Coniugare Rudolf Bultmann con Gustavo Gutierrez
 

Armido Rizzi

Contributo in preparazione al Convegno AICa 2006

Sono rimasto un po' frastornato dalle due pagine di presentazione del convegno, con l'affollarsi di tematiche che vi sono presenti; e ho pensato a lungo come impostare il breve intervento (mezz'ora o poco più) evitando sia un eccesso di rigore teorico sia uno sfarfallio da festival filosofico-teologico. Ho infine scelto una forma narrativa, che mi pare possa rappresentare una via intermedia; e cioè: dare alla mia riflessione un taglio "autobiografico".

Il titolo potrebbe essere: Coniugare Rudolf Bultmann con Gustavo Gutierrez. Cerco di spiegarmi.

A Bultmann devo la serietà dell'impostazione ermeneutica, sia per la chiarificazione del rapporto lettore-testo (la pre-comprensione, che non è il pre-giudizio) sia per il metodo della demitizzazione (pars destruens) e dell'interpretazione esistenziale (pars construens). A lui devo, di conseguenza, anche la determinazione della sostanza della fede come l'"assumersi nella solitudine della decisione la responsabilità dell'agire".

Questo mi ha permesso di partecipare negli anni settanta ai movimenti ecclesiali e politici simpatizzanti (e qualcosa di più) con il marxismo, senza sposarne l'ideologia; e mi ha permesso, a partire dalla fine di quel decennio, di accettare la crisi di quell'ideologia senza rovesciarla nel contrario, cioè nell'individualismo vincente dell'ultimo decennio (quello che io chiamo l'"erba voglio").

E Gutierrez? Mi ha insegnato che la responsabilità del credente è sì coram Deo, ma è verso i poveri, perché essi sono i prediletti di Dio, il Dio della Bibbia. Così l'esistenzialismo teologico si è coniugato con la teologia della liberazione (parlo soprattutto della prima stagione). E il carattere intrascendibile dell'individuo responsabile (persona come soggetto) si è saldato con il valore intrascendibile del povero (persona come destinatario: "l'avete fatto a me" di Mt 25). Ovviamente, non solo il povero economico, ma ogni situazione e condizione in cui emerga storicamente quella radicale povertà creaturale che tutti ci definisce. Ancora una volta, questa concezione della persona (o comunque la si voglia chiamare) è l'antitesi netta di quell'individualismo postmoderno che è l'aria che respiriamo. Ma è un modo di tradurre in categorie riflessive quello che nel decennio scorso i nostri vescovi chiamavano il vangelo della carità.