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(Auto)biografia e narrazione nella formazione ecclesiale
AICa - Fasano (12 marzo 2005)
COMUNITÀ CHE (SI) RACCONTANO
Autobiografia e formazione ecclesiale: verso un nuovo orientamento
teorico/pratico in teologia pastorale/scienze della formazione ecclesiale
Pio Zuppa
Premessa - Confrontandoci con la sensibilità, che va
progressivamente sviluppandosi in questi ultimi anni, specialmente nell'area
della pedagogia della formazione, è possibile intravedere orientamenti e
direzioni praticabili anche nei luoghi della formazione ecclesiale in atto. Si
tratta di modelli di formazione e di comunicazione attenti ai vissuti, alla
relazione, ai "racconti di vita", in definitiva alle persone in formazione, alla
loro esperienza e al "come" dare loro la parola in quanto veri soggetti di
formazione e di chiesa. Nel percorso che seguirò cercherò, innanzitutto, di
giustificare questo passaggio nei termini di una vera e propria svolta avvenuta
a livello di pensiero (la "svolta narrativa”) e, successivamente, di soffermarmi
sulle modalità che tale svolta può offrire all'interno delle comunità
cristiane, se accolta e ripensata metodologicamente in prospettiva
autobiografica (1’ “autobiografia come formazione”), perché esse diventino
contesti ecclesiali comunitari capaci di trasformare le esperienze in messaggio,
cioè - nella logica evangelica del "venite e vedete"[1] - "comunità che (si)
raccontano".
I. PERCHÉ LA NARRAZIONE? Ovvero la "svolta narrativa"
Dentro il panorama complessivo che - sia pure per abbozzi - è andato
delineandosi in anni recenti (a partire dagli ultimi due/tre decenni del secolo
scorso) attorno al paradigma narrativo, non è esclusa la riflessione
teologico-sistematica e pedagogico-pastorale. I primi e maggiori sviluppi
risalgono e vanno certamente accreditati - anche per le trasferenze e le
ripercussioni in altri ambiti scientifici - all'area storica e letteraria.
Senso e significati di una svolta
Tra gli orientamenti, prima ancora di decifrare una possibile mappa di
diramazioni d'interesse, nella
variegata e, per certi versi, difficile esplorazione attorno al paradigma della
narrazione:
– la "trans-versalità" euristica di un discorso nuovo orientato alla ricerca di
un futuro epistemologico metadisciplinare, meno occasionale e plurilinguistico
– la narrazione, come dimensione fondamentale e insopprimibile del pensiero
umano (J. Bruner)
– un modo diverso e nuovo di interpretare e impostare la realtà, di pensare ed
esprimere la globalità, orientato a creare nuovi spazi, per abitarli, per
definire nuovi ritmi e nuove appartenenze, per cogliere il loro aspetto
ambivalente, per accompagnare momenti di crisi e cercare nuovi sistemi di
orientamento.
Tra aspetti definienti e proprietà essenziali
Le quattro parole-chiave della narrazione:
– interpretazione
– attribuzione di senso
– connesione: ovvero la "trama" (plot)
– narrazione come azione
Prospettive, orientamenti, guadagni
– il ricorso alla persona e alla sua storia di vita
– l'attenzione ai processi comunicativi di natura simbolica
– la qualità prasseologica del pensiero, ovvero la riconciliazione tra pensiero
e realtà
– la formidabile capacità terapeutica
II. DENTRO LA PRASSI DELLA COMUNITÀ CRISTIANA. L' “autobiografia come
formazione"
C'è un rapporto strettissimo tra vita di fede e comunicazione della fede: la
prima si esprime necessariamente nella seconda e questa postula la prima. Il
vissuto della fede tende alla comunicazione della fede, e la comunicazione della
fede aumenta lo spessore della vita di fede: il primo servizio della fede è la
vita stessa di fede (B. Papa). Tra i tanti esempi rimane emblematico quello
dell'apostolo Paolo: "Testimoniare - scrive J.-N. Aletti - per lui significa
[...] raccontare l'itinerario di una conversione, di un amore ricevuto e
proclamato. La vita di Paolo è diventata testimonianza, perché raccontandola
egli rivela allo stesso tempo il perdono e l'amore del suo Signore: annunciarlo
significa allora raccontare ciò che gli è successo, il cammino suo, ecc.".
Non solo per gli altri, anzitutto per sé (Andragogia)
Ogni "racconto di sé" non lascia indifferenti; se di fatto non produce, quanto a
immediatezza, dei veri e propri cambiamenti, certamente ne provoca la
possibilità e la pensabilità. Riscoprire di avere una storia - e trovare le
parole per dir(se)la - attiva il processo del rimembrare e del ricordare.
Rigenera il senso di unicità, di autocostruzione nel tempo. Apre a "un futuro
potenzialmente diverso dal presente, un tempo della possibilità, della
realizzazione di sogni" (L. Formenti - I. Gamelli)). Acuisce la percezione del
sé, traduce ed esprime in concreto la possibilità di continuare ad apprendere,
di farlo motivatamente e, in definitiva, di cambiare.
Oltre all'istanza antropologica/pedagogica[2], vi troviamo declinate tra le
principali finalità che caratterizzano l'approccio autobiografico nella
formazione:
– metacognizione
– autoformazione
– motivazione
Apprendere dalla (esperienza della propria) vita: mistagogia
Ogni racconto di sé - come ogni (auto)biografia - è un'interpretazione mediata
della vita (A. Binz) e ciò ne costituisce, sul piano antropologico, la sua
dimensione comunicativa (CdA 1144 e 1151). Se trasferito alla vita cristiana,
l'approccio narrativo-autobiografico ci offre
- strumenti e percorsi concreti per mettere in atto quell'importante (ma tanto
disattesa) funzione mistagogica che, da sempre, la Chiesa è chiamata a
realizzare, sia pure con modalità e in forme diverse, per accompagnare nella
fede i cristiani di tutti i tempi
- una metodologia orientata a consolidare e rafforzare il credere, proprio
perché, in linea con le precedenti implicanze autoformative, in sostanza
favorisce l'apprendere dalla vita, e in particolare dalla propria esperienza di
vita
- una riconsiderazione genetica della cifra "testimoniale" in ordine alla
qualità dell'annuncio medesimo (EN 41)
- sul piano pedagogico-pastorale la rinnovata e necessaria attenzione a tutto
ciò che viene definito come "vissuto" all'interno del processo che accompagna il
credere nella vita di una persona: quella del rapporto fede-vita o
pensiero-vita, è una vexata quaestio che "non riguarda solo la teologia", o la
comunicazione della fede, ma rispecchia anche (ed esprime) "un rapporto
fondamentale ineliminabile (nessun pensiero è tanto `pensiero' da non avere
alcun rapporto con la vita)",[3] e d'altra parte il vissuto (Erlebnis), ogni
vissuto, se non diventa "esperienza" (Erfahrung), non raggiunge il senso, cioè
non prende valore effettivo di conoscenza/esperienza[4]
- il superamento sul piano teologico di una considerazione puramente "noetica"
della parola della fede, accompagnando la stessa riflessione teologica a
ricentrarsí positivamente sul rapporto pensiero-vita e a riqualificarsi anche
come "teologia vissuta" o "del vissuto" (NMI 27)
Ma soprattutto esiste un'affinità intrinseca tra racconti di vita ed esperienza
di fede che non è legata - necessariamente e unicamente - all'esigenza interna
di maturazione, di crescita e di apprendimento, tipica dei processi formativi
dell'età adulta. Raccontare la propria vita spirituale - sostiene Ambroise Binz
- fa parte integrante del processo di trasmissione della fede, in quanto "in
effetti per il credente la propria storia biografica si iscrive nello
svolgimento narrativo di una storia di salvezza messa per iscritto da
testimoni"[5]
In conclusione - La "svolta narratíva/autobiografica" dà, dunque, da pensare.
Per quanto inusuale e non immediatamente pensata dentro i laboratori del
pensiero teologico, ha forti radici teologiche, come ricordava Severino Dianich,
qualche anno fa, intervenendo in un convegno sulla "nuova evangelizzazione":
"Oltre che a raccontare Gesù, dovrò anche raccontare di me. Il mio sarà un atto
di evangelizzazione quando racconterò che credo che Gesù è risorto. E se credo
che egli è risorto, avrò anche da raccontare come la sua vita e la sua storia
contano per me. In una parola dovrò raccontare che io credo, raccontare la
storia della mia fede, raccontare che per la fede faccio certe cose, che
altrimenti non farei. Ecco che allora il discorso si allarga: dal puro Vangelo
al Vangelo recepito, vissuto e trasmesso.
Non si annuncia il Vangelo senza raccontare di Cristo e allo stesso tempo senza
raccontare di sé [...], perché si sa bene che quanto racconto di me non è
assoluto, è, può e deve essere un `discorso qualsiasi'. [...]
Tutto questo può apparire una specie di caduta di livello all'interno dell'atto
di evangelizzazione, (ma deve avvenire): non è forse questo un riprodursi
continuo, incessante, proprio della chiesa di Dio che si è fatto uomo, che entra
da uomo nel discorso umano, egli che è il Signore? [... ] Così ancora una volta
Dio si rivela al mondo nella sua kenosi continua"[6]
Riaffiora così, anche sul piano ecclesiologico-pastorale, una Chiesa che
comunica, affascina ed è stimata (cf At 2,47), non solo per quello che fa ma
anche per quello che è: una Chiesa cioè di "chiamati" (P.M. Zulehner), ovvero
una Chiesa che si racconta.
[1] Cf DEROITTE H., La catechesi liberata. Fondamenti per un
nuovo progetto catechistico, con pref. di G. Adier, LDC, Leumann (To) 2002, 68:
"La sua logica è quella del `venite e vedete'; la catechesi spiega quello che la
comunità vive, crede e celebra; non vi è catechesi senza il sostegno di comunità
vive".
[2] Dire di sé, sul piano formativo, non è un semplice esercizio di scrittura
finalizzato - come normalmente si pensa negli ambienti ecclesiali -
all'autocompiacimento. E' servizio alla persona, in primo luogo. Alla base vi è
declinato un preciso modello pedagogico che pone, al centro, il soggetto e la
sua storia di vita. E' un servizio alla persona, perché aiuta a riflettere e a
pensare, a fare memoria del passato ma anche a intuire (intus-legere) il futuro
nascosto tra le pieghe, non accolte, della propria esistenza. Cf Binz A. – Riber
R., Récits de vie, récits de pratique e leur place dans la formation, in AMER G.
(a cura), Récit de vie et pédagogie de groupe en formation pastoral, L'Harmattan,
Paris 1994, 31-37, qui 31 (cf anche p. 61).
[3] SORRENTINO D., Per una teologia del vissuto, in "Asprenas" 48, 2001,
219-223, qui 219.
[4] BINZ - SALZMANN, Formazione cristiana degli adulti, 133-135: "Vissuto,
esperienza e fede si incontrano", qui 134: "Gli avvenimenti e i fatti di vita
possono diventare autentiche esperienze umane soltanto nella misura in cui sono
scavati e approfonditi in un lavoro di lenta e lunga elaborazione riflessiva".
Cf anche BIEMMI E., Raccontarsi per vivere, in "Evangelizzare" 27, 1999,
158-161, in particolare 159-160 (="Un'esistenza, tre livelli"), dove afferma
che "il miglior modo per trovare il `senso' (come significato e come direzione)
della propria esistenza è dunque di raccontarla. E' proprio del racconto far
rivisitare i vissuti, ricuperarli come esperienza, far accedere al senso
profondo di un'esistenza".
[5] Binz A. Raccontaci la tua vita, in AA.VV., Nuovi patti di pace. Saggi per
Giovanni Catti nel settantesimo compleanno, Dehoniane, Bologna 1994, 53-70, qui
55.
[6] DIANICH S., Dare la parola al mondo: il mondo soggetto di evangelizzazione,
in AA.VV., Nuova evangelizzazione. La discussione - le proposte, a cura di E.
Franchini e O. Cattani, Dehoniane, Bologna 1990, 95-107, qui 104.
(Auto)biografia e formazione ecclesiale.
Seminario sulla importanza del pensiero narrativo
Luciano Meddi, da Settimana, 2005, 39,13, 5
Come facilitare il processo formativo all’interno della
comunità cristiana? E come favorire l’interiorizzazione del messaggio nella
evangelizzazione, nella catechesi e mistagogia? È stato questo l’interrogativo
che è servito di sfondo alla iniziativa realizzata sabato 12 marzo a Fasano (Br).
Il seminario ha visto coinvolte due realtà attente alla pastorale della nuova
evangelizzazione. Da una parte l’Istituto Pastorale Pugliese e dall’altra l’Aica
(Associazione dei catecheti italiani). La conclusione finale ha messo in
evidenza la positività che la pastorale avrebbe nella introduzione a tutti i
livelli di una prassi formativa che tenga conto degli sviluppi della cosiddetta
“pratica (auto)biografica”.
Per una “ecologia formativa”. Oltre la separazione tra istruzione e vita.
La prima riflessione è stata offerta dal. Prof. V.A. Baldassarre[1]. Riferendosi
anche a riflessioni francesi e alla scuola dell’italiano D. Demetrio, ha messo
in evidenza il tema “vita come paradigma”. Il ricorso alla autobiografia nella
ricerca pedagogica e alla prassi formativa contemporanea è stato reso necessario
– ha sostenuto –della necessità di superare l’oggettivazione della scienza
propria del periodo moderno. L’approccio oggettivo al sapere, infatti, tra i
molti meriti è stato anche la causa della separazione tra soggetto e oggetto con
la conseguente difficoltà a realizzare una interiorizzazione delle conoscenze e
quindi un adeguato processo formativo. Questo vale anche per i saperi religiosi.
Oggi sentiamo il bisogno di recuperare l’unitarietà tra mente e corpo. Questo
obiettivo può essere definito con l’espressione “processo ecologico” della
formazione.
Il superamento di tale separazione è lo scopo che si prefigge l’introduzione del
metodo biografico nella pedagogia. Esso tende a recuperare “il senso” che
ciascuno vive nell’incontro con l’alterità. Esso ricostruisce, ricompone, la
trama delle relazioni per comprendere e riprogettare se stessi. Ne deriva una
pratica formativa-biografica che tende a “mettere di fronte”, in ricerca, in
stile di autoformazione, il soggetto del cammino. È una pratica con momenti
precisi: la descrizione della continuità/discontinuità con gli avvenimenti, la
ricorsività e le corrispondenze dei fatti, la continua alternanza tra i
soggetti: io/tu; qui/oltre; dentro/fuori.
La ricerca biografica ha come contenuto le diverse dimensioni della vita umana.
In questo processo la persona è chiamata a compredere le sue proprie apicalità
(i momenti, eventi, esperienze) che appaiono davvero decisivi per la condotta
della persona stessa. Al tempo stesso deve metter a fuoco le salienze
biografiche, ovvero i momenti più incisivi della vita. Tale processo si pone
formalmente quattro aree di obiettivi: osservare e prender coscienza i propri
sistemi metacognitivi (le teorie che presiedono al proprio agire), in secondo
luogo dare forma cosciente alla propria identità, in terzo luogo motivare in
profondità l’apprendere e il decidere di se stessi. Infine si realizza una
attività euristica capace di spiegare e interpretare la propria “teoria
soggettiva” con lo scopo preciso di confrontarla con la realtà e operare una
trasformazione della persona traendo fuori dalla propria “latenza” tutte le
potenzialità che ciascuno possiede.
In questo processo non viene meno la figura della guida. Il maestro non è
escluso, ma certamente la sua funzione viene ridefinita e ricollocata in ordine
all’obiettivo della presa di coscienza della propria biografia.
La pratica biografica Il prof. Schettini[2] ha
sottolineato maggiormente il tema della metodica della biografia. Per rispondere
a tale interesse la sua relazione (“le memorie dell’uomo”) ha preso le mosse
dalla analisi del funzionamento e dell’esercizio della memoria umana. Essa è
costituita dall’insieme delle possibilità della vita e della storia degli
individui. Agisce dentro di noi attraverso le strutture della codificazione
temporale e dell’insieme dei temi vitali. Questo deposito compone la continuità
del sé ma anche la possibilità della sua dimensione riflessiva. Si potrebbe
affermare che si compone di una capacità dichiarativa (capacità di esprimere
maggiormente la dimensione della continuità biografica) e non dichiarativa (la
dimensione più attenta alle strutture e alle modalità dell’agire). A ben vedere
la memoria rappresenta il luogo, il contenuto e il medium del processo
biografico-autobiografico.
Seguendo riflessioni di diversi autori il relatore ha mostrato come l’esercizio
della memoria guida l’interiorizzazione attraverso il processo biografico. Il
primo momento dell’itinerario consiste nel raggiungimento della autologia ovvero
l’esercizio del dialogo interiore. Segue il momento della autografia ovvero la
scrittura di brevi brani che parlano di se stessi. Questo porta al livello della
autobiografia cioè la capacità di descrizione della propria vita passata o in
atto. Finalmente il livello della autobiologia ovvero l’attività di
auto-organizzazione mentale e vitale. Questa pratica favorisce il perseguimento
dell’aumento della stima necessaria al processo formativo. Più esattamente si
para di autostima, di eterostima ed esostima (la stima ottenutola dall’incontro
con l’alterità).
I possibili collegamenti tra queste impostazioni e la pratica formativa nel
campo della comunicazione della fede sono facilmente intuibili.
Comunità che (si) raccontano
È stato il prof. Pio Zuppa[3] a spostare la riflessione sul
piano della riflessione ecclesiale per evidenziare nella pratica
(auto)biografica nuove potenzialità per l’orientamento della formazione
ecclesiale. Egli vede nei modelli di formazione e comunicazione attenti ai
vissuti, alle relazioni, ai “racconti di vita”, cioè alle persone, alle loro
esperienze e ai modi di dare loro parola, una grande possibilità per la
pastorale missionaria. Si tratta di una opportunità che nasce dalla “svolta
narrativa” nata già da qualche decennio all’interno nella teologia dogmatica e
biblica che, se accolta e ripensata metodologicamente in prospettiva biografica,
rende le comunità e gli operatori pastorali capaci di una nuova competenza
comunicativa e trasformativa.
Questa svolta appare epocale e la sua significazione è mostrata anche dalla
“trasversalità” degli interessi che incontra. La narratività sembra coinvolgere
in modo insospettato discipline e pratiche umane tra le più lontane. Forse
perché, citando lo psicologo J. Bruner, essa rappresenta una dimensione
insopprimibile e fondamentale del pensiero umano. La pratica narrativa inoltre
sembra aprire a livelli di interpretazione e di azione della/sulla realtà,
nuovi: essa crea spazi, ritmi, appartenenze e sistemi di orientamento. È dunque
una “cifra” per comprendere l’universo antropologico. La narratività è
strutturalmente composta da 4 aspetti. Essa è interpretazione (e non solo
messaggio!) quindi è una precisa attribuzione di senso. Stabilisce connessione
(fino a realizzare una/la trama degli avvenimenti) e quindi è portatrice di vera
azione e trasformazione.
L’incontro tra pratica narrativa (e metodi autobiografici) e l’agire pastorale è
davvero fecondo. Innanzitutto perché permette di rendere la persona davvero
capace di sviluppo, orientamento e progettazione della propria vita. È quindi
importante a livello della costruzione della apertura del destinatario
all’annuncio evangelico. In secondo luogo queste metodologie possono dare un
contenuto adeguato al bisogno di mistagogia proprio del nostro tempo. Se
trasferito alla vita cristiana l’approccio narrativo-autobiografico permette di:
avere strumenti e percorsi concreti per la catechesi post-battesimale
soprattutto nel versante dell’accompagnamento verso la maturità di fede; di
favorire la profondizzazione nella propria esperienza di vita della formazione
precedente; permette di sviluppare presso le comunità quella necessità di
testimonianza spesso sottolineata (EN 41). In buona sostanza permette di
realizzare l’ideale del rapporto conoscenza/esperienza o della integrazione
fede/vita e fede/cultura. Ideali, quindi, di chiara trasformazione della propria
esistenza. Pratiche di formazione autobiografica
Il seminario ha permesso di rileggere in questa prospettiva alcune recenti
esperienze realizzate dall’Istituto pastorale pugliese. Diversi relatori[4]
hanno messo in evidenza come lo studio e la sperimentazione delle pratiche
autobiografiche (e più in generale degli strumenti della formazione) hanno
favorito nell’ultimo quinquennio la buona riuscita di percorsi formativi
destinati sia al clero che ai religiosi e ai laici in molte realtà ecclesiali
della Puglia. Va sottolineato a tale proposito il recente percorso formativo per
Guide di Comunità che ha portato in due anni un gruppo di sacerdoti ad una
notevole consapevolezza e capacità di interpretazione del proprio vissuto
pastorale. Tutto questo con notevole impatto nella capacità missionaria.
Questo seminario ha visto il coinvolgimento anche di un’altra realtà ecclesiale:
l’associazione italiana catecheti (AICa). Esso si colloca infatti all’interno
del percorso di riflessione che tale associazione compone da diversi anni sul
tema “catechesi e formazione”. In primo luogo è stata fatta una rilettura del
Documento Base che guida dal 1970 la catechesi italiana, un approfondimento
della condizione culturale segnata dal passaggio dalla modernità alla
post-modernità [2000].
Successivamente si sono studiati attentamente i grandi modelli catechistici del
passato e analizzato le prospettive che, anche a livello mondiale, sono emerse
nel post-concilio [2001]. Si è posto al centro della riflessione per un futuro
modello formativo che accompagni l’annuncio della proposta cristiana e la
maturità della fede, la realtà del destinatario e della sua alterità come via
principe per ogni missione che voglia essere significativa per la persona
[2002]. Il cammino è pervenuto, quindi, ad una rilettura degli elementi che
compongono il processo formativo proprio della catechesi italiana [2003]. Tale
ricerca si sta realizzando in questo anno attraverso una serie di laboratori di
confronto decentrati nel territorio. Gli argomenti svolti o in fase di
svolgimento sono: la analisi della competenza formativa dei catechisti, il
confronto con le pratiche formative delle altre grandi religioni, l’analisi
delle implicazioni antropologiche della formazione, il confronto tra il progetto
catechistico italiano e le prospettive nate dalla iniziazione cristiana, il
ruolo formativo della comunicazione mass-mediale. Tutto confluirà in un
convegno nel prossimo fine settembre[5].
[1] Direttore del Dipartimento di Scienze
dell’educazione, ordinario di Pedagogia sperimentale all’Università di Bari,
professore presso l’ISSR di Bari.
[2] B. Schettini è associato di pedagogia generale e sociale alla Seconda
Università di Napoli; si interessa da tempo di educazione degli adulti e
pedagogia del ciclo di vita.
[3] Incaricato di Teologia Pastorale e Pedagogia presso l’Istituto Teologico
Pugliese di Molfetta.
[4] Angelo Sabatelli (psicoterapeuta e incaricato di Psicopedagogia presso
l’Istituto teologico pugliese), Marta Lobascio (incaricata di Pedagogia presso
lo stesso istituto), Sandro Ramirez (ordinario di ecclesiologia presso Isr di
conversano).
[5] Informazioni sulle iniziative e documentazione sulle riflessioni si trovano
in www.catechetica.it |