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Seminari 2004 Formazione e catechesi |
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Progetto Catechistico italiano e Note per la Iniziazione Cristiana AICa – Roma (15 aprile 2005)
Catechismi e iniziazione
Luciano Meddi,
Continua la riflessione dell’AICa (Associazione dei catecheti italiani) tesa alla ricerca degli elementi che permettono uno più stretto rapporto tra catechesi e formazione. Ricerca che vuole essere un contributo al tema fondamentale della pastorale italiana dei nostri anni: comunicare il vangelo in un modo che cambia. Un elemento di cambiamento che va assolutamente preso in considerazione è lo sviluppo della dimensione soggettiva avvenuto nella coscienza dei nostri contemporanei. La comunicazione della fede, per questo, non avrà efficacia se non riesce a mettersi in sintonia con i processi, personali e sociali, attraverso cui si forma la rappresentazione e la realizzazione della propria vita. Per questo l’attenzione alla formazione intesa come "cifra" antropologica. In questo orizzonte si è realizzato a S. Giorgio al Cremano (Napoli) il quinto seminario di studio dal titolo l’iniziazione cristiana: dal Catechismo Cei per la vita cristiana alle Note del Consiglio Episcopale Permanente "L’iniziazione cristiana". Il titolo fa riferimento al cambio di modello in atto in Italia per la organizzazione della iniziazione cristiana. Un seminario dedicato alla analisi in profondità della dimensione catechistica della proposta di ristrutturazione. Una proposta che sembra mettere in ombra l’acquisizione principale della pedagogia religiosa contemporanea richiesta proprio dallo sviluppo antropologico della coscienza degli individui. Un ritorno all’oggettivo della fede che può essere inteso erroneamente come risolutivo nei confronti del soggettivismo culturale. I catechismi sono il problema? La prima relazione è stata offerta dal catecheta C. Sarnataro. Lo scopo della sua riflessione è stato quello di indagare l’opportunità di un cambio così decisivo nella organizzazione della tradizionale catechesi dei fanciulli. A suo modo di vedere ci troviamo in una situazione di discontinuità che penalizza troppo il progetto catechistico italiano. Da una parte, infatti, si afferma la validità del progetto (1970-1997). Dall’altra, però, da alcuni anni (proprio dal 1997), nella prassi pastorale e nelle indicazioni dei vescovi i catechismi sembra essere messo da parte. La stessa Cei, a ben vedere, non ha dato molto spazio alla celebrazione del Documento Base sul rinnovamento della catechesi nel suo 30ale. La ragione dell’accantonamento di tale progetto viene globalmente espressa con l’affermazione che il modello formativo elaborato dopo il Concilio non sia più adatto, che i suoi esiti appaiono insoddisfacenti. Inoltre viene affermato, anche ad alti livelli, che occorre riferirsi maggiormente al Rica e questo con lo scopo di introdurre una più sicura prassi di iniziazione. Tuttavia occorre notare che tali affermazioni non appaiono ben definite e neppure sostenute da una analisi profonda e da analisi di tipo scientifico. La situazione della trasmissione della fede sicuramente fa problema ed è sotto gli occhi di tutti il fenomeno degli abbandoni dopo la celebrazione dei sacramenti della iniziazione. Ma per quale motivo viene attribuito al progetto catechistico la causa di tutto questo? E soprattutto, per quale motivo dovrebbe essere più efficace l’utilizzo della Guida preparata per l’attuazione della seconda Nota? In verità non manca chi metterebbe l’accento piuttosto sulla non adeguata recezione dello stesso progetto. Sia per la incapacità degli operatori, sia per l‘opposizione di alcuni, sia per lo scarso sostegno dell’episcopato, sia per il contemporaneo e più preoccupante calo di progettualità della pastorale. Progressivo rifiuto che sembra motivato soprattutto dal bisogno di eliminare nei testi catechistici quella dimensione antropologica che appare ad alcuni come la causa principale della incapacità formativa della catechesi (italiana). Una analisi più attenta, invece, metterebbe l’accento su quell’aspetto che complessivamente viene definito "inesistenza della vita della comunità". Basti pensare che la riflessione sul futuro della parrocchia missionaria viene realizzata solo alla fine del 2004! Mancanza di comunità, grembo materno, e mancati investimenti nella formazione dei catechisti sembrano essere le cause più adeguate. Si ha quindi l’impressione che la chiesa italiana voglia passare ad "un nuovo modello" senza una adeguata valutazione delle cause che sono alla base della crisi. Analizzando poi la proposta di "nuovo modello" che si sta avanzando occorre mettere in evidenza alcune difficoltà di non poco conto. Quale potrà essere il valore della nuova proposta? Ha la possibilità di essere definita un modello? Le indicazioni che vengono dai vescovi, infatti, non sono nella linea di una sperimentazione acquisita e quindi capace di presentarsi, appunto, come un modello. Modello, in tale contesto, dice riferimento ad una sperimentazione attuata a partire da alcuni principi o ipotesi condivise e tale da offrire agli operatori indicazioni per le programmazioni locali. Capaci appunto di essere modello, cioè di "modellizzare" l’esperienza. Nel nostro caso, invece, ci troviamo di fronte ad una proposta che nasce da una esperienza antica (è quindi modello nel senso che A. Dulles chiamerebbe descrittivo o sintetico di una situazione passata). Il cosiddetto "modello catecumenale" da introdurre nella iniziazione cristiana dice appunto un richiamo al passato e non una "cifra" capace di interpretare in modo sintetico il nuovo. Inoltre è una proposta che non nasce da una condivisione ecclesiale. Esso nasce dalla decisione del Consiglio permanente della Cei (non dalla assemblea!). Come potrà essere capace di orientare la prassi della base pastorale se questa non è stata per nulla consultata? Si potrebbe inoltre sospettare (se le analisi sopra ricordate fossero vere) che non si vede come questo nuovo modello dovrebbe superare la tradizionale impreparazione e fatica degli operatori e dei parroci a passare da un impianto di catechesi come scuola per approdare (miracolosamente?) ad una capacità di accompagnamento. All’interno di questa questione vengono rilevate alcune questioni puntuali che esigono un ulteriore approfondimento. Quale deve essere la rilevanza dottrinale e pastorale del battesimo dei bambini ai fini del cammino di iniziazione proposto; come intendere propriamente la scelta pedagogica ed ecclesiale del "gruppo dei catecumeni"; quale esattamente deve essere la presenza e il ruolo della comunità; quale il "ruolo" dei sacramenti. A tale proposito il relatore ha invocata una soluzione equilibrata tra esigenza del recupero della dimensione liturgica e il "pericolo di scorciatoie magico-superstiziose". Tutte questioni che apparivano più riflettute e meglio individuate nel progetto catechistico italiano. Per una pastorale rientrata sugli adulti La seconda riflessione è stata offerta dal prof. F. Toriello. Anche questo intervento ha fatto riferimento alla necessità di una analisi di qualità del fenomeno pastorale oggetto di studio. Il suo scopo è stato quello di riflettere sugli adulti soggetto e destinatario del processo catecumenale. Sia in riferimento al battesimo sia nel contesto del risveglio della propria fede (quindi delle note che si occupano degli adulti: prima e terza). Ma anche in riferimento ai coinvolgimento degli adulti richiesto dalla seconda nota dedicata ai fanciulli che chiedono il battesimo. Dal punto di vista della formazione degli adulti i due documenti andrebbero rielaborati nella prospettiva di indicazione di "abilità sociali" da perseguire più che sulla definizione degli orientamenti. La ricerca formativa infatti insiste più sulle modalità dell’apprendimento e questo implica un passaggio decisivo dalla impostazione che deriva gli obiettivi dall’oggetto a quella centrata sul soggetto. Formare adulti, quindi, significa preoccuparsi di far "emergere la soggettività dell’adulto". Quale potranno essere le specifiche di un itinerario formativo adeguato? Si tratta, in primo luogo, di comprendere quale sia il problema centrale del processo formativo (con gli adulti). È il contenuto? È il metodo? Nelle analisi contemporanee viene messo l’accento sulla questione dell’adulto reale. È dall’adulto reale che inizia un percorso formativo. Gli stessi documenti riconoscono che esistono "provenienze differenti". Le diverse condizioni di partenza determinano la scelta di mettere l’attenzione non tanto ai contenuti del percorso quanto alla individuazione delle transizioni (trasformazioni) da realizzare. Sono transizioni (obiettivi) che hanno bisogno di una contrattazione da stabilire insieme agli adulti. Quali indicatori mostrano la disponibilità al cambio? Il cambio nasce dalla capacità di personalizzazione e rielaborazione delle informazioni che vengono ricercate e proposte. Una rielaborazione che "deve" essere critica perché l’itinerario deve portare alla soggettivazione cioè alla capacità di acquisizione di significati personalizzati, interiorizzati. Questa operazione è favorita (ma anche sfavorita) dalla naturale predisposizione all’uso di "schemi di rappresentazione" attraverso cui l’adulto interpreta la realtà e i suoi significati. Per questo il punto di partenza della trasformazione sarà la presa di coscienza delle proprie rappresentazioni. La metodologia formativa ha inoltre messo l’accento sulle qualità del formatore adatto agli adulti. Si tratta di introdurre nelle nostre comunità adulti capaci di accompagnamento. Questa qualità fondamentale può essere compresa a partire da una serie di competenze da sviluppare. L’accompagnatore degli adulti (o tutor o facilitatore) sarà una persona competente circa il contenuto del processo formativo ovvero persona capace di far lavorare gli adulti sui contenuti da acquisire. Persona capace di gestire le motivazioni di apprendimento o meglio dell’autoapprendimento degli adulti. Persona capace di "processualità" ovvero capace di sviluppare itinerari a partire dalla frammentarietà delle esperienze. Persona capace di comprendere il processo evolutivo degli adulti e della formazione. Persona capace di relazione. Proprio per questo le metodiche della formazione degli adulti esaltano quelle impostazioni che possiamo definire ermeneutiche. Metodiche che aiutano gli adulti a comprendere le percezioni, abilitano a fare analisi di qualità, sanno definire i passaggi della "produzione" di senso e infine sviluppano la capacità di applicare a sé e all’ambiente in cui si vive il percorso di apprendimento realizzato. Iniziazione come formazione Dall’insieme del seminario emerge la conferma della affermazione che il futuro della iniziazione passa attraverso l’assunzione piena da parte delle comunità della funzione educativa. Non nel classico modo di pensare che vede la pedagogia come ausiliaria e subordinata di una informazione teologica predefinita. Ma come scelta prioritaria della comunità tesa a costruire all’interno delle nuove generazioni le strutture della persona che sono la base di una accoglienza vera e interiorizzata della proposta di vita cristiana. Una chiave di lettura e una "cifra" attraverso cui assumere in modo autentico il bisogno di soggettività del nostro tempo senza permettere ad essa derive emotive e/o adesioni puramente esteriori alla fede. Una scelta per la integrazione fede e vita, cuore del rinnovamento pastorale italiano e soluzione al dramma della dissociazione fede e cultura. |