|
Formare i formatori nella catechesi |
|
Giancarla Barbon Appunti per la presentazione della tesi Roma 20 giugno 2002 |
Mi piace iniziare a presentare il mio lavoro di dottorato narrandovi la storia della mia passione formativa, la storia della mia esperienza a fianco di tanti catechisti e dei direttori degli Uffici Catechistici diocesani, racconto l’attenzione che in questi anni dopo la licenza si è andata acuendo in me per la domanda formativa, la fatiche incontrate e le possibilità intraviste. Come in ogni storia il racconto procederà passo passo presentando le sequenze più importanti del lavoro che si intrecciano nella trama e la rendono aperta ad ulteriori racconti che da qui possono nascere.
La scelta del tema per questa ricerca nasceva dall’esigenza di dare organicità e sistematicità a tante idee e intuizioni che in questi anni mi hanno accompagnato.
Coloro che come me, con pazienza e passione hanno speso energie e tempo per l’opera formativa hanno percepito, insieme a tentativi nuovi e a fatiche legate a tante resistenze, la necessità di un rinnovamento, alcuni lo hanno anche avviato rischiando personalmente, e ne hanno definito, progressivamente i contorni.
L’obiettivo di questa ricerca era raccogliere tante sollecitazioni, organizzare l’esperienza e la prassi attorno ad una proposta più scientifica, tale obiettivo si è andato pian piano arricchendo di altre idee e altre proposte. Per questo ho attinto ad ambienti formativi più vari fino a presentare la figura del formatore dei catechisti nella sua essenzialità e nella sua peculiarità.
All’inizio
La catechesi oggi sta vivendo un momento particolare, l’annuncio del lieto messaggio dell’amore di Gesù Cristo per ogni uomo è una possibilità ancora reale e meravigliosamente sconvolgente, ma ha necessità di trovare modalità nuove, soprattutto persona formate per stare dentro il cambiamento in modo flessibile e aperto, costruttivo e critico.
La tesi che sottende tutto il lavoro è proprio la necessità di cambiare la prassi formativa dei catechisti, non solo proponendo contenuti diversi, ma individuando anche una struttura formativa nuova.
Gli operatori preparati per tale compito, in un contesto culturale ed ecclesiale che si è fatto più complesso e problematico, sono pochi e non sempre hanno le abilità necessarie per accompagnare sostenere il compito dei catechisti stessi.
Il desiderio di affrontare il tema della formazione dei formatori nella catechesi e di individuare gli elementi che conducono a ipotizzare nuovi processi, nasce da alcune sollecitazioni che mi sono pervenute e da alcune considerazioni legate all’esperienza di questo tempo.
· A livello personale ho potuto verificare, in questi anni, a contatto con molte realtà diocesane e regionali, che la formazione dei catechisti in Italia manifesta una forte carenza di operatori preparati. I catechisti che offrono questo servizio sono pochi, hanno spesso molti altri compiti, di conseguenza, la formazione che offrono non sembra raggiungere lo scopo Gli stessi catechisti chiedono formazione, a vari livelli, in modo esplicito e implicito, ma quella che viene loro proposta non li abilita ad essere annunciatori del vangelo nel nuovo contesto culturale, religioso e sociale.
La richiesta formativa risulta perciò ancora vaga e confusa. E’ importante decodificarla e orientarla per rendere i catechisti capaci di un’azione evangelica nuova.
· A livello culturale si assiste, in questo tempo, ad una fioritura di scritti, ricerche e ipotesi che analizzano, secondo varie dimensioni, la domanda formativa per studiare progetti e proposte adatte alla nuova situazione socioculturale. Stanno emergendo alcuni indirizzi operativi che, pur avendo come riferimento particolari quadri concettuali, manifestano stimoli interessanti.
Si tratta di tutta la letteratura prodotta dall’Associazione Italiana Formatori cui nelle ricerca si farà spesso riferimento. Anche l’accelerazione culturale e l’avvento di nuove tecnologie invita a ripensare tutto il processo formativo. E’ abbastanza evidente oggi che un sistema istituzionale chiuso e ancorato solo a principi pedagogici di formazione d’aula non ha alcuna possibilità di operare cambiamenti e trasformazioni significative.
· A livello ecclesiale, insieme a tante ricerche realizzate e ad analisi avviate, risulta sempre più chiara l’esigenza di studiare il modello formativo che in questo tempo è stato adottato per individuare nuove possibilità, per indicare i parametri teorici, ma soprattutto l’impianto operativo che può produrre formazione nella comunità cristiana. Il punto problematico risulta proprio la preparazione di preti, laici, religiosi e operatori pastorali, in genere, che hanno il compito di seguire da vicino i cammini ministeriali e formativi degli annunciatori.
Insieme a queste sollecitazioni sono stata accompagnata da alcune convinzioni che la lunga esperienza vissuta nella formazione mi ha permesso di acquisire:
· non é più il tempo in cui basta aumentare il numero delle conoscenze o delle abilità per saper annunciare, è necessaria una nuova qualità della formazione;
· coloro che, nella chiesa, sono incaricati di stendere e condurre itinerari formativi per catechisti, non sono ancora in grado di spiccare questo salto qualitativo;
· la realtà attuale, il mondo culturale e le diverse istituzioni, ci offrono indicazioni interessanti;
· è il tempo di tentare percorsi nuovi per coloro che seguono, accompagnano e preparano i catechisti, per una nuova azione evangelizzatrice oggi;
· si può e si deve ormai pensare ad una formazione nell’azione, cioè mentre il credente svolge il compito di annunciatore e inoltre sono da prevedere anche nuove strutture a servizio della formazione dei catechisti.
Il percorso
Vi narro anche come si è snodato il percorso della ricerca; la successione dei passi è avvenuta secondo queste tre sequenze:
· è emersa la necessità di nuove figure formative e di un progetto che le sostenga, attraverso l’analisi della situazione così come è stata presentata dalla ricerca di Giuseppe Morante e come la sta valutando l’Ufficio Catechistico Nazionale,
· si sono indicati alcuni parametri per un’adeguata preparazione professionale spirituale, educativa metodologica dei formatori dei catechisti,
· infine viene giustificata e prospettata una nuova modalità formativa per gli accompagnatori di catechisti.
Questo lavoro non si occupa di definire i contenuti della proposta formativa per la formazione dei catechisti, cioè delle aree formative e delle idee di credente, di persona, di comunità, di fede che veicolano, anche se sono presenti, un’altra ricerca ha affrontato questa tematica collocandosi a questo livello. Questo studio, invece analizza soprattutto i processi di apprendimento e le modalità di conduzione del percorso formativo per trovare le indicazioni teoriche che spingono a un cambio di prospettiva.
Il lavoro presenta una parte introduttiva dedicata ad un’essenziale e sintetica precisazione dei termini in questione, per operare una scelta nella vastità dell’accezione del termine formazione e per delineare i confini entro i quali lo ho affrontato legandolo alla catechesi.
Sono tre le parti attraverso cui si dipana la ricerca e la proposta:
· La prima parte analizza la situazione della formazione, a partire dai dati delle ultime ricerche sui catechisti, coglie le questioni più urgenti e fa emergere il bisogno formativo come esigenza di nuove figure, di un progetto chiaro e adeguato e di un tipo di formazione che sia in grado di seguire, sostenere e accompagnare i catechisti in questo nuovo contesto culturale.
· La seconda parte offre fondamento teorico all’impostazione della proposta formativa. Analizza i progetti esistenti sia nell’ambito ecclesiale, sia nell’ambito laico e coglie alcune caratteristiche essenziali per elaborare una proposta consequenziale.
· La terza parte è la più ampia e consistente perché vuole tentare di definire la proposta per i formatori dei catechisti. Dalle caratteristiche formative emerse nel confronto con alcuni progetti e studi, si chiariscono le esigenze essenziali per l’educazione alla fede e si delinea la figura del formatore soprattutto nella sua capacità di gestire correttamente i processi formativi e di accompagnare il catechista nel suo servizio educativo e nella espressione delle sue abilità. Viene presentata l’ipotesi del passaggio dalle scuole ai laboratori formativi ed individuate alcune strutture a sostegno di una formazione continua per i catechisti. Tutto questo vuole portare ad una proposta formativa definita e articolata che tenga presenti le caratteristiche essenziali della formazione, ma che offra anche indicazioni perché il formatore sia in grado di elaborare proposte adeguate, di sostenere il cambiamento, di guidare l’appropriazione e di gestire i processi formativi. La proposta si sviluppa più sul versante della metodologia del percorso che sui contenti formativi.
Il lavoro, nonostante il tentativo di concretezza, non offre immediatamente una proposta definita e operativa, ma indica parametri e passaggi irrinunciabili per stendere e condurre itinerari per i catechisti. La proposta dell’ultimo capitolo non è stata pensata per la sperimentazione perché oltre a richiedere molto tempo, esigeva parametri diversificati per ogni situazione e per le varie domande formative, mi sembra alla fine interessante, invece, aver codificato un esempio che ha la possibilità di realizzarsi in modo originale in vari ambienti e in varie situazioni.
Presentare, perciò, gli snodi più importanti del percorso di ricerca, evidenziare ciò che è diventato più significativo è proprio come raccontare una storia, la storia di ciò che si sta realizzando, ma è anche sognare e progettare una storia diversa.
Le scelte
Il movimento catechistico ha vissuto stagioni di grande fioritura, si è imposto alla chiesa per la sua vivacità, ma tale dono non è stato sufficientemente accolto, valorizzato e promosso.
Gli ultimi decenni, infatti, hanno visto nascere questo fenomeno, il numero dei laici che si sono posti a servizio della comunità cristiana è notevolmente aumentato, ma non è contemporaneamente aumentato l’impegno ecclesiale per la loro preparazione, formazione e soprattutto niente o poco è stato pensato per il loro accompagnamento metodologico e spirituale.
Anche le strutture di partecipazione e di progettazione all’interno della comunità ecclesiale non sono riuscite a coinvolgere in modo proficuo questa ricchezza dello Spirito che è la realtà dei catechisti.
Per questo al termine della sua ricerca G. Morante diceva: “Il movimento dei catechisti italiani sembra un gigante buono che non fa male a nessuno”, la sua pesantezza si può rilevare in una certa stanchezza che lo ha reso tranquillo, incapace di quello scatto di novità e vivacità che il nuovo contesto culturale richiede.
Ma nonostante tanti problemi legati alla loro preparazione specificale ricerche fanno intuire che c’è la possibilità, per un grande numero dei catechisti, di una nuova qualificazione.
I bisogni che sono stati presentati e raccolti nascono proprio da questa speranza e da questa urgenza.
L’educatore alla fede è sempre più una persona adulta con una sua ricchezza di esperienza e di vita, con una sua coscienza di chiesa e di servizio.
Qualificare e formare un uomo e una donna adulti richiede percorsi alternativi e scelte educative diverse da quelle pensate e strutturate in questi ultimi decenni. La nuova collocazione del fatto religioso, inoltre, chiede figure di annunciatori aperte alla pluralità, capaci di dialogo e confronto, malleabili e flessibili, ma nello stesso tempo interiormente motivati, consistenti e fondati spiritualmente.
La situazione di complessità è interna alla formazione, si riscontra anche a livello culturale per cui la ricerca di una teoria che guidi la pratica è ulteriore elemento importante per procedere nella riflessione e da qui elaborare anche altre proposte.
Sappiamo che nei prossimi decenni la vita delle persone sarà sempre più caratterizzata dai cambiamenti e i cambiamenti solleciteranno nuovi apprendimenti da parte di uomini e donne adulte. Formare è perciò aiutare persone, gruppi, organizzazioni, strutture ad apprendere per cambiare, per raggiungere meglio i propri obiettivi, per diventare capaci di vivere bene, di orientarsi correttamente nella vita, di stare con gli altri, di lasciare il proprio “segno” nel mondo e nella storia.
Il contributo che deriva da questa attività alla comunità cristiana e alla diffusione del vangelo è troppo importante e stimolante perché non si pongano energie, idee e scelte a servizio di questo nuovo compito.
Le problematiche sollevate nella ricerca sono parecchie, tra tutte quelle evidenziate sono da notare alcune, in modo particolare:
· le competenze richieste al catechista vanno ripensate e collocate verso l’area della relazionalità e della comunione di vita;
· sono necessarie relazioni formative ed educative che sostengano e accompagnino il catechista nel difficile ed entusiasmante compito di annunciare;
· la comunità cristiana è invitata a rinnovarsi, a sostenere con tutta la sua vita gli evangelizzatori e a divenire lei stessa “casa di formazione”, come affermano gli ultimi orientamenti della CEI.
La proposta
Dopo aver narrato lo sfondo e l’ambiente il racconto descrive la ricerca di proposte adeguate alla necessità catechistica così come è emersa dalla prima parte del lavoro.
In questi ultimi anni, nell’esperienza ecclesiale non sono mancati i tentativi di rinnovamento formativo; l’impulso anche operativo, dato dai documenti sulla formazione dei catechisti, le indicazioni che l’UCN ha offerto in questo tempo hanno dato il segnale di partenza ad alcune realtà ecclesiali.
Diverse diocesi in Italia hanno cercato di maturare e realizzare scelte formative, alcune di queste esperienze sono state anche raccolte e ripensate, altre sono state lasciate alla prassi più varia e incontrando alcune realtà diocesane si sono potute ascoltare, appuntando novità, piccoli passi, fatiche, punti irrinunciabili, urgenze.
In questo sono utili e opportuni quei tentativi che, accanto a tipi di formazione più strutturata prodotta da centri universitari e da istituti formativi anche dell’area culturale francese, permettono di vagliare alcune scelte, consolidare intuizioni, sostenere certe metodologie rispetto ad altre, individuare gli snodi più significativi per una proposta adeguata.
La ricerca attinge da tutto questo per cogliere quegli elementi essenziali e irrinunciabili che permettono di delineare l’itinerario e la linea di tendenza con i passaggi che in questo tempo sono stati trovati predominanti e importanti.
La missione della professione formazione emerge chiaramente anche dagli scritti e dalle riflessioni che si impongono in area laica, dalla letteratura prodotta in questa campo si è attinto abbondantemente anche se in modo critico.
La ricerca che in questi anni è stata fatta dai formatori per l’impresa, le pubblicazioni metodologicamente curate di quest’area della formazione hanno offerto non pochi spunti di organizzazione e di rimotivazione.
Nell’ambito della catechesi è importante concedere alle persone l’occasione di assumersi responsabilità, di essere maggiormente coinvolte nel lavoro e nel servizio che esse svolgono. Si è notato come questo sia vero a tutti i livelli, a livello aziendale come a livello ecclesiale, nei grandi progetti formativi, ma anche in ambiti più piccoli e quotidiani.
Il formatore dei formatori
E così il racconto ora vi presenta l’identità del protagonista.
La prima caratteristica che lo rende diverso da altri formatori è quella di essere a servizio dell’ educazione alla fede.
La storia della scelta formativa sperimenta un momento di riflessione durante il quale cerca di cogliere il proprio specifico, le proprie caratteristiche irrinunciabili.
Se la formazione di formatori è un’urgenza sentita a vari livelli, anche nell’abito laico, qual è lo specifico nell’ambito dell’educazione alla fede? In che cosa la proposta si distingue e diventa complementare con altre proposte?
Analizzare le caratteristiche dell’educazione alla fede, le variabili che entrano in gioco, ha permesso di entrare in modo più definito nella proposta educativa, di cogliere con correttezza i vari contributi e di elaborare un intervento che tenga davvero conto della specificità dell’educazione all’atto di fede.
Questa ricerca, di fatto, ha analizzato solo in parte la tematica dello specifico dell’educazione alla fede, si afferma tuttavia con chiarezza la necessità di una formazione che produca la personalizzazione delle fede come scelta radicata entro convinzioni personali e fondata sull’esperienza
E’ ormai da tutti risaputo che l’adesione a Dio è un atto libero, personale, razionalmente fondato e capace di inserire in un’esistenza credente che esprime la propria appartenenza alla comunità dei cristiani.
Questo dato ha un grande influsso sulle scelte formative che sono da ricondurre dentro uno spazio di assoluta libertà e di scelta personale.
La seconda caratteristica è quella di essere un formatore capace di gestire la proposta.
Il racconto si è fatto interessante. Il formatore dei formatori ha presso di sé tutti gli elementi per la nuova proposta quasi come una nuova formula composta da vari ingredienti che messi insieme e reagendo danno un risultato nuovo.
L’ipotesi formativa, quasi come una nuova intuizione è nelle sue mani, come potrà gestirla?
Sempre più sono evidenti alcune caratteristiche nella gestione di un processo formativo.
La trattazione presenta e indica le seguenti capacità e abilità che il gruppo dei formatori apprende durante il processo:
· la prima grande capacità che viene richiesta è quella di leggere, comprendere e vagliare la domanda, sia quella che viene dagli utenti, sia quella che viene dai soggetti che entrano in formazione, sia quella che perviene dall’istituzione e organizzazione che la chiede, nel nostro caso, la struttura ecclesiale;
· la seconda grande attenzione nel gestire la proposta si concentra sulla capacità di guidare e accompagnare i vari momenti del percorso stesso;
· il formatore sa riconoscere le dinamiche che si innescano nel percorso per esserne protagonista consapevole nelle varie fasi;
· sa porsi accanto a colui che forma attraverso il tirocinio guidato e il tutoraggio, modalità ormai consuete in tanti campi formativi ma inusuali per l’ambito ecclesiale;
· infine il formatore si collega con la comunità cristiana a cui fa costante riferimento e alla quale attinge sia come luogo formativo, sia come ambito nel quale fa ricadere l’effetto formativo prodotto.
Il formatore sa condurre la formazione in laboratorio
La trama del nostro racconto ha individuato un nuovo modo di formare e ha indicato alcune importanti attenzioni che il formatore deve avere; ci si chiede però anche come e dove questo si può attuare? Bisogno forse entrare nel mondo spaziale, oppure è necessario trasferirci in un altro emisfero, o è invece possibile realizzare una nuova proposta qui nella nostra realtà?
La ricerca individua un luogo formativo che in questo ultimo tempo è stato frequentemente ipotizzato e nominato: il laboratorio.
Ecco alcuni passaggi importanti che la trattazione presenta proprio circa il laboratorio:
· a partire dalla chiarificazione terminologica questo lavoro propone le caratteristiche specifiche della formazione in laboratorio evidenziando il ruolo del formatore e gli effetti positivi sull’adulto che entra in formazione;
· l’alternanza equilibrata tra teoria e prassi permette ai formandi di imparare a far emergere le proprie competenze e abilità attraverso la guida attenta del formatore;
· la formazione in laboratorio infine non si chiude ma rimane aperta a varie possibilità, a varie condizioni e situazioni di apprendimento;
· la formazione in laboratorio è un apprendimento adulto che parte da una prassi, la analizza, la verifica e la rimotiva in modo nuovo, dopo aver evidenziato smagliature e discrepanze nell’impostazione
Un formatore che lavora con altri
Ogni formazione oggi è pensata in collaborazione e interazione. La nostra storia si popola di volti e di presenze, sono i volti di coloro, uomini e donne che entrano nel processo formativo come soggetti e attori. Il formatore per quanto bravo e capace, oggi non può operare in modo individualista; nessuno racchiude in sé tutte le competenze, e anche se esistesse una persona così è attualmente urgente testimoniare e vivere una formazione in équipe.
Il gruppo formativo diventa così segno ecclesiale e espressione di una reciprocità collaborativi ricercata e auspicata in vari ambiti. Questo esige una particolare preparazione per il formatore che sa interagire, chiedere e offrire. Ci sono diverse competenze che entrano necessariamente nella proposta. Non basta saper collaborare correttamente, è importante saper collegare, comunicare e verificare insieme.
A questo proposito sempre più utile e proficua risulta in ambito ecclesiale l’interazione tra laico e chierico, tra teorico e pratico tra il maschile e il femminile.
Soprattutto quest’ultimo binomio risulta particolarmente da coniugare nella formazione dei catechisti. L’elemento femminile della cura formativa è stato per troppo tempo affidato esclusivamente a formatori provenienti dall’ambito istituzionale ecclesiale e quindi maschi.
I due elementi invece possono completarsi e offrire una proposta più armonica e ricca, proprio perché è sempre più necessario favorire la complementarietà delle competenze, delle sensibilità e delle modalità educative.
Per continuare
Il nostro racconto sta per giungere al termine, si è arricchito di molti volti, e ora può tentare di narrare come tutto ciò che è stato scoperto lungo il percorso può realizzarsi.
Sono gli aspetti conclusivi della ricerca che diventano ipotesi possibili ed eventualmente realizzabili.
Tutti gli elementi del mosaico si ricompongono in una sintesi logica ma non definitiva e, mentre la storia si chiude, il racconto si apre per iniziare, inventare e intrecciare altri racconti che da qui possono prendere l’avvio.
Se è vero che la narrazione genera altre narrazioni, mi auguro che il racconto di questa proposta formativa apra ad altre storie, ad altre possibilità, dove formatori e istituzioni possono iniziare altri itinerari ed esperienze.
A partire da queste intuizioni in altri contesti e con altri protagonisti si aprono strade di nuova impostazione formativa a servizio del vangelo e della chiesa.
Grazie
Un grazie a chi a creduto a questo lavoro, a chi mi ha seguito e accompagnato, al prof. Giuseppe Morante che passo, passo ha seguito la ricerca, ai docenti dell’UPS che mi hanno messo in cuore già anni fa la passione formativa e mi hanno comunicato quella sensibilità ecclesiale e pastorale che mi ha reso attenta ai segnali di cambiamento. Grazie a p. Rinaldo Paganelli che ha scommesso con me alla formazione dei catechisti e con il quale ho sperimentato molte delle intuizioni qui descritte, grazie al mio Istituto che ha creduto e crede nella mia passione per la catechesi. Grazie a mia sorella Raffaella e infine alla dicesi di Lucca, agli studenti dello STI, ai tanti catechisti e direttori di Uffici Catechistici incontrati in questi anni. Ognuna di queste persone mi ha dato stimoli, idee e desiderio di continuare la ricerca.