AICa
Gruppo romano

Resoconto della riunione del 20 novembre 2005

Comunità ed iniziazione cristiana

 

Presenti: Barbetta, Biancardi, Bissoli, suor Cacciato, suor Collisei , suor Colosi, suor Manello, suor Mazzarello , Meddi, Montisci, suor Quaglino, Pastore, Vallabaraj, suor Zagara, suor Galandino.

 

1. L’incontro avviene all’ Ufficio Catechistico Diocesano di Roma, Vicariato, ospiti della direttrice, suor Lorenzina Colosi

2. Il tema è . Introduce Don Ubaldo Montisci che articola l’intervento, proponendo prima il pensiero del Magistero universale(RICA) e italiano (Note CEI…), richiamando i grandi ideali proposti, alcuni progressi, i punti su cui riflettere (v. foglio-guida)

3. Nella discussione sono proposti alla considerazione diversi aspetti qui sintetizzati


3.1 Il rapporto comunità e parrocchia
a- Se si pone attenzione agli ideali proposti dai documenti del Magistero, da una parte si avverte la necessità della parrocchia come concretezza di riferimento, ma se ne avvertono anche i limiti per realizzare tali ideali , almeno nelle comunità come quelle attuali, salvo eccezioni
b- Nella parrocchia( e oltre essa), sono i movimenti più o meno rigidi che paiono più efficaci per un processo serio di IC. Ci si chiede però se il loro procedimento corrisponde al senso genuino ed integrale di comunità cristiana
Di qui il paradosso, per cui il titolare legittimo di IC ( la parrocchia) appare più o meno inabile a realizzarla ; viceversa sembrano avere successo espressioni di vita cristiana, come i movimenti, non di rado senza i crismi di vera e /o completa comunità
c- Mettendo insieme in un sano equilibrio questo rapporto fra carisma della parrocchia e carisma dei movimenti, si può dire che la parrocchia potrà avere risorse per una efficace IC, soltanto se genera gruppi in comunione tra loro ( parrocchia come comunità di comunità)
d- Nella comunità parrocchiale va tenuto conto sia del servizio di comunione, ma anche di organizzazione. Anche da questo punto di vita operativo, la parrocchia non pare farcela da sola. Per realizzare una adeguata IC , essa deve superare l’autoreferenzialità ed autosufficienza, secondo il criterio-slogan di Giovanni Paolo II :”Parrocchia sii te stessa uscendo da te stessa”.
e- Una formula oggi praticata è data dalle unità pastorali. Merita approfondire questa figura e farla bene funzionare
f- Viene anche osservato che alla parrocchia , fatta titolare della IC, la CEI non sembra proporre , al dilà dei principi, una progettualità sufficientemente concreta

3.2 Cosa intendere per comunità cristiana in ordine al processo di IC
a- Vi è ambiguità nella sua precisa identificazione. Se dal punto di vista giuridico è la diocesi, dal” punto di vista generativo” continua il paradosso citato sopra: i luoghi ufficiali non generano cristiani, e i luoghi non ufficiali(movimenti) , sì.
Ciò porta ad affermare che la funzione di ’ generatività’ e il servizio della parrocchia non paiono coincidere, almeno per tante parrocchie, così come oggi queste si presentano .
b- Va riaffermato che l’unità diocesana, che è poi esprime il senso integrale di comunità ecclesiale, deve porsi necessariamente quale orizzonte motivante ed operativo(ragioni, obiettivi, strategie, modalità) per fare IC
Questo vuol dire rafforzare tre aspetti percepiti ancora in misura troppo debole:
- nell’ IC la comunità è insieme il ” soggetto produttivo” (causa efficiente) di IC
- è anche oggetto: una corretta IC mira ad una appartenenza vitale alla comunità( causa finale
- diventa anche mediazione operativa: IC è fare un cammino di fede scandito sulla vita ed esperienza di comunità (causa esemplare).
c- La comunità è tale non quanto è pura aggregazione di soggetti pur credenti ed operanti, ma quando si manifesta una reale comunione, in cui non vengono negate le differenze, ma pensate e fatte convergere tramite un dialogo leale e stabile verso l’unico fine: essere cristiani in questa Chiesa.

3.3 L’agire della comunità per l’ IC
a-L’IC si compie se avviene come per ‘immersione’, e non soltanto per accostamento, nelle esperienze che tale iniziazione realizzano.
Ciò comporta pensare la IC come impegno globale educativo oltre la sola catechesi, in una comunione non solo tra i responsabili , ma anche fra le i compiti e le risorse necessarie ( annuncio, celebrazione, testimonianza)
b- Pur nei limiti e carenze esistenti, non si dovrebbero dimenticare i piccoli, buoni passi in avanti. Le esperienze in atto non dovrebbero essere trascurate. Anche se resta vero che tali esperienze, come quelle ascoltate ad es. al Convegno di Acireale dei direttori degli UCD, ed altre di oltre frontiera, vanno assai meglio approfondite e verificate. Il fumo può essere maggiore dell’arrosto, e probabilmente tali esperienze possono appartenere a contesti assai diversi dai nostri
c- E’ importante tenere presente che la comunità è, esiste per quello che fa, comincia spesso ad essere con quel gruppo che fa IC, senza quindi supporre troppe attese dalle comunità esistenti. Molti che chiedono di ricominciare lo fanno proprio perché la comunità è sentita carente
d- Per un vero servizio della comunità diversi sono i compiti da considerare
- il primo annuncio non sta tanto nell’insegnare delle verità e dei passi biblici, quanto piuttosto che l’annuncio si manifesti nella comune confessione della comunità: Noi crediamo
- occorre trovare strade per coinvolgere la gente raccogliendo i vari carismi (Nota Formazione catechisti 1991), coinvolgendo quindi la comunità con vari segni: presenza del parroco tra la sua gente, mirando ad una conoscenza ed amicizia vera con le persone; valorizzazione dello ‘stile oratoriano’; attivazioni di gruppi e associazioni; coinvolgimento delle ‘mamme-papà’ interessati per i figli
- va mantenuto un continuo dialogo ed integrazione fra le diverse componenti

3.4. Operatori di evangelizzazione
a- Nei documenti magisteriali si avverte una ambiguità sul ruolo della comunità, affermata come soggetto di IC, ma dove non è chiaro se lo è per forza di socializzazione o di precisa ministerialità
L’IC si farà, se la comunità a diversi livelli accetta una vera e propria ministerialità dedicata all’iniziazione in continuità, con differenti compiti e dunque anche con più persone, ma non facendo spartizione, per cui “ questi soggetti che fanno con me catechesi, da altri in altro tempo e luogo fanno liturgia….”, senza la percezione di una unità di intenti e di esperienze.
In quest’ottica i diversi gruppi della comunità, pur indispensabili per lavorare con efficacia, non possono autofinalizzarsi e restare chiusi in se stessi.
b-Se è vero che tutti per il Battesimo sono evangelizzatori, c’è da chiedersi se nella formazione al battesimo, e dunque nel cammino di iniziazione e successiva formazione , si mira a saldare il dono e la vita della fede con il dono e il compito missionario. Sembra che si continui’ fare cristiani secondo una tradizione di cristianità’ che non c’è più
c- D’altra parte è vero che l’IC richiede persone competenti a livello teologico e pedagogico, senza confondere i piani, ma neanche contrapporli.
d- Quanti hanno responsabilità pastorale (vescovi, presbiteri…) devono entrare per mentalità e prassi in una dinamica pastorale ispirata all’ IC
d- Oggi emerge un nuovo soggetto che impegna: il mondo degli immigrati che bussa sempre più alla porta per diventare cristiani. Siamo preparati? Il discorso si allarga a quanti provengono da mondi culturali diversi, o che disponendo di una loro cultura si aspettano una proposta di fede che dialoghi con essa

Rimane vero che se la comunità fa l’iniziazione, l’iniziazione fa la comunità

Si propone per l’incontro futuro, GIOVEDI’ 9 MARZO 2006 ORE 15 ALL’ AUXILIUM FMA (cantiere dei lavori permettendolo)
Come temi in ordine di consenso: quale comunicazione per l’ IC ( comunicare la fede, linguaggi della fede: quale Bibbia, quale liturgia…); linguaggio e strutturazione dell’atto catechistico; strumentazione esistente e da proporre in ordine alla IC; esame critico di esperienze di IC; fare itinerari di IC.