge data agli uomini per mezzo di Mosè. Di qui, ancora una volta senza soluzione di continuità tra storia e dottrina, lo spunto per enunciare i Comandamenti. Ritorna poi la “narrazione storica” con la presentazione delle figure dei profeti che annunciano il Messia (capp. XI-XIII). Si giunge così al culmine dell’Annunciazione in cui anche l’angelo preannuncia le prerogative del Messia (capp. XIV-XV).
Solo a questo punto, dopo l’evocazione dei mirabilia Dei nei capitoli precedenti, viene enunciato il mistero della Trinità (cap. XVI).[93]
L’attenzione del Catechismo si concentra ora sul Cristo (Incarnazione, nascita, vita e predicazione: capp. XVII-XIX). La trattazione della predicazione del Signore è ampia (capp. XX-XXIX) e permette al Rosmini di illustrare l’insegnamento morale di Cristo (con una ripresa – si noti - in chiave cristiana dei Comandamenti, capp. XXII-XXIII), quello sulla preghiera e sul culto: il riferimento a quest’ultimo insegnamento offre al Catechismo l’occasione di spiegare meglio il significato dell’antico culto di Israele e di preannunciare la novità della nuova liturgia cristiana (cap. XXVII-XXIX).
Dopo alcune domande sui miracoli (cap. XXXI) troviamo quelle sul mistero pasquale di Cristo (Passione, Morte, Risurrezione, Ascensione, capp. XXXII-XXXIII) e della sua parusia (cap. XXXIV).
Alla grazia salvifica di Cristo il credente partecipa mediante i sacramenti (capp. XXXV-LI). Si può notare che, di essi, l’Eucaristia è presentata dopo l’Ordine, perché la celebrazione eucaristica è funzione propria del ministro ordinato e, di fatto, il catechizzando la vede come tale.
La vita cristiana, poi, si svolge nella Chiesa, tema al quale il Catechismo dedica gli ultimi capitoli (LII-LXIII). Degno di nota è l’ultimo di essi, dove il Beato, sulla falsariga dei catéchismes des fêtes, tratta ampiamente delle principali feste della Chiesa stessa, valorizzando così anche il metodo catechistico “liturgico” intorno a cui aveva teorizzato.
Indubbiamente, sarebbe necessaria a questo punto un’analisi approfondita delle pagine richiamate, ma ciò porterebbe a svariate puntualizzazioni che esulano dallo scopo di questo intervento.[94] Ci limitiamo allora ad una sola osservazione di indole globale: una esposizione come quella del Catechismo rosminiano che richiama e “rimescola” continuamente, senza soluzione di continuità, dati biblici (vetero e neotestamentari), liturgici, morali e dogmatici, ha almeno due pregi: oltre che a facilitare la comprensione e rafforzare la memoria, mostra l’unità armoniosa della proposta di fede cristiana.[95]
5.3. Le Catechesi agli adulti e le Regole della dottrina cristiana
Come s’è detto, lo zelo catechistico ha portato il Rosmini a curare personalmente la catechesi domenicale agli adulti della parrocchia di San Marco a Rovereto, per l’anno in cui ne è stato parroco. Conosciamo tali catechesi perché raccolte e fissate sulla carta dall’amico e collaboratore don Francesco Puecher, che ha pure annotato le parole di altri sacerdoti che talvolta sostituirono il Beato, impegnato in altri compiti pastorali.
Grazie al Puecher veniamo a conoscere che il Roveretano aveva diviso i suoi interventi in due grandi parti: il fine dell’uomo (Catechesi III-XXIX); i mezzi a disposizione dell’uomo stesso per raggiungerlo (Catechesi XXX-XXXIX).
A proposito di questi testi – rimasti incompleti - pensiamo di poter dire che nel complesso si muovono in un’ottica più tradizionale. Ma è pur sempre da notare che punto di partenza, ancora una volta è il noto, cioè l’uomo. Il discorso, poi, è pratica applicazione dei canoni della «sacra eloquenza» vagheggiata dal Rosmini, e si muove pertanto in stile piano e accessibile, nutrito di testi biblici e patristici, con riferimenti all’esperienza quotidiana degli ascoltatori.
Degno di nota, inoltre, è il fatto che il Rosmini intervalla catechesi “magisteriali” ad altre “dialogate”, riprendendo le tematiche svolte nel dialogo con un interlocutore.
Anche le Regole per l’organizzazione e lo svolgimento delle lezioni della dottrina cristiana a Rovereto si sviluppano sostanzialmente sotto il segno della tradizione. Insieme a regole simili, diffuse in tante altre diocesi e parrocchie dell’epoca, sono riconducibili alla regolamentazione avviata dalle prime Compagnie o Scuole della dottrina cristiana nate a Milano negli anni Trenta del Cinquecento, riformulata e rilanciata con autorevolezza esemplare dal Borromeo.[96]
Personaggi come gli ufficiali della dottrina, i priori, i direttori e direttrici, i «secretarj», i pescatori, i maestri e le maestre catechiste, i «silenzieri» e bidelli, globalmente qualificati come «operaj delle Dottrine»,[97] erano familiari in molte chiese del mondo cristiano d’allora.
Pure le norme fissate dal Rosmini circa l’affabilità, la pazienza, lo zelo con cui rapportarsi ai giovani catechizzandi, o la cura della conoscenza e della visita ai genitori degli stessi, sono di antica data.
Debitore nei confronti della tradizione il Beato lo è anche quando, pur escludendo punizioni corporali, concede al direttore il diritto a «qualche salutare castigo»;[98] così come lo è – sia permesso quest’ultimo richiamo, magari per concludere con un benevolo sorriso il serio cammino percorso – quando richiede l’aiuto della forza pubblica per assicurare regolare svolgimento alle lezioni di dottrina. Iniziando l’anno catechistico a San Marco di Rovereto, sollecita il podestà comunale «accioché Ella mandando opportunamente in giro delle attente guardie di polizia nell’ora della dottrina... provveda che i ragazzi non si fermassero a giuocare in sulle strade, e massime ne’ luoghi riposti della città, e che le bettole non fossero ingombrate dagli adulti che ben sovente in quelle ore vi si appiattano».[99]
CONCLUSIONE
A prescindere dall’appello… alla forza pubblica, possiamo indubbiamente considerare pienamente valido il magistero catechistico del beato Rosmini che abbiamo voluto indagare. Non abbiamo mancato di evidenziare le sue “lezioni” più significative man mano che si presentavano alla nostra indagine. Pertanto qui ci limitiamo a riassumerle sinteticamente:
- sul piano dei contenuti: cristocentrismo di predicazione e catechesi; annuncio storico-biblico, giustificato teologicamente, a fondamento della “dottrina”; valorizzazione della liturgia; attenzione all’attualità;
- quanto alla metodologia: rispetto della psicologia dell’apprendimento umano; e perciò semplicità, gradualità, scelta di un ordine “psicologico” o «didattico» da considerare preminente sull’ordine «scientifico» dei contenuti da annunciare.
Indicazioni più che sufficienti a rendere innegabilmente la proposta catechistica rosminiana degna ancora oggi di attenta considerazione.[100]
[1] Prima ed.: Venezia, Giuseppe Battaggia 1821; noi citeremo dal testo Catechetica. Opere varie di Antonio Rosmini – Serbati prete roveretano. Volume unico, Milano, Tipografia e Libreria Pogliani 1838, pp. V-XIII+1-105. Per il contesto in cui matura l’apprezzamento del Rosmini per quest’opera agostiniana su cui dovremo ritornare spesso, cf P. Stella, Agostinismo in Italia e cultura patristica europea tra Sette e Ottocento, in Augustinianum 16 (1976) 173-203.
[2] Prima ed.: Rovereto, Stamperia Marchesani 1823; qui si farà riferimento alla Lettera riportata nel cit. Catechetica, alle pp. 107-120.
[3] Prima ed.: Venezia, Battaggia 1823; qui valorizzeremo: A. Rosmini, Della educazione cristiana. Sull’unità dell’educazione, vol. 31, a cura di L. Prenna, dell’ed. nazionale delle opere edite ed inedite Antonio Rosmini promossa da E. Castelli, e curata dall’Ist. di Studi Filosofici di Roma e dal Centro Internazionale di Studi Rosminiani di Stresa, Roma, Città Nuova 1994, pp. 33-196.
[4] M. Sonato, Gioseffa Margherita Rosmini e la «Pia Casa delle Cinque Orfane» di Rovereto: 1820-1824, in ITC-isr, Il pensiero di Antonio Rosmini a due secoli dalla nascita, a cura di G. Beschin – A. Valle – S. Zucal, 2 voll.; Brescia, Morcelliana 1999; qui vol. 2, pp. 711-719.
[5] A. Rosmini, Della educazione cristiana, pp. 63-121.
[6] Ibid., pp. 70-76. Sul contesto di questo scritto, cf: R. Lanfranchi, Genesi degli scritti pedagogici di Antonio Rosmini , Roma, Città Nuova 1983, pp. 72-84; Id., L'interesse di A. Rosmini per l'azione educativa della sorella Gioseffa Margherita. Analisi dell'Epistolario, in J.M. Prellezo (ed.), L'impegno dell'educare. Studi in onore di Pietro Braido, Roma, LAS 1991, pp. 59-82.
[7] A questo anno da parroco, importante per noi, è dedicato lo specifico studio di A. Valle, Rosmini e Rovereto 1834-1835. Arciprete decano di San Marco, Rovereto, Longo Editore 1985.
[8] Prima ed.: Milano, Tipografia e Libreria Pirotta 1837, nel vol. 2 dei Discorsi parrocchiali, Istruzioni catechistiche ed altri scritti di Antonio de Rosmini Serbati già Arciprete e Decano di Rovereto; utilizzeremo il testo riportato nel cit. Catechetica, pp. 121-149.
[9] Catechesi dette dall’Arciprete di San Marco di Rovereto l’anno 1834-35 raccolte dalla viva voce e compendiate dal sacerdote Francesco Puecher; prima ed.: Milano, Tipografia e Libreria Pirotta 1837, nel cit. vol. 2 dei Discorsi parrocchiali. Le Catechesi sono anche Catechetica, cit., alle pp. 285-454, ma per comodità qui si utilizzerà A. Rosmini, Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee – Catechesi (1834-1835), vol. 45, a cura di E. Castelli, dell’ed. nazionale delle opere edite ed inedite A. Rosmini-Serbati diretta da E. Castelli, Padova, Cedam 1973, pp. 131-273.
[10] Prima ed. nel vol. 1 dei cit. Discorsi parrocchiali; noi citeremo da: A. Rosmini, Discorsi parrocchiali, vol. 44, a cura di E. Menestrina, dell’ed. nazionale... Roma, Città Nuova 1986.
[11] Prima ed.: Milano, Tipografia e Libreria Pogliani 1838. Cf il cit. A. Rosmini, Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee – Catechesi (1834-1835). Per semplificare la consultazione di altre eventuali edd. citeremo soltanto il numero dei capitoli. A prevenire e scansare eventuali critiche su questo testo, il Rosmini diceva di averlo preparato per uso interno della propria famiglia religiosa, al fine di assicurare uniformità all’insegnamento catechistico nel suo Istituto. In realtà, il Catechismo, è un formulario per tutti.
[12] Dal momento che tale Prefazione non è presente nell’ed. nazionale di cui alla nota precedente, la citeremo da Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee da Antonio Rosmini Serbati sacerdote, Roma, Tipografia Forzani e C. 1898.
[13] Prima ed.: Lugano, Veladini 1848; per noi il riferimento sarà: A. Rosmini, Delle cinque piaghe della santa Chiesa, vol. 56, a cura di A. Valle, dell’ed. nazionale..., Roma, Città Nuova 1981.
[14] Per questa tematica che obbligherebbe a riferirsi direttamente almeno al saggio rosminiano Sull’unità dell’educazione, ci limitiamo a rinviare alle sintesi di G. Acone, Rosmini teorico dell'educazione, in Rosmini pensatore europeo. Atti del Congresso Internazionale. Roma, 26-29 ottobre 1988, a cura di M.A. Raschini, Milano, pp. 217-226, e F. de Giorgi, Rosmini e il suo tempo. L’educazione dell’uomo moderno tra riforma della filosofia e rinnovamento della Chiesa (1797-1833), Brescia, Morcelliana 2003, pp. 283-315.
[15] Cit. in F. de Giorgi, Rosmini e il suo tempo, p. 286.
[16] Ibid.
[17] A. Rosmini, Della educazione cristiana. Sull’unità dell’educazione, p. 72.
[18] Ibid., p. 71; cf pure p. 70.
[19] Ibid., p. 71.
[20] A. Rosmini, Regole della dottrina cristiana, in Catechetica, p. 123.
[21] Ibid.
[22] Così il Rosmini nella Dedicazione premessa alla prima ed. di Del modo di catechizzare gl’idioti, in Catechetica, p. X.
[23] Ibid., p. XIII.
[24] A. Rosmini, Della educazione cristiana. Sull’unità dell’educazione, p. 64.
[25] A. Quacquarelli, La lezione patristica di Antonio Rosmini (i presupposti del suo pensiero), Stresa, Centro Internazionale di Studi Rosminiani – Roma, Città Nuova 1980; Id., Le radici patristiche della teologia di Antonio Rosmini, Bari, Edipuglia 1991; ID., Rosmini e l’intelligenza della Patristica, in Vetera Christianorum 34 (1997) 5-14.
[26] Come la Dedicazione premessa alla traduzione del De catechizandis rudibus o i primi due capitoli de Delle cinque piaghe della santa Chiesa.
[27] A. Rosmini, Discorsi parrocchiali, pp. 19-40.
[28] Ibid., p. 21.
[29] Ibid., p. 28.
[30] Ibid., pp. 29-30.
[31] Vedi altre parole di lode al Cesari nella Dedicazione introduttiva alla Lettera sopra il cristiano insegnamento, in Catechetica, p. 113, nota 1.
[32] Così il Rosmini nella pagina introduttiva alle Catechesi dette dall’Arciprete di San Marco, in A. Rosmini, Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee – Catechesi (1834-1835), p. 133.
[33] Compartimento d’una Rettorica Sacra, in A. Rosmini, Discorsi parrocchiali, pp. 39-40.
[34] Ibid., p. 39.
[35] [GB. Pagani – G. Rossi], La vita di Antonio Rosmini scritta da un sacerdote dell’Istituto della Carità riveduta ed aggiornata dal Prof. Guido Rossi, 2 voll., Rovereto, Arti Grafiche R. Manfrini 1959; qui vol. 1, pp. 659-660.
[36] A. Valle, Rosmini e Rovereto 1834-1834, pp. 91-92.
[37] J.-J. Rousseau, Emilio o dell'educazione, a cura di P. Massimi, Roma, Armando 1995, p. 397.
[38] A. Rosmini, Delle cinque piaghe della santa Chiesa, pp. 29-30.
[39] Ibid., p. 30.
[40] Ibid., p. 31.
[41] A. Rosmini, Lettera sopra il cristiano insegnamento, in Catechetica, p. 111.
[42] Ibid.
[43] Ibid., pp. 112-113.
[44] Ibid., p. 113.
[45] Ibid.
[46] Ibid.
[47] Ibid., p. 111.
[48] Così si esprime il Nostro nella p. introduttiva a Catechesi dette dall’Arciprete di San Marco, in A. Rosmini, Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee – Catechesi (1834-1835), p. 133.
[49] A. Rosmini, Della educazione cristiana. Sull’unità dell’educazione, p. 76.
[50] A. Rosmini, Lettera sopra il cristiano insegnamento, in Catechetica, p. 119.
[51] Ibid., pp. 118-119.
[52] Cf ad es.: A. Rosmini, Regole della dottrina cristiana, Capo III, n. 37 e Capo IV, n. 46, in Catechetica, pp. 137-138.
[53] A. Rosmini, Lettera sopra il cristiano insegnamento, in Catechetica, p. 115.
[54] Ibid., p. 114.
[55] Cf ibid., p. 115.
[56] Ibid., p. 116.
[57] Cf ibid., pp. 116-118.
[58] F. de Giorgi, Rosmini e il suo tempo, p. 141.
[59] A. Rosmini, Lettera sopra il cristiano insegnamento, in Catechetica, p. 116.
[60] Ibid.
[61] Ibid.
[62] Ibid., p. 118.
[63] In Dedicazione premessa a Del modo di catechizzare gl’idioti, in Catechetica, p. XII.
[64] A. Rosmini, Lettera sopra il cristiano insegnamento, in Catechetica, p. 118.
[65] A. Rosmini, Costituzioni dell’Istituto della Carità, vol. 50, a cura di D. Sartori, dell’ed. nazionale..., Roma, Città Nuova 1996, n. 779 (D.), p. 611.
[66] Cf A. Rosmini, Della educazione cristiana. Sull’unità dell’educazione, p. 73.
[67] Ibid., pp. 74-75.
[68] Ibid., p.75.
[69] Ibid.
[70] Prefazione a Catechismo disposto secondo l’ordine delle idee da Antonio Rosmini Serbati sacerdote, p. VI.
[71] Aa.Vv., Catéchismes, mémoire d’un temps: 1687. Les manuels diocésains de Paris et de Meaux (Bossuet), Paris, Desclée 1988.
[72] Cf P. Braido, Lineamenti di storia della catechesi e dei catechismi. Dal «tempo delle riforme» all'età degli imperialismi (1450-1870), Torino-Leumann, Elledici 1991, capp. XVIII, pp. 260-279; XXI, pp. 310-322; XXIII, pp. 347-364.
[73] Prefazione a Catechismo, p. III.
[74] Ibid., p. IV.
[75] Cf, ad es., A. Rosmini, Della educazione cristiana. Sull’unità dell’educazione, p. 284.
[76] Prefazione a Catechismo, p. X.
[77] Ibid., pp. IV-V.
[78] Cf ibid., p. IV.
[79] Ibid., p. XII.
[80] Cf ibid.
[81] Nel decennio 1828-1838, ad es., Madame de Staël scrive i suoi 3 voll. su L’educazione progressiva.
[82] Prefazione a Catechismo, p. V.
[83] Ibid., pp. V-VI.
[84] Ibid., p. VII
[85] Ibid., p. VI.
[86] Così procede, ad es., il Bellarmino nelle sue due famose “dottrine” di fine Cinquecento, che il Rosmini certamente conosce ma mo indica esplicitamente.
[87] Prefazione a Catechismo, p. IX.
[88] Cit. in L. Nordera, Il catechismo di Pio X. Per una storia della catechesi in Italia (1896-1916), Roma, LAS 1988, p. 507. Corsivo nostro. Per inciso notiamo che il Bonomelli non cita la fonte del proprio pensiero. Il silenzio diventa facilmente comprensibile se si tiene conto del clima antirosminiano esistente tra Otto e Novecento: in quel contesto, una citazione esplicita del Roveretano, per di più sulla penna di un vescovo già oggetto di ricorrenti critiche, sia da parte dei cattolici intransigenti che da parte degli stessi vertici vaticani, sarebbe risultata decisamente inopportuna.
[89] Cf Prefazione a Catechismo, p. IX.
[90] M. Fargues, Catéchisme pour notre temps. Principes et techniques, Paris, Spes 1951, p. 33.
[91] Jh. Colomb, Catéchisme progressif, vol. 1: Parlez, Seigneur; vol. 2: Dieu parmi nous; vol. 3: Avec le Christ Jésus, Lyon - Paris, Vitte 1950.
[92] La giustificazione di questo procedimento è ribadita esplicitamente in Prefazione a Catechismo, pp. XIII-XIV.
[93] Piace sottolineare che la stessa scelta compirà nel 1955 il catechismo dei vescovi tedeschi, primo sussidio ufficiale ad accettare le indicazioni innovatrici del movimento catechistico!
[94] A semplice titolo di curiosità, data la loro inconsistenza, si potrebbe prendere le mosse dalle velenose Postillle [al] Testo Rosminiano. Pubblicate anonime nel 1850, senza indicazione di luogo e di editore, ma da attribuire al p. Ballerini Antonio SJ, varie di queste Postille prendono di mira determinate risposte del Catechismo rosminiano. Ad esse risponde puntualmente il testo di A. Pestalozza: Le postille di un anonimo. Saggio di osservazioni per Alessandro Pestalozza prete milanese, Milano, coi Tipi di Giuseppe Redaelli 1851 (1850). Un intero cap. di quest’opera (il IV, pp. 15-80) è dedicato specificamente a rintuzzare le critiche rivolte al formulario.
[95] Si veda ancora, su questo argomento: A. Capuzzi, Il pensiero religioso di A. Rosmini nell’opera «Il catechismo secondo l’ordine delle idee», in Per la Filosofia. Filosofia e Insegnamento 4 (1987) 10, 96-99.
[96] Si rinvia nuovamente a P. Braido, Lineamenti di storia della catechesi e dei catechismi, cap. XI, pp. 134-144.
[97] A. Rosmini, Regole della dottrina cristiana, Capo II, nn. 20-29, in Catechetica p. 135-136.
[98] Ibid., Capo III, n. 39, p. 137; cf anche Capo VII, n. 78, p. 143
[99] Cit. da A. Valle, Rosmini e Rovereto 1834-1835, pp. 38-39.
[100] Sulla tematica affrontata in questo articolo cf pure: U. Biagioni, L’insegnamento del catechismo nel pensiero di Antonio Rosmini, in Rivista Lasalliana 64 (1997) 166-180.