La catechesi e le sensibilità culturali emergenti
 

Maria Grazia Pau – Ubaldo Montisci

Contributo in preparazione al Convegno AICa 2006

            Nel quadro complessivo delle società occidentali sono in atto oggi mutamenti culturali significativi, dei cambiamenti profondi che interessano anche la trasmissione della fede e l’educazione cristiana. Ne facciamo una rapida presentazione in due momenti: l’elencazione di alcune di tali tendenze culturali e la verifica della percezione che i pastori, nei documenti a vari livelli, hanno di tali cambiamenti.

In linea con la finalità partecipativa di questo intervento di “stimolo”, in continuità con quello di Pellerey,[1] non intendiamo sviluppare il discorso delle possibili ricadute catechetico-pastorali delle affermazioni riportate, ma lasciamo a ciascuno il compito di integrare l’analisi e di elaborare un quadro organico di risposte ai problemi sollevati.

1. Epoca di transizione

            Le valutazioni sulla reale collocazione dell’attuale fase rispetto alla modernità sono diverse e talvolta di segno contrapposto,[2] ma inducono tutte a rilevare che nel mondo contemporaneo è in atto un vero e proprio crogiolo di trasformazioni sociali e culturali che non ha uguale nelle precedenti fasi della storia umana.

L’epoca contemporanea risulta complessa e di difficile definizione. Sembra avere oggi un particolare peso la riflessione di Ulrich Beck, che ha coniato il termine “seconda modernità”.[3] Questa categoria appare particolarmente stimolante perché non individua soltanto un cambiamento strutturale, non sta solo a significare una crisi del “moderno”, ma pretende un cambiamento di metro di giudizio. Si è al cospetto di una variazione così marcata che diventa necessario abbandonare quelle che il sociologo tedesco considera “categorie-zombie”, [4] modalità di analisi che si rivelano oggi inadeguate a definire correttamente i mutamenti socio-politici perché non tengono in considerazione il venir meno di tanti elementi di stabilità tipici della modernità e la situazione di rischio permanente in cui invece si trova a vivere il cittadino del terzo millennio.

2. Tratti più rileva(n)ti della cultura occidentale contemporanea

Si è consapevoli della impossibilità di presentare un quadro esaustivo e univoco della situazione – le stesse “etichettature” che di volta in volta vengono proposte dagli esperti (come, ad esempio: “società del rischio”, “società liquida”, “epoca delle passioni tristi”, “società della gratificazione istantanea”, ecc.) non sono in grado di diagnosticare se non approssimativamente la realtà – ma si intende fornire qui una sommaria elencazione di tematiche come sollecitazione per il dialogo.

Prendiamo le mosse da un dato difficilmente contestabile: il progressivo affermarsi in Occidente, soprattutto a partire dagli anni Settanta, di un nuovo modello culturale di uomo:

«La fede cristiana, intesa sia sotto l’aspetto soggettivo (l’uomo in quanto credente), sia sotto l’aspetto oggettivo (l’insieme delle verità da credere, delle pratiche religiose e delle norme da osservare), ha di fronte a sé un uomo “nuovo”, che pensa, sente, reagisce, si comporta in maniera radicalmente diversa dal passato».[5]

            Le società europee – il contesto prossimo cioè in cui nasce e si sviluppa questo uomo “nuovo” – sembrano essere contrassegnate oggi da alcuni tratti caratteristici rispetto agli altri continenti, così sintetizzati da un noto pastoralista:

«La comunicazione, il rischio, l’individualizzazione e l’autonomizzazione, lo spostamento dei valori da quelli materiali a quelli post-materiali, i luoghi e i non luoghi, la gratificazione istantanea, le nuove povertà, […]. Nel continente europeo essi rispecchiano una propria eredità contrassegnata da una duplice ambivalenza radicale: su un versante, tra illuminismo e superstizione, scienza ed essoterismo, razionalità e magia, relativismo e fondamentalismo; su un altro versante, tra inguaribile arroganza nei confronti delle altre realtà culturali e politiche, autocritica a volte spietata della propria storia di guerre e di conquiste, e scetticismo nichilista».[6]

            Tentiamo l’approfondimento almeno sommario di alcuni di questi elementi: [7]

La società del rischio e un futuro minaccioso

La nostra società appare permeata da un malessere diffuso, da un senso pervasivo di impotenza e incertezza che induce a rinchiudersi in se stessi, a vivere il mondo e, soprattutto, il futuro come una minaccia.[8]

Le scienze, in particolare, che godevano di una generalizzata fiducia “messianica” nella loro possibilità di dare soluzione a tutti i problemi, non sembrano più contribuire “necessariamente” alla felicità degli uomini. Il futuro, di conseguenza, non è più considerato come una promessa, ma come una minaccia perché le conoscenze tecnico-scientifiche si sono sviluppate in modo formidabile ma, incapaci di sopprimere la sofferenza umana ed esponendo l’individuo e la società ad un nuovo tipo di  ignoranza generatrice di incertezze, alimentano la tristezza e il pessimismo dilaganti in un contesto di perenne emergenza.[9]

Il rischio costituisce l’idea base della concezione sociale di Beck. Il rischio è una condizione di non-più-ma-non-ancora, non più fiducia-sicurezza ma non ancora distruzione-disastro. E’ quella situazione “di mezzo” di cui non si sa con certezza come andrà a finire. Il termine copre una gamma vastissima di situazioni e rappresenta la condizione permanente di chi non ha più il “posto fisso”, ma un posto “flessibile”, o “fragile”. Il rischio diventa realtà attraverso i mass media. Per mezzo di questi strumenti la gran massa di popolazione conosce direttamente e personalmente gli avvenimenti ed è messa in grado di sapere e vedere le conseguenze della crisi.[10]

Società della comunicazione e dipendenza dai “media”

            Non esistono nella società moderna campi in così forte espansione come quello delle pubbliche relazioni e dei media, favoriti dal processo di globalizzazione. Gli strumenti della comunicazione sociale esercitano nella vita dell’uomo contemporaneo una presenza così invasiva e pervasiva che è difficile sottrarsi al loro influsso. Il rischio che l’individuo pensi, parli e compia delle scelte secondo i modelli proposti e imposti dai media, fino a esserne profondamente plasmato nel suo modo di pensare e di vivere, è tutt’altro che remoto.

Ruolo determinante dell’economia e la società liquida

Per “società liquida”,[11] si intende una società priva di qualsiasi fondamento valoriale “solido” condiviso da tutti. L’accelerazione della liquefazione dell’attuale società definita post-moderna ha la sua origine sull’orientamento impresso alla società dal ruolo egemonico che l’economia ha assunto nella prima modernità. Lo sviluppo dell’economia esigeva l’eliminazione di qualsiasi realtà che rimandasse a qualcosa di “stabile”, di “solido”, di “eterno” che sarebbe stata d’intralcio all’espansione del suo potere. L’emarginazione del “sacro” e della “tradizione”, intesa come sedimento del passato nel presente, era per questa ragione inevitabile.

Si aggiunga a questo il fenomeno della “complessità sociale” che ha frantumato la cultura sociale organizzandola non più intorno ad un centro simbolico condiviso da tutti ma intorno ad una pluralità di centri che forniscono pluralità di valori non più assoluti ma relativi e precari e allora si ha, come ricaduta sulla personalità, un’identità personale frammentata, composita in continua evoluzione, ambivalente, contraddittoria e mai compiutamente raggiunta, che viene proposta come un modello all’altezza dei tempi. Nel labirinto prodotto dalla virtualità relazionale e dalla complessità sociale il non avere una identità stabile, coerente e unitaria è ritenuto normale.

Il non avere un centro simbolico unico che conferisca legittimità ai valori rende impossibile qualsiasi scelta o semplice gerarchizzazione, oltre che degli stessi valori, dei bisogni e delle opportunità presenti nella società. L’impossibilità di scegliere e di gerarchizzare i valori, i bisogni e le opportunità segna l’orizzonte di senso di chi abita la complessità che caratterizza le società della tarda o della seconda modernità.

In conseguenza di questo ogni esperienza che la persona vive acquisisce un significato relativo che si esaurisce all’interno dell’esperienza stessa, non riuscendo a collegarsi alle altre esperienze esistenziali e quindi ad un senso più generale. Questo comporta, tra l’altro, una forte difficoltà da parte della persona a dare coerenza ai suoi atteggiamenti e comportamenti che manifesta lungo l’asse del suo tempo quotidiano.

Una conseguenza del ruolo dominante esercitato dall’economia nelle nostre società, inoltre, è l’affermarsi dell’utile e dell’efficienza come valori assoluti, con l’ossessione della performance e il rischio di depressione per l’individuo ma – e ciò appare molto più rilevante – con una ricaduta negativa sulle istituzioni educative, quali la scuola, orientate a loro volta secondo criteri riduttivi ispirati da tali logiche.

Meticciato e pluralismo culturale

Gli spostamenti interni europei e il crescente flusso migratorio hanno portato le nostre società a confrontarsi con un “meticciato culturale”[12] impensabile fino a poco tempo fa, venutosi a formare in modo rapido e senza alcuna transizione, che dà opportunità di molteplici forme di incontro, ma anche a frequenti tensioni e conflitti.[13]

Soggettivismo radicale, individualista e libertario

La cultura contemporanea sembra rifiutare ogni riferimento a ciò che “trascende” l’individuo. L’idea di libertà è proclamata retoricamente come il tratto distintivo della nostra condizione e la scelta individuale il valore fondativo della nostra epoca.[14]

Si afferma progressivamente la matrice anti-istituzionale mentre viene meno il valore educativo del principio di autorità. In questo modo l’individuo contemporaneo vive

«in un ambiente nel quale sono sempre meno i valori comuni stabilizzati in strutture istituzionali e sempre più fragili gli apparati normativi sufficientemente restrittivi; dove vengono meno criteri univoci di legittimità e dove si indebolisce persino il limite posto dal confronto con la natura, sempre meno pensabile come un dato esterno alla vita sociale».[15]

Sganciata da riferimenti istituzionali, la libertà viene intesa essenzialmente come autorealizzazione. Si è di fronte alla globalizzazione dell’individualismo: solo l’io e la sua realizzazione sembrano avere oggi diritto di piena cittadinanza.[16] Ogni contesto sociale (famiglia, gruppo, identità) tende a diventare autoreferenziale e a dotarsi di norme, valori e limiti propri e, in tale prospettiva, anche il discorso morale diventa un fatto meramente privato.[17] Non mancano le ripercussioni negative:

«Ognuno è costretto a trovare la propria personale sintesi in funzione della collocazione entro sistemi sociali e relazionali molto complessi, indipendentemente da ogni quadro societario unitario. Il che però fa sì che l’esperienza soggettiva diventi sempre più spesso conflittuale e contraddittoria».[18]

Un presente interminabile

La prima modernità ha disgiunto lo spazio ed il tempo nell’esperienza della vita quotidiana. Il tempo si è separato dallo spazio quando la velocità di movimento e di comunicazione non è più stata legata alla velocità di organismi o elementi naturali ma è diventata una questione di ingegno.

Oggi si vive di presente ed è paradossale «scoprire che, in un tempo che pretende di cancellare l’idea del limite, il nostro orizzonte temporale sprofonda nel presente assoluto, cancellando ogni idea di futuro».[19] Il presente è dato da «una successione continua di nuovi inizi che non si accumulano» e «la frammentazione in episodi indipendenti è la cifra di uno slittamento di codice che segna la contemporaneità»; tutto questo perché secondo criteri di opportunità, si evitano scelte definitive che obbligano a vincoli, responsabilità, conseguenze a lungo termine.[20]

Ricerca della “autenticità” e relativismo valoriale

            Da tempo si parla di “ pensiero debole “, cioè di un tipo particolare di sapere caratterizzato dal profondo ripensamento di tutte le nozioni che erano servite da fondamento alla civiltà occidentale in ogni campo della cultura. Secondo questa prospettiva i valori tradizionali sarebbero diventati tali solo a causa di precise condizioni storiche che oggi non sussistono più; per questo motivo deve essere messa in crisi la loro pretesa di verità. A fondamento del pensiero debole c’è l’idea che il pensiero non è in grado di conoscere l’essere e quindi non può neppure individuare valori oggettivi e validi per tutti gli uomini. Si ricerca l’autenticità, la sincerità, piuttosto che la verità.

Cristianesimo marginalizzato

Quanto sin qui detto influenza anche la vita delle comunità cristiane. Le indagini sociologiche condotte nell’Europa occidentale rilevano che nella società contemporanea il cristianesimo – in realtà, la stessa fede religiosa – tende a privatizzarsi, nella vita pubblica, e a soggettivizzarsi, nella vita ecclesiale. Le ricerche denunciano una progressiva marginalizzazione del cristianesimo, poco significativo culturalmente, ridotto a fatto privato ed esposto al rischio di diventare solamente una delle tante risorse per il benessere dell’individuo.[21]

            Gli studi specialistici mettono in luce che all’interno stesso della Chiesa si diffondono degli atteggiamenti  che hanno sostituito l’ateismo nel suo aspetto di principale problema socioreligioso: tra questi appaiono rilevanti la non appartenenza istituzionale, che va dal sincretismo all’agnosticismo, e l’indifferenza religiosa, che non considera la religione come una dimensione “ermeneutica” della vita.[22] Si vanno diffondendo forme di “nomadismo” religioso, di ricerca cioè di sempre nuove esperienze ed emozioni religiose.

Inoltre lo spirito obiettivo e critico, tipico della cultura contemporanea, mette in discussione la categoria del “mistero”, centrale nel cristianesimo.[23]

3. A mo’ di sintesi

            Uno sguardo al mondo giovanile, vera “antenna” sensibile dei mutamenti culturali, può aiutarci a intuire quali sono le principali sfide che provengono dall’attuale contesto culturale. Riteniamo ancora valido l’identikit dei giovani descritto qualche anno fa dal Mion, secondo il quale i tratti salienti della cultura giovanile si possono sinteticamente identificare nei seguenti: accentuata valorizzazione del «sé» nell’eccedenza delle opportunità di scelte per definire il proprio futuro; cura preferenziale dell’autoesplorazione attraverso la comunicazione e la relazione con gli altri; attenzione al tempo concentrata prevalentemente sul presente; desiderio di non restringere con scelte troppo precoci l’orizzonte dei futuri possibili; molteplicità di appartenenze che si fanno sempre più deboli e provvisorie, in considerazione dei benefici ottenibili; insistente domanda di protagonismo e di soggettività; tendenza alla reversibilità delle decisioni, alla relativizzazione degli assoluti, all’accettazione acritica del pluralismo, all’indifferenza religiosa; disponibilità sempre più ampia di quote del tempo libero da programmare; proliferazione delle attività espressive in particolare di quelle musicali secondo una forte tendenza all’omologazione dei gusti; elevato grado di esposizione ai mezzi di comunicazione di massa; accurato e selettivo conformismo nell’abbigliamento, nella foggia dei capelli, nel linguaggio e nei segni esteriori di appartenenza.[24]

E, per quanto riguarda le difficoltà che l’iniziazione cristiana può incontrare nella società contemporanea, riteniamo sufficiente il seguente confronto:          

«Nella nostra società domina l’apprendistato tecnico-pratico di un sapere produttivo, mentre l’iniziazione offre un apprendistato dottrinale e spirituale di un sapere evangelico; in questo mondo postmoderno la formazione parcellizza il sapere, mentre l’iniziazione richiede un apprendistato integrale, che tocchi tutta la persona; l’appartenenza a gruppi e istituzioni si realizza oggi in forma di volontariato e per un tempo libero, mentre l’iniziazione richiede una integrazione e appartenenza piena; i cambi sociali educano per il relativo e passeggero, mentre l’iniziazione per un impegno permanente, una fedeltà; la società enfatizza lo sfruttamento dell’immediato, mentre l’iniziazione introduce l’idea di una felicità attuale, che giunge però alla sua pienezza alla fine; la società desacralizzata domanda, in cambio, riti, mentre noi offriamo fede e processi “a fuoco lento”; la società esalta la libertà per mezzo dell’utilizzazione dei beni terreni, mentre l’iniziazione, in cambio, propone una libertà nuova relativizzando il materiale; la civiltà postmoderna ha perso il senso di appartenenza a un corpo sociale, mentre ciò che tentiamo di ottenere con l’iniziazione cristiana sono itinerari iniziatori in una comunità stabile».[25]

4. I cambiamenti culturali nella percezione dei documenti ecclesiali

            I documenti ecclesiali, spesso con parole accorate, “registrano” le trasformazioni epocali nella nostra società. Ci si limita qui a prendere in considerazione solo alcuni pronunciamenti recenti che contengono riferimenti alla cultura contemporanea. Essi, anche se limitati nel numero, sono sufficienti a farci comprendere la rilevanza dei mutamenti e le potenziali ripercussioni in ambito catechetico.[26]

4.1. “Novo millennio ineunte” (2001)

La Lettera apostolica,[27] scritta da Giovanni Paolo II al termine del Giubileo e agli albori del nuovo millennio, contiene preziose indicazioni sia a livello di constatazione dei processi culturali in atto, sia delle possibili soluzioni offerte in ambito ecclesiale.

Il documento appare pienamente avvertito del fatto che viviamo in un tempo problematico per il cristianesimo e che le difficoltà non sono facilmente risolvibili:

«Ci interroghiamo con fiducioso ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi! » (n. 29).

Innanzitutto, c’è la constatazione della progressiva scomparsa della “società cristiana”:

«È ormai tramontata, anche nei Paesi di antica evangelizzazione, la situazione di una “società cristiana”, che, pur tra le tante debolezze che sempre segnano l’umano, si rifaceva esplicitamente ai valori evangelici. Oggi si deve affrontare con coraggio una situazione che si fa sempre più varia e impegnativa, nel contesto della globalizzazione e del nuovo e mutevole intreccio di popoli e culture che la caratterizza» (n. 40).

Si assiste invece al diffondersi di un sempre più ampio e pervasivo pluralismo culturale e religioso, mentre il cristianesimo diviene una minoranza:

«Stiamo entrando in un millennio che si prefigura caratterizzato da un profondo intreccio di culture e religioni anche nei Paesi di antica cristianizzazione. In molte regioni i cristiani sono, o stanno diventando, un “piccolo gregge” (Lc 12,32). Ciò li pone di fronte alla sfida di testimoniare con maggior forza, spesso in condizione di solitudine e di difficoltà, gli aspetti specifici della propria identità» (n. 36).

Che il contesto in cui il cristiano vive sia oggi sfavorevole, è indirettamente confermato da un’amara constatazione sul calo di vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio:

«È questo un problema di grande rilevanza per la vita della Chiesa in ogni parte del mondo. In certi Paesi di antica evangelizzazione, poi, esso si è fatto addirittura drammatico a motivo del mutato contesto sociale e dell’inaridimento religioso indotto dal consumismo e dal secolarismo. […]» (n. 46).

Le comunità cristiane sono chiamate a confrontarsi con una società che ha bisogno di essere sostenuta nelle sue difficoltà e contraddizioni, a confronto con vecchie e nuove povertà:

«In effetti sono tanti, nel nostro tempo, i bisogni che interpellano la sensibilità cristiana. Il nostro mondo comincia il nuovo millennio carico delle contraddizioni di una crescita economica, culturale, tecnologica, che offre a pochi fortunati grandi possibilità, lasciando milioni e milioni di persone non solo ai margini del progresso, ma alle prese con condizioni di vita ben al di sotto del minimo dovuto alla dignità umana. È possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame? chi resta condannato all’analfabetismo? chi manca delle cure mediche più elementari? chi non ha una casa in cui ripararsi?

Lo scenario della povertà può allargarsi indefinitamente, se aggiungiamo alle vecchie le nuove povertà, che investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono nell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale. […]» (n. 50).

Ma, contemporaneamente, i credenti sono stimolati a dare risposte significative alle formidabili sfide che la società odierna lancia loro, a livello di qualità di vita o di riconoscimento di valori:

«E come poi tenerci in disparte di fronte alle prospettive di un dissesto ecologico, che rende inospitali e nemiche dell’uomo vaste aree del pianeta? O rispetto ai problemi della pace, spesso minacciata con l’incubo di guerre catastrofiche? O di fronte al vilipendio dei diritti umani fondamentali di tante persone, specialmente dei bambini? Tante sono le urgenze, alle quali l’animo cristiano non può restare insensibile.

Un impegno speciale deve riguardare alcuni aspetti della radicalità evangelica che sono spesso meno compresi, fino a rendere impopolare l’intervento della Chiesa, ma che non possono per questo essere meno presenti nell’agenda ecclesiale della carità. Mi riferisco al dovere di impegnarsi per il rispetto della vita di ciascun essere umano dal concepimento fino al suo naturale tramonto. Allo stesso modo, il servizio all’uomo ci impone di gridare, opportunamente e importunamente, che quanti s’avvalgono delle nuove potenzialità della scienza, specie sul terreno delle biotecnologie, non possono mai disattendere le esigenze fondamentali dell’etica, appellandosi magari ad una discutibile solidarietà, che finisce per discriminare tra vita e vita, in spregio della dignità propria di ogni essere umano. […]» (51).

Un settore che necessita di particolare cura è quello della famiglia:

«Un’attenzione speciale, poi, deve essere assicurata alla pastorale della famiglia, tanto più necessaria in un momento storico come il presente, che sta registrando una crisi diffusa e radicale di questa fondamentale istituzione. […] Su questo punto, la Chiesa non può cedere alle pressioni di una certa cultura, anche se diffusa e talvolta militante. Occorre piuttosto fare in modo che, attraverso un’educazione evangelica sempre più completa, le famiglie cristiane offrano un esempio convincente della possibilità di un matrimonio vissuto in modo pienamente conforme al disegno di Dio e alle vere esigenze della persona umana: di quella dei coniugi, e soprattutto di quella più fragile dei figli. […]» (n. 47).

Vanno poi perseguiti ideali di dialogo interreligioso ed ecumenico, fondati su una chiara identità testimoniale cristiana:

«È in quest’ottica che si pone anche la grande sfida del dialogo interreligioso, nel quale il nuovo secolo ci vedrà ancora impegnati, nella linea indicata dal Concilio Vaticano II. Negli anni che hanno preparato il Grande Giubileo la Chiesa ha tentato, anche con incontri di notevole rilevanza simbolica, di delineare un rapporto di apertura e dialogo con esponenti di altre religioni. Il dialogo deve continuare. Nella condizione di più spiccato pluralismo culturale e religioso, quale si va prospettando nella società del nuovo millennio, tale dialogo è importante anche per mettere un sicuro presupposto di pace e allontanare lo spettro funesto delle guerre di religione che hanno rigato di sangue tanti periodi nella storia dell’umanità. Il nome dell’unico Dio deve diventare sempre di più, qual è, un nome di pace e un imperativo di pace» (n. 55).

«Ma il dialogo non può essere fondato sull’indifferentismo religioso, e noi cristiani abbiamo il dovere di svilupparlo offrendo la testimonianza piena della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15). Non dobbiamo aver paura che possa costituire offesa all’altrui identità ciò che è invece annuncio gioioso di un dono che è per tutti, e che va a tutti proposto con il più grande rispetto della libertà di ciascuno: il dono della rivelazione del Dio-Amore che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Tutto questo, come è stato anche recentemente sottolineato dalla Dichiarazione Dominus Iesus, non può essere oggetto di una sorta di trattativa dialogica, quasi fosse per noi una semplice opinione: è invece per noi grazia che ci riempie di gioia, è notizia che abbiamo il dovere di annunciare» (n. 56).

Nel documento si rilevano anche elementi di speranza, specialmente il bisogno di spiritualità che permane nella cultura contemporanea:

«E non è forse un «segno dei tempi» che si registri oggi, nel mondo, nonostante gli ampi processi di secolarizzazione, una diffusa esigenza di spiritualità, che in gran parte si esprime proprio in un rinnovato bisogno di preghiera? Anche le altre religioni, ormai ampiamente presenti nei Paesi di antica cristianizzazione, offrono le proprie risposte a questo bisogno, e lo fanno talvolta con modalità accattivanti. Noi che abbiamo la grazia di credere in Cristo, rivelatore del Padre e Salvatore del mondo, abbiamo il dovere di mostrare a quali profondità possa portare il rapporto con lui» (n. 33).

Di fronte a queste poderose provocazioni, il Papa indica alcune modalità privilegiate di intervento: coltivare la dimensione della comunione all’interno della Chiesa; proseguire nel cammino intrapreso di nuova evangelizzazione, curando l’inculturazione del messaggio; dialogare con la cultura attraverso la proposta motivata delle ragioni della propria speranza; partecipare alla costruzione di un mondo più umano:

«Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo. […]» (n. 43).

«Ho tante volte ripetuto in questi anni l’appello della nuova evangelizzazione. Lo ribadisco ora, soprattutto per indicare che occorre riaccendere in noi lo slancio delle origini, lasciandoci pervadere dall’ardore della predicazione apostolica seguita alla Pentecoste. […] Ciò tuttavia avverrà nel rispetto dovuto al cammino sempre diversificato di ciascuna persona e nell’attenzione per le diverse culture in cui il messaggio cristiano deve essere calato, così che gli specifici valori di ogni popolo non siano rinnegati, ma purificati e portati alla loro pienezza.

Il cristianesimo del terzo millennio dovrà rispondere sempre meglio a questa esigenza di inculturazione. Restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato. […] La proposta di Cristo va fatta a tutti con fiducia. Ci si rivolgerà agli adulti, alle famiglie, ai giovani, ai bambini, senza mai nascondere le esigenze più radicali del messaggio evangelico, ma venendo incontro alle esigenze di ciascuno quanto a sensibilità e linguaggio, […]» (n. 40).

«Per l’efficacia della testimonianza cristiana, specie in questi ambiti delicati e controversi, è importante fare un grande sforzo per spiegare adeguatamente i motivi della posizione della Chiesa, sottolineando soprattutto che non si tratta di imporre ai non credenti una prospettiva di fede, ma di interpretare e difendere i valori radicati nella natura stessa dell’essere umano. La carità si farà allora necessariamente servizio alla cultura, alla politica, all’economia, alla famiglia, perché dappertutto vengano rispettati i principi fondamentali dai quali dipende il destino dell’essere umano e il futuro della civiltà» (n. 51).

«[...] In particolare, il rapporto con la società civile dovrà configurarsi in modo da rispettare l’autonomia e le competenze di quest’ultima, secondo gli insegnamenti proposti dalla dottrina sociale della Chiesa» (n. 52).

«È noto lo sforzo che il Magistero ecclesiale ha compiuto, soprattutto nel secolo XX, per leggere la realtà sociale alla luce del Vangelo ed offrire in modo sempre più puntuale ed organico il proprio contributo alla soluzione della questione sociale, divenuta ormai una questione planetaria.

Questo versante etico-sociale si propone come dimensione imprescindibile della testimonianza cristiana: si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’Incarnazione e, in definitiva, con la stessa tensione escatologica del cristianesimo. Se quest’ultima ci rende consapevoli del carattere relativo della storia, ciò non vale a disimpegnarci in alcun modo dal dovere di costruirla. […]» (. 52).

Il tutto nella consapevolezza di possedere un messaggio – il lieto annuncio di Cristo – che ha un valore perenne, capace di andare oltre i tempi e le culture:

«Non si tratta, allora, di inventare un « nuovo programma ». Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio» (29).

E nella umile ricerca della verità, la Chiesa trova un vincolo che unisce ogni uomo:

«La Chiesa, pertanto, non si può sottrarre all’attività missionaria verso i popoli, e resta compito prioritario della missio ad gentes l’annuncio che è nel Cristo, “Via, Verità e Vita”  (Gv 14,6), che gli uomini trovano la salvezza. Il dialogo interreligioso “non può semplicemente sostituire l’annuncio, ma resta orientato verso l’annuncio”. Il dovere missionario, d’altra parte, non ci impedisce di andare al dialogo intimamente disposti all’ascolto. Sappiamo infatti che, di fronte al mistero di grazia infinitamente ricco di dimensioni e di implicazioni per la vita e la storia dell’uomo, la Chiesa stessa non finirà mai di indagare, contando sull’aiuto del Paraclito, lo Spirito di verità (cfr Gv 14,17), al quale appunto compete di portarla alla “pienezza della verità”  (cfr Gv 16,13).

Questo principio è alla base non solo dell’inesauribile approfondimento teologico della verità cristiana, ma anche del dialogo cristiano con le filosofie, le culture, le religioni. […] Pur attuando un operoso e vigile discernimento, per cogliere i «veri segni della presenza o del disegno di Dio», la Chiesa riconosce che non ha solo dato, ma anche «ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano». Questo atteggiamento di apertura e insieme di attento discernimento il Concilio lo ha inaugurato anche nei confronti delle altre religioni. Tocca a noi seguirne l’insegnamento e la traccia con grande fedeltà» (n. 56).

4.2. “Ecclesia in Europa” (2003)

            Ancora più puntuale nel cogliere le sfide e i segni di speranza presenti anche nel nostro contesto italiano,[28] è l’esortazione che ha fatto seguito al Sinodo dei vescovi d’Europa (Roma, 1-23 ottobre 1999),[29] dal quale appare chiaro che la situazione europea «è segnata da gravi incertezze a livello culturale, antropologico, etico e spirituale» (n. 3).

Nel primo significativo capitolo: “Sfide e segni di speranza per la Chiesa in Europa”, la società europea viene descritta come povera di speranza, smarrita, delusa nelle attese di un avvenire migliore. A detta dei Padri sinodali il bisogno più forte è proprio quello di restituire speranza all’Europa:

«Pur facendo proprie le analisi della complessità che caratterizza il Continente, i Padri sinodali hanno colto come l’urgenza forse più grande che lo attraversa, a Est come ad Ovest, consiste in un accresciuto bisogno di speranza, così da poter dare senso alla vita e alla storia e camminare insieme» (n. 4).

E’ un disorientamento diffuso e, a causa di un contesto particolarmente sfavorevole, tali stati d’animo sono presenti pure tra i credenti, per cui l’offuscamento della speranza riguarda anche non pochi cristiani (n. 7).

I segnali che destano preoccupazione sono numerosi; tra questi i più vistosi elencati sono, in sintesi: lo smarrimento della memoria e dell’eredità cristiane, il timore del futuro, l’individualismo e la frammentazione dell’esistenza, il progressivo affievolirsi della solidarietà. Tali sintomi hanno alla loro radice un’antropologia atea o agnostica, una cultura antievangelica, una speranza riposta in una salvezza puramente umana:

«Tra i tanti aspetti, ampiamente richiamati anche in occasione del Sinodo, vorrei ricordare lo smarrimento della memoria e dell’eredità cristiane, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso, per cui molti europei danno l’impressione di vivere senza retroterra spirituale e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia. Non meravigliano più di tanto, perciò, i tentativi di dare un volto all’Europa escludendone la eredità religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana, fondando i diritti dei popoli che la compongono senza innestarli nel tronco irrorato dalla linfa vitale del cristianesimo.

Nel Continente europeo non mancano certo i prestigiosi simboli della presenza cristiana, ma con l’affermarsi lento e progressivo del secolarismo, essi rischiano di diventare puro vestigio del passato. Molti non riescono più ad integrare il messaggio evangelico nell’esperienza quotidiana; cresce la difficoltà di vivere la propria fede in Gesù in un contesto sociale e culturale in cui il progetto di vita cristiano viene continuamente sfidato e minacciato; in non pochi ambiti pubblici è più facile dirsi agnostici che credenti; si ha l’impressione che il non credere vada da sé mentre il credere abbia bisogno di una legittimazione sociale né ovvia né scontata» (n. 7).

«A questo smarrimento della memoria cristiana si accompagna una sorta di paura nell’affrontare il futuro. L’immagine del domani coltivata risulta spesso sbiadita e incerta. Del futuro si ha più paura che desiderio. Ne sono segni preoccupanti, tra gli altri, il vuoto interiore che attanaglia molte persone, e la perdita del significato della vita. Tra le espressioni e i frutti di questa angoscia esistenziale vanno annoverati, in particolare, la drammatica diminuzione della natalità, il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, la fatica, se non il rifiuto, di operare scelte definitive di vita anche nel matrimonio.

Si assiste a una diffusa frammentazione dell’esistenza; prevale una sensazione di solitudine; si moltiplicano le divisioni e le contrapposizioni. Tra gli altri sintomi di questo stato di cose, l’odierna situazione europea conosce il grave fenomeno delle crisi familiari e del venir meno della stessa concezione di famiglia, il perdurare o il riproporsi di conflitti etnici, il rinascere di alcuni atteggiamenti razzisti, le stesse tensioni interreligiose, l’egocentrismo che chiude su di sé singoli e gruppi, il crescere di una generale indifferenza etica e di una cura spasmodica per i propri interessi e privilegi. Agli occhi di molti, la globalizzazione in corso, invece di indirizzare verso una più grande unità del genere umano, rischia di seguire una logica che emargina i più deboli e accresce il numero dei poveri della terra.

Connesso con il diffondersi dell’individualismo, si nota un crescente affievolirsi della solidarietà inter-personale: mentre le istituzioni di assistenza svolgono un lavoro lodevole, si osserva un venir meno del senso della solidarietà, di modo che, anche se non mancano del necessario materiale, molte persone si sentono più sole, lasciate in balia di se stesse, senza reti di sostegno affettivo» (n. 8).

«Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come «il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l’uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo», per cui «non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana». La cultura europea dà l’impressione di una «  apostasia silenziosa  » da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse.

In tale orizzonte, prendono corpo i tentativi, anche ultimamente ricorrenti, di presentare la cultura europea a prescindere dall’apporto del cristianesimo che ha segnato il suo sviluppo storico e la sua diffusione universale. Siamo di fronte all’emergere di una nuova cultura, in larga parte influenzata dai mass media, dalle caratteristiche e dai contenuti spesso in contrasto con il Vangelo e con la dignità della persona umana. Di tale cultura fa parte anche un sempre più diffuso agnosticismo religioso, connesso con un più profondo relativismo morale e giuridico, che affonda le sue radici nello smarrimento della verità dell’uomo come fondamento dei diritti inalienabili di ciascuno. I segni del venir meno della speranza talvolta si manifestano attraverso forme preoccupanti di ciò che si può chiamare una “cultura di morte”» (n. 9).

«Ma, come hanno sottolineato i Padri sinodali, « l’uomo non può vivere senza speranza: la sua vita sarebbe votata all’insignificanza e diventerebbe insopportabile ». Spesso chi ha bisogno di speranza crede di poter trovar pace in realtà effimere e fragili. E così la speranza, ristretta in un ambito intramondano chiuso alla trascendenza, viene identificata, ad esempio, nel paradiso promesso dalla scienza e dalla tecnica, o in forme varie di messianismo, nella felicità di natura edonistica procurata dal consumismo o quella immaginaria e artificiale prodotta dalle sostanze stupefacenti, in alcune forme di millenarismo, nel fascino delle filosofie orientali, nella ricerca di forme di spiritualità esoteriche, nelle diverse correnti del New Age.

Tutto questo, però, si rivela profondamente illusorio e incapace di soddisfare quella sete di felicità che il cuore dell’uomo continua ad avvertire dentro di sé. Permangono così e si acuiscono i segni preoccupanti del venir meno della speranza, che talvolta si manifestano anche attraverso forme di aggressività e di violenza» (n. 10).

Il cristianesimo è obbligato a confrontarsi con una cultura che presta scarsa attenzione al valore della vita. I dati più evidenti sono il calo demografico, la diffusione dell’aborto e dell’eutanasia (n. 95). La risposta ecclesiale a questi problemi è la promozione di una cultura della vita, per cui

è necessario «servire il Vangelo della vita» anche attraverso «una generale mobilitazione delle coscienze e un comune sforzo etico, per mettere in atto una grande strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita»  (n. 96).

La “cultura di morte” è tristemente presente anche nell’ambito della malattia e spesso nelle norme giuridiche che sorreggono l’istituzione familiare. Anche qui la Chiesa è chiamata a proporre dei valori alternativi:

«Considerando che la malattia è una situazione che pone interrogativi essenziali sul senso della vita, “in una società della prosperità e dell’efficienza, in una cultura caratterizzata dall’idolatria del corpo, dalla rimozione della sofferenza e del dolore e dal mito della perenne giovinezza”, la cura per i malati deve essere considerata come una delle priorità. […]» (n. 88).

«La Chiesa in Europa, in ogni sua articolazione, deve riproporre con fedeltà la verità del matrimonio e della famiglia. […] Non pochi fattori culturali, sociali e politici concorrono, infatti, a provocare una crisi sempre più evidente della famiglia. Essi compromettono in diversa misura la verità e la dignità della persona umana e mettono in discussione, svisandola, l’idea stessa di famiglia. […]» (n. 90).

Il documento analizza alcuni ambiti che costituiscono delle sfide specifiche per la società europea: l’accrescersi delle povertà che richiede una scelta preferenziale per i poveri (n. 86); il fenomeno della disoccupazione, che in molte nazioni d’Europa costituisce un grave flagello sociale, e a cui si aggiungono anche i problemi connessi con i crescenti flussi migratori (n 87); l’uso indebito dei beni della terra (n. 89).

Tra le sfide portate al servizio al Vangelo della speranza va considerato il crescente fenomeno delle immigrazioni. Esso ha radici profonde e «stimola anche l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti, come pure della legalità, in un processo d’una integrazione possibile» (n. 100). Mentre pretende «un impegno coraggioso da parte di tutti per la realizzazione di un ordine economico internazionale più giusto, in grado di promuovere l’autentico sviluppo di tutti i popoli e di tutti i Paesi» (n. 100), spinge il vecchio Continente a dare a forme di intelligente accoglienza e ospitalità (n. 101) e a «farsi parte attiva nel promuovere e realizzare una globalizzazione “nella” solidarietà. A quest’ultima, come sua condizione, va accompagnata una sorta di globalizzazione “della” solidarietà e dei connessi valori di equità, giustizia e libertà, […]» (n. 112).

Non mancano, tuttavia, i segnali di speranza. Accanto ai segni emersi nella vita propriamente ecclesiale (nn. 13-17), i Padri ne individuano altri propri della società europea, una “comunità di popoli”:

«[…] Constatiamo con gioia la crescente apertura dei popoli, gli uni verso gli altri, la riconciliazione tra nazioni per lungo tempo ostili e nemiche, l’allargamento progressivo del processo unitario ai Paesi dell’Est europeo. Riconoscimenti, collaborazioni e scambi di ogni ordine sono in sviluppo, così che, a poco a poco, si crea una cultura, anzi una coscienza europea, che speriamo possa far crescere, specialmente presso i giovani, il sentimento della fraternità e la volontà della condivisione. Registriamo come positivo il fatto che tutto questo processo si svolga secondo metodi democratici, in modo pacifico e in uno spirito di libertà, che rispetta e valorizza le legittime diversità, suscitando e sostenendo il processo di unificazione dell’Europa. Salutiamo con soddisfazione ciò che è stato fatto per precisare le condizioni e le modalità del rispetto dei diritti umani. Nel contesto, infine, della legittima unità economica e politica in Europa, mentre registriamo i segni della speranza offerti dalla considerazione data al diritto e alla qualità della vita, ci auguriamo vivamente che, in una fedeltà creativa alla tradizione umanistica e cristiana del nostro Continente, sia garantito il primato dei valori etici e spirituali» (n. 12).

Nel documento è forte la rivendicazione del ruolo centrale che il cristianesimo, storicamente, ha avuto nell’intera cultura europea: «L’Europa è stata ampiamente e profondamente penetrata dal cristianesimo» (n. 24). E ancora adesso le comunità cristiane possono influire positivamente nella realizzazione della vera identità europea.

Per questo però, è necessaria prima di tutto una conversione pastorale al suo interno, motivata da un contesto culturale che obbliga la Chiesa a mettersi in discussione:

«La grave situazione di indifferenza religiosa di tanti europei, la presenza di molti che anche nel nostro Continente non conoscono ancora Gesù Cristo e la sua Chiesa e che ancora non sono battezzati, il secolarismo che contagia una larga fascia di cristiani che abitualmente pensano, decidono e vivono “come se Cristo non esistesse”, lungi dallo spegnere la nostra speranza, la rendono più umile e più capace di affidarsi solo a Dio. Dalla sua misericordia riceviamo la grazia e l’impegno della conversione » (n. 26).

            Diventa pressante il bisogno di primo annuncio o di rievangelizzazione dei battezzati:   

«In varie parti d’Europa c’è bisogno di un primo annuncio del Vangelo: cresce il numero delle persone non battezzate, sia per la notevole presenza di immigrati appartenenti ad altre religioni, sia perché anche figli di famiglie di tradizione cristiana non hanno ricevuto il Battesimo o a causa della dominazione comunista o a causa di una diffusa indifferenza religiosa. Di fatto, l’Europa si colloca ormai tra quei luoghi tradizionalmente cristiani nei quali, oltre a una nuova evangelizzazione, in certi casi si impone una prima evangelizzazione» (n. 46).

«Ovunque, poi, c’è bisogno di un rinnovato annuncio anche per chi è già battezzato. Tanti europei contemporanei pensano di sapere che cos’è il cristianesimo, ma non lo conoscono realmente. Spesso addirittura gli elementi e le stesse nozioni fondamentali della fede non sono più noti. Molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse: si ripetono i gesti e i segni della fede, specialmente attraverso le pratiche di culto, ma ad essi non corrisponde una reale accoglienza del contenuto della fede e un’adesione alla persona di Gesù. Alle grandi certezze della fede è subentrato in molti un sentimento religioso vago e poco impegnativo; si diffondono varie forme di agnosticismo e di ateismo pratico che concorrono ad aggravare il divario tra la fede e la vita; diversi si sono lasciati contagiare dallo spirito di un umanesimo immanentista che ne ha indebolito la fede, portandoli sovente purtroppo ad abbandonarla completamente; si assiste a una sorta di interpretazione secolaristica della fede cristiana che la erode ed alla quale si collega una profonda crisi della coscienza e della pratica morale cristiana. I grandi valori che hanno ampiamente ispirato la cultura europea sono stati separati dal Vangelo, perdendo così la loro anima più profonda e lasciando spazio a non poche deviazioni» (n. 47).

Nello stesso tempo, «appare imperativo irrinunciabile il dovere di una fraterna e convinta collaborazione ecumenica» (n. 54) e «necessario che si abbia a instaurare un profondo e intelligente dialogo interreligioso, in particolare con l’Ebraismo e con l’Islam» (n. 55).

A partire da comunità trasformate, è possibile poi rivolgersi verso gli ambienti di vita. Nel cammino che porta ad una «fede più personale e adulta, illuminata e convinta» (n. 50), non deve infatti mancare la capacità di confrontarsi criticamente con la cultura dominante:

«I cristiani sono, quindi, chiamati ad avere una fede che consenta loro di confrontarsi criticamente con l’attuale cultura resistendo alle sue seduzioni; d’incidere efficacemente sugli ambiti culturali, economici, sociali e politici; di manifestare che la comunione tra i membri della Chiesa cattolica e con gli altri cristiani è più forte di ogni legame etnico; di trasmettere con gioia la fede alle nuove generazioni; di costruire una cultura cristiana capace di evangelizzare la cultura più ampia in cui viviamo» (n. 50).

            La tematica è approfondita nella sezione: “Evangelizzazione della cultura e inculturazione del Vangelo”. Vi si trovano riflessioni impegnative:

«L’annuncio di Gesù Cristo deve raggiungere anche la cultura europea contemporanea. L’evangelizzazione della cultura deve mostrare che anche oggi, in questa Europa, è possibile vivere in pienezza il Vangelo come itinerario che dà senso all’esistenza. A tale scopo, la pastorale deve assumere il compito di plasmare una mentalità cristiana nella vita ordinaria: in famiglia, nella scuola, nella comunicazione sociale, nel mondo della cultura, del lavoro e dell’economia, nella politica, nel tempo libero, nella salute e nella malattia. Occorre un sereno confronto critico con l’attuale situazione culturale dell’Europa, valutando le tendenze emergenti, i fatti e le situazioni di maggiore rilievo del nostro tempo alla luce della centralità di Cristo e dell’antropologia cristiana.

Anche oggi, ricordando la fecondità culturale del cristianesimo lungo la storia dell’Europa, occorre mostrare l’approccio evangelico, teorico e pratico, alla realtà e all’uomo. Considerando, inoltre, la grande rilevanza delle scienze e delle realizzazioni tecnologiche nella cultura e nella società dell’Europa, la Chiesa, attraverso i suoi strumenti di approfondimento teorico e di iniziativa pratica, è chiamata a rapportarsi in modo propositivo di fronte alle conoscenze scientifiche e alle loro applicazioni, indicando l’insufficienza e il carattere inadeguato di una concezione ispirata dallo scientismo che vuole riconoscere obiettiva validità al solo sapere sperimentale, e offrendo i criteri etici che l’uomo possiede iscritti nella propria natura» (n. 58).

Nel cammino dell’evangelizzazione della cultura «si inserisce l’importante servizio svolto dalle scuole cattoliche. Occorrerà operare perché venga riconosciuta un’effettiva libertà di educazione e la parità giuridica tra le scuole statali e quelle non statali. Queste ultime sono talvolta l’unico mezzo per proporre la tradizione cristiana a quanti ne sono lontani. […]In particolare, va valorizzato il contributo dei cristiani che conducono la ricerca e insegnano nelle Università: con il “servizio del pensiero”, essi tramandano alle giovani generazioni i valori di un patrimonio culturale arricchito da due millenni di esperienza umanistica e cristiana. Convinto dell’importanza delle istituzioni accademiche, chiedo pure che nelle diverse Chiese particolari venga promossa una adeguata pastorale universitaria, favorendo in tal modo ciò che risponde alle attuali necessità culturali» (n. 59).

«Né si può dimenticare il contributo positivo offerto dalla valorizzazione dei beni culturali della Chiesa. Essi possono rappresentare, infatti, un fattore peculiare nel suscitare nuovamente un umanesimo di ispirazione cristiana. Grazie a una loro adeguata conservazione e intelligente utilizzo, essi, in quanto testimonianza viva della fede professata lungo i secoli, possono costituire un valido strumento per la nuova evangelizzazione e la catechesi, e invitare a riscoprire il senso del mistero.

Nello stesso tempo, vanno promosse nuove espressioni artistiche della fede, attraverso un assiduo dialogo con i cultori dell’arte. La Chiesa, infatti, ha bisogno dell’arte, della letteratura, della musica, della pittura, della scultura e dell’architettura, perché “deve rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio” e perché la bellezza artistica, quasi riverbero dello Spirito di Dio, è cifra del mistero, invito a ricercare il volto di Dio, fattosi visibile in Gesù di Nazaret» (n. 60).

I giovani, in particolare, sono oggetto di cura pastorale e per loro va rinnovata la stessa pastorale giovanile:

«Sarà inoltre necessario conferirle maggiore organicità e coerenza, in paziente ascolto delle domande dei giovani, per renderli protagonisti dell’evangelizzazione e dell’edificazione della società.

In questo cammino, sono da promuovere occasioni di incontro tra i giovani, così da favorire un clima di ascolto vicendevole e di preghiera. Non bisogna avere paura di essere esigenti con loro in ciò che concerne la loro crescita spirituale. Va loro indicata la via della santità, stimolandoli a fare scelte impegnative nella sequela di Gesù, in ciò confortati da un’intensa vita sacramentale. Così essi potranno resistere alle seduzioni di una cultura che spesso propone loro soltanto valori effimeri o addirittura contrari al Vangelo, e diventare essi stessi capaci di mostrare una mentalità cristiana in tutti gli ambiti dell’esistenza, compresi quelli del divertimento e dello svago» (n. 62).

            Grande attenzione va riservata anche ai mezzi di comunicazione sociale:

«Data la rilevanza degli strumenti della comunicazione sociale, la Chiesa in Europa non può non riservare particolare attenzione al variegato mondo dei mass media. Ciò comporta, tra l’altro, l’adeguata formazione dei cristiani che operano nei media e degli utenti di questi strumenti, in vista di una buona padronanza dei nuovi linguaggi. Speciale cura si porrà nella scelta di persone preparate per la comunicazione del messaggio attraverso i media. Molto utile sarà pure lo scambio di informazioni e di strategie tra le Chiese sui diversi aspetti e sulle iniziative concernenti tale comunicazione. Né dovrà essere trascurata la creazione di strumenti locali, anche a livello parrocchiale, di comunicazione sociale» (n. 63).

            Uno strumento privilegiato è costituito dal corpo della Dottrina Sociale della Chiesa che,

per il suo intrinseco legame con la dignità della persona, è fatta per essere compresa anche da coloro che non appartengono alla comunità dei credenti. È urgente, quindi, diffonderne la conoscenza e lo studio, superando l’ignoranza che di essa si ha anche tra i cristiani. Lo esige l’Europa nuova in via di costruzione, bisognosa di persone educate secondo questi valori, disposte ad adoperarsi per la realizzazione del bene comune. È necessaria a tal fine la presenza di laici cristiani che nelle diverse responsabilità della vita civile, dell’economia, della cultura, della sanità, dell’educazione e della politica, agiscano in modo da potervi infondere i valori del Regno (n. 99).

L’Europa si va rafforzando ed allarga la propria unione economica e politica; tuttavia, sembra soffrire di una profonda crisi di valori. Pur disponendo di mezzi accresciuti, dà l’impressione di mancare di slancio per nutrire un progetto comune e ridare ragioni di speranza ai suoi cittadini (n. 108). Il cristianesimo può contribuire a configurare la nuova Europa in modo che traspaia la sua vera identità, basata su valori autentici:

«Per dare nuovo slancio alla propria storia, essa [l’Europa] deve “riconoscere e ricuperare con fedeltà creativa quei valori fondamentali, alla cui acquisizione il cristianesimo ha dato un contributo determinante, riassumibili nell’affermazione della dignità trascendente della persona umana, del valore della ragione, della libertà, della democrazia, dello Stato di diritto e della distinzione tra politica e religione”» (n. 109).

            L’Europa ha bisogno che le sia restituito il senso del “mistero”, ha urgenza di una dimensione religiosa, ha necessità di lasciarsi raggiungere dall’azione di Dio (n. 116):

«Nel contesto della società odierna, spesso chiusa alla trascendenza, soffocata da comportamenti consumistici, facile preda di antiche e nuove idolatrie e, nel contempo, assetata di qualcosa che vada oltre l’immediato, il compito che attende la Chiesa in Europa è impegnativo ed insieme esaltante. Esso consiste nel riscoprire il senso del « mistero »; nel rinnovare le celebrazioni liturgiche perché siano segni più eloquenti della presenza di Cristo Signore; nell’assicurare nuovi spazi al silenzio, alla preghiera e alla contemplazione; nel ritornare ai Sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Penitenza, quali sorgenti di libertà e di nuova speranza» (n. 69).

In realtà, «alcuni sintomi rivelano un affievolimento del senso del mistero nelle stesse celebrazioni liturgiche, che ad esso dovrebbero introdurre» (n. 70). Va quindi ravvivato il senso autentico della liturgia e rivitalizzato il sacramento della riconciliazione, insieme ad una seria formazione delle coscienze per far fronte alla diffusa perdita del senso del peccato e all’affermarsi di una mentalità segnata da relativismo e soggettivismo in campo morale (n. 76).

Le comunità ecclesiali sono chiamate a dare concreto esempio di modi corretti di vivere la propria religiosità:

«Insieme a molti esempi di fede genuina esiste in Europa anche una religiosità vaga e, a volte, fuorviante. I suoi segni sono spesso generici e superficiali, quando non addirittura contrastanti nelle persone stesse da cui scaturiscono. Sono manifesti fenomeni di fuga nello spiritualismo, di sincretismo religioso ed esoterico, di ricerca di eventi straordinari ad ogni costo, fino a giungere a scelte devianti, come l’adesione a sette pericolose o ad esperienze pseudoreligiose. Il desiderio diffuso di nutrimento spirituale va accolto con comprensione e purificato […]» (n. 68)

«In materia di pietà popolare occorre vegliare costantemente su aspetti di ambiguità di certe manifestazioni, preservandole da derive secolaristiche, da improvvidi consumismi o anche da rischi di superstizione, per mantenerle entro forme mature e autentiche. Si faccia opera pedagogica, spiegando come la pietà popolare vada sempre vissuta in armonia con la liturgia della Chiesa e in connessione con i Sacramenti» (n. 79).

L’Europa «ha bisogno di un salto qualitativo nella presa di coscienza della sua eredità spirituale. Tale spinta non le può venire che da un rinnovato ascolto del Vangelo di Cristo. Tocca a tutti i cristiani impegnarsi per soddisfare questa fame e sete di vita» (n. 120).

I credenti, pertanto, sono chiamati a rinvigorire la propria fede, speranza e carità, fondate sulla persona e sul vangelo di Cristo e sul suo influsso “umanizzatore”:

«Dall’Assemblea sinodale è emersa, chiara e appassionata, la certezza che la Chiesa ha da offrire all’Europa il bene più prezioso, che nessun altro può darle: è la fede in Gesù Cristo, fonte della speranza che non delude, dono che sta all’origine dell’unità spirituale e culturale dei popoli europei, e che ancora oggi e per il futuro può costituire un contributo essenziale del loro sviluppo e della loro integrazione.

Sono molteplici le radici ideali che hanno contribuito con la loro linfa al riconoscimento del valore della persona e della sua inalienabile dignità, del carattere sacro della vita umana e del ruolo centrale della famiglia, dell’importanza dell’istruzione e della libertà di pensiero, di parola, di religione, come pure alla tutela legale degli individui e dei gruppi, alla promozione della solidarietà e del bene comune, al riconoscimento della dignità del lavoro. Tali radici hanno favorito la sottomissione del potere politico alla legge e al rispetto dei diritti della persona e dei popoli. Occorre qui ricordare lo spirito della Grecia antica e della romanità, gli apporti dei popoli celtici, germanici, slavi, ugro-finnici, della cultura ebraica e del mondo islamico. Tuttavia si deve riconoscere che queste ispirazioni hanno storicamente trovato nella tradizione giudeo-cristiana una forza capace di armonizzarle, di consolidarle e di promuoverle. Si tratta di un fatto che non può essere ignorato; al contrario, nel processo della costruzione della « casa comune europea », occorre riconoscere che questo edificio si deve poggiare anche su valori che trovano nella tradizione cristiana la loro piena epifania. Il prenderne atto torna a vantaggio di tutti.

La Chiesa «non ha titolo per esprimere preferenze per l’una o l’altra soluzione istituzionale o costituzionale» dell’Europa, e perciò vuole coerentemente rispettare la legittima autonomia dell’ordine civile. Tuttavia, essa ha il compito di ravvivare nei cristiani d’Europa la fede nella Trinità, ben sapendo che tale fede è foriera di autentica speranza per il Continente. Molti dei grandi paradigmi di riferimento sopra accennati, che sono alla base della civiltà europea, affondano le loro radici ultime nella fede trinitaria. Questa contiene uno straordinario potenziale spirituale, culturale ed etico, in grado, tra l’altro, di illuminare anche alcune grandi questioni che oggi si agitano in Europa, come la disgregazione sociale e la perdita di un riferimento che dia senso alla vita e alla storia. Ne segue la necessità di una rinnovata meditazione teologica, spirituale e pastorale sul mistero trinitario» (n. 18).

Non mancano segnali incoraggianti:

«Nonostante vaste aree di scristianizzazione nel Continente europeo, esistono segnali che contribuiscono a tratteggiare il volto di una Chiesa che, credendo, annuncia, celebra e serve il suo Signore. Non mancano infatti, esempi di autentici cristiani che vivono momenti di silenzio contemplativo, partecipano fedelmente a iniziative spirituali, vivono il Vangelo nella loro esistenza quotidiana e lo testimoniano nei diversi ambiti del loro impegno. Si possono scorgere, inoltre, manifestazioni di una «santità di popolo», che mostrano come anche nell’Europa attuale non sia impossibile vivere il Vangelo a livello personale e in un’autentica esperienza comunitaria» (n. 67).

4.3. I recenti documenti pastorali italiani

            Negli ultimi anni sono numerosi i documenti catechetico-pastorali elaborati dall’episcopato italiano. In essi sono numerosi i riferimenti alla situazione culturale in cui si viene ad operare; ma non si discostano molto da quelli fin qui considerati. Va osservato che in essi la consapevolezza della gravità della situazione è in qualche molto bilanciata da una prospettiva “positiva” che induce a vedere in vari elementi della cultura contemporanea piuttosto delle opportunità, delle “chance” per migliorare la qualità della trasmissione della fede.

4.3.1. Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (2001)

Anche questo documento vede nella mancanza speranza il problema principale delle nostre società, una povertà spirituale favorita da un contesto culturale in cui vi è difficoltà a riferirsi alla tradizione e alla memoria per dare senso al presente e al futuro, in un orizzonte escatologico:

«A tutti vogliamo recare una parola di speranza. Non è cosa facile, oggi, la speranza. Non ci aiuta il suo progressivo ridimensionamento: è offuscato se non addirittura scomparso nella nostra cultura l’orizzonte escatologico, l’idea che la storia abbia una direzione, che sia incamminata verso una pienezza che va al di là di essa. Tale eclissi si manifesta a volte negli stessi ambienti ecclesiali, se è vero che a fatica si trovano le parole per parlare delle realtà ultime e della vita eterna.

C’è poi la tentazione di dilatare il tempo presente, togliendo spazio e valore al passato, alla tradizione e alla memoria. A volte abbiamo paura di fermarci per ricordare, per ripensare a ciò che abbiamo vissuto e ricevuto. Preferiamo fare molte cose, o cercare distrazioni. Eppure sono l’ascolto, la memoria e il pensare a dischiudere il futuro, ad aiutarci a vivere il presente non solo come tempo del soddisfacimento dei bisogni, ma anche come luogo dell’attesa, del manifestarsi di desideri che ci precedono e ci conducono oltre, legandoci agli altri uomini e rendendoci tutti compagni nel meraviglioso e misterioso viaggio che è la vita» (n. 2).

            Nella sezione “Discernere l’oggi di Dio” (nn. 36-43), il documento analizza il contesto culturale e individua alcuni stimoli che provengono dalla attuale cultura che, una volta purificate da aspetti di ambiguità, possono tramutarsi in potenzialità per la pastorale:

«Una prima opportunità che ci pare di poter riconoscere, almeno in qualche misura, in molte persone è il desiderio di autenticità. […] Vi sono poi altre potenzialità: sono da discernere là dove emerge il desiderio di «prossimità», di socialità, di incontro, di solidarietà e di ricerca della pace. […]»(n. 37).

«Per questo guardiamo con interesse alla rinnovata ricerca di senso che sta, almeno un poco, riavvicinando molti uomini e donne del nostro paese all’esperienza religiosa e in particolare a Gesù Cristo. […] Ci pare di cogliere in questo qualcosa di più importante e di meno ambiguo rispetto a un vago «risveglio religioso»: oggi è infatti rintracciabile un anelito alla trascendenza.

Anche lo sviluppo della scienza e della tecnica presenta aspetti positivi da cogliere e valorizzare. […] Nella stessa letteratura e nelle arti figurative sembrano emergere segni di un superamento di quella crisi nel rapporto con il reale che a lungo le aveva caratterizzate e si intravedono nuove possibilità e rinnovato interesse per un incontro con l’esperienza religiosa.

Prendiamo atto con gioia anche dell’accresciuta sensibilità ai temi della salvaguardia del creato, che indicano come gli uomini e le donne del nostro tempo se ne sentano in qualche misura corresponsabili. […]» (n. 38).

«Un campo in cui stanno emergendo grandi potenzialità è anche quello della comunicazione sociale. Nuove opportunità di conoscenza, scambio e partecipazione accompagnano le innovazioni tecnologiche in questo ambito. Ci troviamo di fronte a una nuova cultura che “nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove tecniche, nuovi atteggiamenti psicologici”» (m. 39).

Ma ci sono anche delle nuove povertà e dei rischi che riguardano il compito della trasmissione della fede:

«In primo luogo, dobbiamo prendere atto che le persone che si dicono «senza religione» sono in aumento; vi sono poi persone disposte a riconoscere un certo riferimento a Cristo, ma non alla Chiesa; non mancano neppure le conversioni dal cristianesimo ad altre religioni. Ciò che tuttavia è più preoccupante è il crescente analfabetismo religioso delle giovani generazioni, per tanti versi ben disposte e generose, ma spesso non adeguatamente formate all’essenziale dell’esperienza cristiana e ancor meno a una fede capace di farsi cultura e di avere un impatto sulla storia.

È poi indubbio che, nella mentalità comune e di conseguenza nella legislazione, si diffondono su diversi argomenti prese di posizione lontane dal Vangelo e in netto contrasto con la tradizione cristiana.[…]» (n. 40).

«Non si può poi tacere sul fatto che è avvenuta alla fine del secondo millennio cristiano una vera e propria eclissi del senso morale. Con questo non vogliamo né possiamo dire che la gente sia più cattiva di un tempo: piuttosto, è diventato difficile perfino parlare dell’idea del bene, come di quella del male, senza suscitare non tanto reazioni, quanto molto più semplicemente una forte incomprensione. Gli uomini e le donne del nostro tempo hanno indubbiamente dei valori di riferimento – chi potrebbe vivere senza affidarsi a qualcosa o a qualcuno? –, ma spesso trovano difficile o poco interessante dar ragione di ciò che guida le loro scelte di vita, rischiando così di esporsi fortemente all’arbitrarietà delle emozioni o – fatto molto più insidioso – ai miti occulti che permeano la nostra società su diversi temi morali non periferici.

Più radicalmente, la caduta delle ideologie totalizzanti e delle grandi utopie di liberazione storica – insieme con le cause più antiche che già da molto tempo sospingono verso un agnosticismo razionalista e talvolta verso un vero e proprio nichilismo – ha lasciato spazio a forme di relativismo, di indifferenza diffusa per le domande più radicali, senso del provvisorio, frammentazione del sapere e delle esperienze. Oggi assistiamo poi a un vero e proprio smarrimento, nel contesto di una società multimediale che tende a stordire con il vorticoso susseguirsi di immagini e informazioni, mentre rischia di perdersi il valore della lettura e dell’ascolto. […] Oggi aumentano le informazioni e le conoscenze, ma con esse non aumentano affatto automaticamente l’unità della persona e la sapienza della vita, anzi, si manifesta sempre di più il rischio della scissione interiore tra razionalità, dimensione affettivo-emotiva e vita spirituale» (n. 41).

«Un altro fenomeno legato al precedente, che desta interrogativi, è la scarsa trasmissione della memoria storica. […] Senza questo allargamento dello sguardo fino ad abbracciare la dimensione storica delle nostre esistenze personali e comunitarie, non saremo capaci di far fronte alle sfide della globalizzazione, la quale amplia sì gli orizzonti spaziali delle nostre vite, creando grandi e sempre nuove opportunità, ma in realtà restringe quelli temporali, appiattendoci sul presente e chiedendoci nel contempo una capacità di risposta e una velocità di adeguamento ai cambiamenti tutt’altro che facili da conseguire. Se non si attuerà ciò che è in nostro potere per rimuovere l’attuale appiattimento sul presente, non sarà certo facile combattere gli esiti individualistici della cultura in cui viviamo» (n. 42).

4.3.2. Le Note per l’iniziazione cristiana (1997, 1999, 2003)

            I documenti non presentano se non qualche accenno alle tendenze culturali in atto e si concentrano prevalentemente sulla esplicazione degli itinerari educativi per le varie tipologie di persone. Nella terza Nota, tuttavia, c’è un sintetico riferimento  all’attuale situazione culturale:

«L’odierno mutamento culturale esige una nuova riflessione sull’annuncio del Vangelo. Dopo aver dovuto rispondere alla sfida posta da una ragione innalzata a criterio esclusivo di verità e contrapposta alla fede, oggi l’evangelizzazione si trova a confronto con una cultura che vorrebbe “liberare” l’uomo da ogni vincolo e da ogni norma, disancorandolo da ogni “fondamento”, lasciato in balìa solo del proprio sentire.

Oggi “diventare cristiani” è fortemente ostacolato dai processi di secolarizzazione e di scristianizzazione; il senso religioso innato nell’uomo è minato dall’agnosticismo che riduce l’intelligenza umana a semplice ragione calcolatrice e funzionale; un progressivo “alleggerimento” corrode i legami più sacri e gli affetti più significativi della persona. Ne consegue una sorta di sradicamento e di instabilità, che, già a livello umano, compromettono la formazione di solide personalità e di relazioni serie e profonde e, a maggior ragione, rendono molto impegnativo l’invito a farsi discepoli del Signore» (n. 3).

Di fronte a tali difficoltà, «la Chiesa affronta il compito di comunicare il Vangelo al mondo contemporaneo con la chiara consapevolezza che Cristo è la Verità, la definitiva e piena rivelazione di Dio e dell’uomo, e che da Lui ha origine il dono sorprendente della libertà» (n. 3).

4.3.3. Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (2003)

A partire dalla constatazione che «non si può più dare per scontato che tra noi e attorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto il Vangelo di Gesù» (Introduzione), e con particolare attenzione alla parrocchia, il documento riflette su alcuni mutamenti sociali, culturali e antropologici che caratterizzano il nostro tempo:

«Anzitutto la cosiddetta “perdita del centro” e la conseguente frammentazione della vita delle persone. Il “nomadismo”, cioè la diversa e variata dislocazione della vita familiare, del lavoro, delle relazioni sociali, del tempo libero, ecc., connota anche la psicologia della gente, i suoi orientamenti di fondo. Si appartiene contemporaneamente a mondi diversi, distanti, perfino contraddittori. La frammentarietà trova forte alimento nei mezzi di comunicazione sociale, una sorta di crocevia del cambiamento culturale. A soffrirne sono le relazioni personali e sociali sul territorio e, quindi, la vitalità delle parrocchie. […]

In un contesto che spesso conduce alla dispersione e all’aridità, cresce per contrasto l’esigenza di legami “caldi”: l’appartenenza è affidata ai fattori emozionali e affettivi, mentre i rapporti risultano limitati e impoveriti. Lo stesso processo selettivo si avverte anche sull’orizzonte del cosiddetto bisogno del sacro, in cui, più che le ragioni della trascendenza, a prevalere sono le esigenze di armonia personale. […]» (n. 2).

            Non mancano cambiamenti e nuove sfide nell’ambito della fede e all’interno delle stesse comunità cristiane:

«Un’altra sfida va raccolta. Il mondo della fede non ha più caratteri unitari: tre vicende spirituali “nuove” esigono risposte. Persone non battezzate domandano di diventare cristiane; e pure a chi non chiede deve giungere l’annuncio del Vangelo di Gesù. È gente che proviene da altri paesi e culture, condotta tra noi per lo più dal bisogno di lavoro, in flussi migratori che mescolano popoli e religioni. Ma ci sono anche ragazzi, giovani, adulti nati in famiglie in cui si è consumato un distacco netto da una fede ora per loro da scoprire. Ci sono poi i battezzati il cui Battesimo è restato senza risposta: possono anche aver ricevuto tutti i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma vivono di fatto lontani dalla Chiesa, su una soglia mai oltrepassata. Per loro la fede non va ripresa, ma rifondata; il dono sacramentale va riproposto nel suo significato e nelle sue conseguenze. Ancora di più sono i battezzati la cui fede è rimasta allo stadio della prima formazione cristiana; una fede mai rinnegata, mai del tutto dimenticata, ma in qualche modo sospesa, rinviata. Anche per costoro solo da un rinnovato annuncio può partire un cammino d’incontro con Cristo e d’inserimento nella vita ecclesiale» (n. 2).

4.3.4. Questa è la nostra fede (2005)

Alle tematica è dedicato, in particolare il secondo capitolo “Comunicare il Vangelo oggi”. In esso si fa riferimento all’attuale frangente culturale, «segnato da un avanzato processo di secolarizzazione ma anche da un diffuso bisogno religioso, seppure fragile e ambiguo» e alla risposta della Chiesa, chiamata a riesprimere la sua fedeltà ai caratteri fondamentali del messaggio cristiano e  a porre attenzione allo stile della comunicazione, che deve essere insieme testimoniale e dialogica (cfr. Presentazione).

Pur rimanendo disincantata rispetto al reale, la Nota ha la peculiarità di rivolgere uno sguardo “positivo” sulle sfide che provengono alle comunità cristiane dal contesto culturale e vede in esse delle “opportunità” per il “progetto culturale” promosso dalla chiesa italiana.

In primo luogo, vengono elencati i segni di speranza:

«Nella nostra società e, più in generale, nel continente europeo si registrano vari segni di speranza, come la considerazione data alla qualità della vita; l’esigenza di autenticità e il desiderio di socialità; l’internazionalizzazione della giustizia e della solidarietà; la ricerca della pace tra i popoli; l’accresciuta sensibilità ai temi della salvaguardia del creato. Va guardata con interesse soprattutto la rinnovata ricerca di senso che sembra riavvicinare molti uomini e donne del nostro paese all’esperienza religiosa e in particolare a quella cristiana. Sono fenomeni positivi, anche se non mancano di ambiguità e contraddizioni. […]» (. 7)

Quindi, dopo aver riconosciuto che nell’attuale contesto culturale non ci si può limitare a ripetere il Vangelo ma occorre, con fedeltà creativa, uno sforzo per ricomprenderlo perché sia significativo per le donne e gli uomini del nostro tempo, evidenzia delle «interessanti opportunità» che caratterizzano la nuova situazione:

«Una prima riguarda il fenomeno del pluralismo religioso: cresce la mobilità delle popolazioni e si va verso forme di società multietnica e multireligiosa. In se stessa, una tale società non rappresenta una minaccia alla fede cristiana o all’appartenenza ecclesiale. Il dialogo, correttamente inteso e condotto con spirito evangelico, alimenta nei non cristiani un atteggiamento di apertura alla verità di Cristo e conduce i cristiani a una più profonda comprensione del Vangelo. Ma dialogare non deve significare cedere al relativismo o al sincretismo […].

La seconda opportunità è costituita dalla diffusione, sempre più rapida e pervasiva, degli strumenti della comunicazione sociale: i mass-media sono ovunque attorno a noi e non possiamo più farne a meno. Opportunità e rischi della nuova cultura mediale non vanno minimizzati: “possono favorire un nuovo umanesimo o generare una drammatica alienazione dell’uomo da sé e dagli altri”. Se il mandato di comunicare il Vangelo è reso oggi più urgente, per altro verso «l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dall’influsso» dei media.

Anche una certa diffusione dello spirito critico, nell’ambito non solo degli studiosi e degli uomini colti, ma in generale della gente, dovuto all’innalzamento del livello medio della cultura, non può essere vista dal credente come una situazione di per sé negativa. Il fatto che ci si voglia rendere conto di persona, che si esigano prove e documenti, non è un male, quasi una preclusione allo spirito di fede. È una risorsa che occorre valorizzare e una sfida che bisogna raccogliere, con serenità e umile fierezza, senza complessi di inferiorità. […]» (n. 7).

Conclusione

            Le sfide sono tante e poderose. Alle comunità cristiane, soprattutto a coloro che hanno il compito di dirigerle e agli esperti, è richiesto uno sforzo di discernimento. Crediamo che lo spirito giusto sia quello della disponibilità a vedere nell’attuale contesto culturale degli stimoli, delle opportunità per proporre la fede cristiana alle donne e agli uomini del terzo millennio.


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[1] Michele Pellerey, Tra Parola di Dio e attuali sensibilità culturali: quali paradigmi di dialogo, di confronto, di mediazione? Dall’ottica educativa.

[2] Si veda l’interessante rassegna delle diverse prospettive presentata, in ottica pastorale, da Mario Midali, Teologia pratica 2. Attuali modelli e percorsi contestuali di evangelizzazione, Roma, LAS, 32000, 19-64.

[3] Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Roma, Carocci, 2000.

[4] «In moltissimi campi - non solo in quello dell’economia famigliare, ma anche nel caso della classe, dell’azienda, dello Stato, della nazione, e in molti altri ancora - abbiamo a che fare con queste “categorie zombie”. Anche le classi sociali sono sradicate da una tradizione che era costituita da fattori omogenei, […]. Eppure le vecchie idee ingombrano la mente e ci impediscono di vedere il mondo di oggi. La teoria della “seconda modernità” rappresenta il tentativo di sviluppare un nuovo quadro concettuale», cit. in Giancarlo Bosetti, Il lessico di Ulrich Beck, in www.caffeeuropa.it , Attualità, n. 115, (12.01.2001).

[5] Un nuovo modello di uomo interpella la Chiesa. Fede cristiana e realtà italiana, Editoriale de “La Civiltà Cattolica” 153/2 (2002) 525. E’ una figura di uomo che si va imponendo e che è caratterizzata dal soggettivismo radicale, individualista e libertario; dal secolarismo, nella forma sia del laicismo sia dell’indifferenza religiosa; dal “nomadismo” nella ricerca di sempre nuove esperienze ed emozioni religiose; dal naturalismo materialista; dalla dipendenza dai media

[6] Mario Midali, Europa: nuove sfide per la prassi ecclesiale (I), in “Salesianum” 68 (2006) 1, 53-54; cfr. Id., Teologia pratica 2. Attuali modelli e percorsi contestuali di evangelizzazione, 35-48.

[7] In generale, va notato che la lettura che gli esperti fanno della realtà contemporanea è contrassegnata da un certo pessimismo che si evidenzia nel momento in cui di determinati fattori, di per sé ambivalenti – come la globalizzazione, l’influenza dei media, ecc. – , si mettono in luce prevalentemente le possibili ricadute negative per la società e per l’individuo.

[8] Cfr. Miguel Benasayag – Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Milano, Feltrinelli, 2004.

[9] A livello educativo, gli Autori sottolineano il fatto che i problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura moderna fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Si continua ad educarli come se questa crisi non esistesse, ma la fede nel progresso è stata sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica la libertà con il dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri. Tutto deve servire a qualcosa e questo utilitarismo si riverbera sui più giovani e li plasma. Vale la pena accennare ancora una volta alla difficoltà di una valutazione univoca dei dati; ad esempio, proprio sul “mutamento del paradigma del tempo”, una lettura opposta a quella qui illustrata è quella fornita dal Brambilla al recente Convegno Nazionale Direttori UCD (Olbia, 19-22 giugno 2006): egli riconosce al futuro una bontà che scaturisce dal suo essere inedito e su questa premessa fonda le conseguenze pastorali; cfr. Franco Giulio Brambilla, Quale annuncio del Vangelo per il nostro tempo?, relazione dattiloscritta, 3.

[10] E’ l’accesso di massa alla conoscenza che fa della sindrome della mucca pazza o dell’influenza aviaria un tipico fenomeno di oggi. Dalle notizie al crollo dei consumi di carne. Adesso sappiamo che quel rischio c’è e questo porta nella nostra vita quotidiana l’elemento del rischio, la necessità di prendere decisioni a rischio: sia che il primo ministro debba decidere il blocco delle importazioni, sia che noi dobbiamo andare dal macellaio. Beck chiama tale situazione “modernizzazione riflessiva”.

[11] Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2002.

[12] Jacques Audinet, Il tempo del meticciato, Brescia, Queriniana, 2001 [Le temps du métissage, Paris, Rowman & Littleman, 1999]

[13] Sulla problematica si vedano, ad esempio, in ottica pastorale: Wolfgang Pauly, Il fenomeno del pluralismo nella religione e nella cultura. Un approccio da un punto di vista della teologia fondamentale; e Emilio Alberich, Nuovi compiti e prospettive per l’educazione religiosa in un contesto di pluralismo culturale e religioso, in “Itinerarium” 12 (2004) 26, 23-37; 113-117. Sul tema si sofferma anche Midali, Europa: nuove sfide per la prassi ecclesiale (I), 69-90.

[14] Cfr. Mauro Magatti, Prigionieri della nostra onnipotenza. Eccesso e crisi della soggettività contemporanea, in “La Rivista del Clero Italiano” 85 (2004) 12, 845.

[15] Ibidem, 846.

[16] Cfr. Gianni Ambrosio, Tra fragilità ed entusiasmo. Uno sguardo al cristianesimo che verrà, in “La Rivista del Clero Italiano” 85 (2004) 12, 860. L’Autore, in riferimento al testo di Daniéle Hervieu-Léger, Catholicisme. La fin d’un monde, Paris, Bayard, 2003, ma generalizzando, afferma: «Con la corsa al benessere e alla felicità, solo l’io sta al centro, soltanto l’io ha diritto di piena cittadinanza, in una cultura polarizzata dall’accomplissement de soi. Da qui si concepiscono e si vivono le relazioni tra gli individui e tra questi e il mondo; da qui si valuta ogni valore e ogni comportamento. L’accomplissement de soi è il punto di riferimento e il principio di base della nuova “etica”. Questo “demone” cui ubbidire è da un lato del tutto intimo (etica del soggetto) e dall’altro è pure planetario, in quanto sospinge, in funzione del soggetto, alla cura del pianeta e alla salvaguardia dell’ambiente (etica ecologista). E’ inoltre estremamente suadente e persuasivo, riferendosi alla spontaneità delle esigenze psico-fisiche del soggetto individuale, ma è pure fortemente esigente e imperativo, ponendo in rapporto l’assoluto dell’accomplissement de soi con le esigenze dell’ “altro”, e dunque con il complessivo contesto societario» (Ambrosio, Tra fragilità ed entusiasmo, 860-861).

[17] Il Galimberti, ad esempio, riflettendo sulla accresciuta indifferenza e insensibilità nei confronti della povertà, nota: «La Chiesa, con l’introduzione del nuovo catechismo dei peccati sociali (evasione fiscale, negligenza sul lavoro, gioco d’azzardo, mercato della droga, manipolazione dell’opinione pubblica), intende risacralizzare il reato e riproporlo nelle vesti religiose del peccato. Ma questo genere di colpe non è ancora interiorizzato dalla nostra coscienza che, essendo tuttora troppo individualistica, fatica a percepire le colpe che investono l’intera collettività e perciò limita il suo orizzonte di riprovazione al furto, all’omicidio, alla sessualità perversa o violenta. E poi nulla più»; Umberto Galimberti, Il senso morale di fronte ai poveri, in “La Repubblica” (30 agosto 2006), 41.

[18] Magatti, Prigionieri della nostra onnipotenza, 846.

[19] Magatti, Prigionieri della nostra onnipotenza, 852.

[20] Cfr. Magatti, Prigionieri della nostra onnipotenza, 852-853.

[21] Paul Zulehner, Tipologia del senso religioso e delle sue espressioni, Relazione tenuta a Graz (31 maggio – 5 giugno 2006),  osserva che «oggi un concetto dominante è quello della consolazione. Il desiderio punta sull’ottimale: benessere, assenza di sofferenza, lunga età. Le persone vogliono tutto subito». La religione rischia di essere considerato solo in quanto funzionale a questi bisogni; cfr. la sintesi di Mariangela Siboldi in www.catechetica.it .

[22] Cfr. Rossano Zas Fiz De Col, Presente e futuro della pratica religiosa. Un’interpretazione, in “Rassegna di Teologia” 46 (2005) 2, 237-268, qui 252-253. «Vi è una forte “turbolenza” dell’ambiente culturale e religioso cattolico provocata da una trasformazione silenziosa dell’appartenenza personale, che avviene senza ribellioni e gesti evidenti né resistenze, in carenza di relazioni intrareligiose significative. Il declino di un’adesione che poteva essere – o sembrare – subordinata da parte degli individui, e l’incremento di un credere personale, globale o parziale, secondo il senso interpretante che ciascuno costruisce a se stesso. Appartenenza che quindi diventa molto differenziata sia nelle credenze che nelle pratiche, e più difficilmente controllabile dal punto di vista collettivo»; Italo De Sandre, Pratica, credenza e istituzionalizzazione della religione, in: Franco Garelli – Gustavo Guizzardi – Enzo Pace (Edd.), Un singolare pluralismo. Indagine sul pluralismo morale e religioso degli italiani, Bologna, Il Mulino, 2003, 115.

[23] Cfr. Denis Villepelet, Catechesi come iniziazione. Quali conseguenze per l’azione catechistica?, in “Catechesi” 74 (2004-2005) 2, 3-8.

[24] Cfr. Renato Mion, Giovani, in: José M. Prellezo (coord.) – Carlo Nanni – Guglielmo Malizia (a cura di), Dizionario di Scienze dell’Educazione, Leumann (TO) – Torino, Elledici – LAS – SEI, 1997, 476-480. Si veda anche Vito Orlando, L’universo giovanile in un mondo che cambia, in “Note di Pastorale Giovanile”  37 (2003) 3, 5-30.

[25] Jesús Andrés López Calvo, La Iniciación cristiana: una problematica actual, in “Teología y Catequesis” 18 (1999) n. 72, 7-16; qui 10; (traduzione nostra).

[26] Abbiamo pensato di fare cosa utile nel riportare frequentemente i principali riferimenti offerti dagli stessi documenti.

[27] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001.

[28] Una interessante analisi del documento è presente in Mario Midali, Europa: nuove sfide per la prassi ecclesiale (II), in “Salesianum” 68 (2006) 2, 289-334.

[29] Giovanni Paolo II, Esortazione post-sinodale Ecclesia in Europa, 28 giugno 2003.