Seminari 2004

Formazione e catechesi

(Auto)biografia e narrazione nella formazione ecclesiale

AICa - Fasano (12 marzo 2005)

 

COMUNITÀ CHE (SI) RACCONTANO
Autobiografia e formazione ecclesiale: verso un nuovo orientamento teorico/pratico in teologia pastorale/scienze della formazione ecclesiale

Pio Zuppa

Premessa - Confrontandoci con la sensibilità, che va progressivamente sviluppandosi in questi ultimi anni, specialmente nell'area della pedagogia della formazione, è possibile intravedere orientamenti e direzioni praticabili anche nei luoghi della formazione ecclesiale in atto. Si tratta di modelli di formazione e di comunicazione attenti ai vissuti, alla relazione, ai "racconti di vita", in definitiva alle persone in formazione, alla loro esperienza e al "come" dare loro la parola in quanto veri soggetti di formazione e di chiesa. Nel percorso che seguirò cercherò, innanzitutto, di giustificare questo passaggio nei termini di una vera e propria svolta avvenuta a livello di pensiero (la "svolta narrativa”) e, successivamente, di soffermarmi sulle modali­tà che tale svolta può offrire all'interno delle comunità cristiane, se accolta e ripensata metodologicamente in prospettiva autobiografica (1’ “autobiografia come formazione”), perché esse diventino contesti ecclesiali comunitari capaci di trasformare le esperienze in messaggio, cioè - nella logica evangelica del "venite e vedete"[1] - "comunità che (si) raccontano".

I. PERCHÉ LA NARRAZIONE? Ovvero la "svolta narrativa"

Dentro il panorama complessivo che - sia pure per abbozzi - è andato delineandosi in anni recenti (a partire dagli ultimi due/tre decenni del secolo scorso) attorno al paradigma narrativo, non è esclusa la riflessione teologico-sistematica e pedagogico-pastorale. I primi e maggiori sviluppi risalgono e vanno certamente accreditati - anche per le trasferenze e le ripercussioni in altri ambiti scientifici - all'area storica e letteraria.

Senso e significati di una svolta

Tra gli orientamenti, prima ancora di decifrare una possibile mappa di diramazioni d'interesse, nella

variegata e, per certi versi, difficile esplorazione attorno al paradigma della narrazione:

– la "trans-versalità" euristica di un discorso nuovo orientato alla ricerca di un futuro epistemologico metadisciplinare, meno occasionale e plurilinguistico

– la narrazione, come dimensione fondamentale e insopprimibile del pensiero umano (J. Bruner)

– un modo diverso e nuovo di interpretare e impostare la realtà, di pensare ed esprimere la globalità, orientato a creare nuovi spazi, per abitarli, per definire nuovi ritmi e nuove appartenenze, per cogliere il loro aspetto ambivalente, per accompagnare momenti di crisi e cercare nuovi sistemi di orientamento.

Tra aspetti definienti e proprietà essenziali

Le quattro parole-chiave della narrazione:

– interpretazione

– attribuzione di senso

– connesione: ovvero la "trama" (plot)

– narrazione come azione

Prospettive, orientamenti, guadagni

– il ricorso alla persona e alla sua storia di vita

– l'attenzione ai processi comunicativi di natura simbolica

– la qualità prasseologica del pensiero, ovvero la riconciliazione tra pensiero e realtà

– la formidabile capacità terapeutica

II. DENTRO LA PRASSI DELLA COMUNITÀ CRISTIANA. L' “autobiografia come formazione"

C'è un rapporto strettissimo tra vita di fede e comunicazione della fede: la prima si esprime necessariamente nella seconda e questa postula la prima. Il vissuto della fede tende alla comunicazione della fede, e la comunicazione della fede aumenta lo spessore della vita di fede: il primo servizio della fede è la vita stessa di fede (B. Papa). Tra i tanti esempi rimane emblematico quello dell'apostolo Paolo: "Testimoniare - scrive J.-N. Aletti - per lui significa [...] raccontare l'itinerario di una conversione, di un amore ricevuto e proclamato. La vita di Paolo è diventata testimonianza, perché raccontandola egli rivela allo stesso tempo il perdono e l'amore del suo Signore: annunciarlo significa allora raccontare ciò che gli è successo, il cammino suo, ecc.".

Non solo per gli altri, anzitutto per sé (Andragogia)

Ogni "racconto di sé" non lascia indifferenti; se di fatto non produce, quanto a immediatezza, dei veri e propri cambiamenti, certamente ne provoca la possibilità e la pensabilità. Riscoprire di avere una storia - e trovare le parole per dir(se)la - attiva il processo del rimembrare e del ricordare. Rigenera il senso di unicità, di autocostruzione nel tempo. Apre a "un futuro potenzialmente diverso dal presente, un tempo della possibilità, della realizzazione di sogni" (L. Formenti - I. Gamelli)). Acuisce la percezione del sé, traduce ed esprime in concreto la possibilità di continuare ad apprendere, di farlo motivatamente e, in definitiva, di cambiare.

Oltre all'istanza antropologica/pedagogica[2], vi troviamo declinate tra le principali finalità che caratterizzano l'approccio autobiografico nella formazione:

– metacognizione

– autoformazione

– motivazione

Apprendere dalla (esperienza della propria) vita: mistagogia

Ogni racconto di sé - come ogni (auto)biografia - è un'interpretazione mediata della vita (A. Binz) e ciò ne costituisce, sul piano antropologico, la sua dimensione comunicativa (CdA 1144 e 1151). Se trasferito alla vita cristiana, l'approccio narrativo-autobiografico ci offre

- strumenti e percorsi concreti per mettere in atto quell'importante (ma tanto disattesa) funzione mistagogica che, da sempre, la Chiesa è chiamata a realizzare, sia pure con modalità e in forme diverse, per accompagnare nella fede i cristiani di tutti i tempi

- una metodologia orientata a consolidare e rafforzare il credere, proprio perché, in linea con le precedenti implicanze autoformative, in sostanza favorisce l'apprendere dalla vita, e in particolare dalla propria esperienza di vita

- una riconsiderazione genetica della cifra "testimoniale" in ordine alla qualità dell'annuncio medesimo (EN 41)

- sul piano pedagogico-pastorale la rinnovata e necessaria attenzione a tutto ciò che viene definito come "vissuto" all'interno del processo che accompagna il credere nella vita di una persona: quella del rapporto fede-vita o pensiero-vita, è una vexata quaestio che "non riguarda solo la teologia", o la comunicazione della fede, ma rispecchia anche (ed esprime) "un rapporto fondamentale ineliminabile (nessun pensiero è tanto `pensiero' da non avere alcun rapporto con la vita)",[3] e d'altra parte il vissuto (Erlebnis), ogni vissuto, se non diventa "esperienza" (Erfahrung), non raggiunge il senso, cioè non prende valore effettivo di conoscenza/esperienza[4]

- il superamento sul piano teologico di una considerazione puramente "noetica" della parola della fede, accompagnando la stessa riflessione teologica a ricentrarsí positivamente sul rapporto pensiero-vita e a riqualificarsi anche come "teologia vissuta" o "del vissuto" (NMI 27)

Ma soprattutto esiste un'affinità intrinseca tra racconti di vita ed esperienza di fede che non è legata - necessariamente e unicamente - all'esigenza interna di maturazione, di crescita e di apprendimento, tipica dei processi formativi dell'età adulta. Raccontare la propria vita spirituale - sostiene Ambroise Binz - fa parte integrante del processo di trasmissione della fede, in quanto "in effetti per il credente la propria storia biografica si iscrive nello svolgimento narrativo di una storia di salvezza messa per iscritto da testimoni"[5]

In conclusione - La "svolta narratíva/autobiografica" dà, dunque, da pensare. Per quanto inusuale e non immediatamente pensata dentro i laboratori del pensiero teologico, ha forti radici teologiche, come ricordava Severino Dianich, qualche anno fa, intervenendo in un convegno sulla "nuova evangelizzazione":

"Oltre che a raccontare Gesù, dovrò anche raccontare di me. Il mio sarà un atto di evangelizzazione quando racconterò che credo che Gesù è risorto. E se credo che egli è risorto, avrò anche da raccontare come la sua vita e la sua storia contano per me. In una parola dovrò raccontare che io credo, raccontare la storia della mia fede, raccontare che per la fede faccio certe cose, che altrimenti non farei. Ecco che allora il discorso si allarga: dal puro Vangelo al Vangelo recepito, vissuto e trasmesso.

Non si annuncia il Vangelo senza raccontare di Cristo e allo stesso tempo senza raccontare di sé [...], perché si sa bene che quanto racconto di me non è assoluto, è, può e deve essere un `discorso qualsiasi'. [...]

Tutto questo può apparire una specie di caduta di livello all'interno dell'atto di evangelizzazione, (ma deve avvenire): non è forse questo un riprodursi continuo, incessante, proprio della chiesa di Dio che si è fatto uomo, che entra da uomo nel discorso umano, egli che è il Signore? [... ] Così ancora una volta Dio si rivela al mondo nella sua kenosi continua"[6]

Riaffiora così, anche sul piano ecclesiologico-pastorale, una Chiesa che comunica, affascina ed è stimata (cf At 2,47), non solo per quello che fa ma anche per quello che è: una Chiesa cioè di "chiamati" (P.M. Zulehner), ovvero una Chiesa che si racconta.

 

[1] Cf DEROITTE H., La catechesi liberata. Fondamenti per un nuovo progetto catechistico, con pref. di G. Adier, LDC, Leumann (To) 2002, 68: "La sua logica è quella del `venite e vedete'; la catechesi spiega quello che la comunità vive, crede e celebra; non vi è catechesi senza il sostegno di comunità vive".

[2] Dire di sé, sul piano formativo, non è un semplice esercizio di scrittura finalizzato - come normalmente si pensa negli ambienti ecclesiali - all'autocompiacimento. E' servizio alla persona, in primo luogo. Alla base vi è declinato un preciso modello pedagogico che pone, al centro, il soggetto e la sua storia di vita. E' un servizio alla persona, perché aiuta a riflettere e a pensare, a fare memoria del passato ma anche a intuire (intus-legere) il futuro nascosto tra le pieghe, non accolte, della propria esistenza. Cf Binz A. – Riber R., Récits de vie, récits de pratique e leur place dans la formation, in AMER G. (a cura), Récit de vie et pédagogie de groupe en formation pastoral, L'Harmattan, Paris 1994, 31-37, qui 31 (cf anche p. 61).

[3] SORRENTINO D., Per una teologia del vissuto, in "Asprenas" 48, 2001, 219-223, qui 219.

[4] BINZ - SALZMANN, Formazione cristiana degli adulti, 133-135: "Vissuto, esperienza e fede si incontrano", qui 134: "Gli avvenimenti e i fatti di vita possono diventare autentiche esperienze umane soltanto nella misura in cui sono scavati e approfonditi in un lavoro di lenta e lunga elaborazione riflessiva". Cf anche BIEMMI E., Raccontarsi per vivere, in "Evangelizzare" 27, 1999, 158­-161, in particolare 159-160 (="Un'esistenza, tre livelli"), dove afferma che "il miglior modo per trovare il `senso' (come significato e come direzione) della propria esistenza è dunque di raccontarla. E' proprio del racconto far rivisitare i vissuti, ricuperarli come esperienza, far accedere al senso profondo di un'esistenza".

[5] Binz A. Raccontaci la tua vita, in AA.VV., Nuovi patti di pace. Saggi per Giovanni Catti nel settantesimo compleanno, Dehoniane, Bologna 1994, 53-70, qui 55.

[6] DIANICH S., Dare la parola al mondo: il mondo soggetto di evangelizzazione, in AA.VV., Nuova evangelizzazione. La discussione - le proposte, a cura di E. Franchini e O. Cattani, Dehoniane, Bologna 1990, 95-107, qui 104.

 

(Auto)biografia e formazione ecclesiale.
Seminario sulla importanza del pensiero narrativo

Luciano Meddi, da Settimana, 2005, 39,13, 5

 

Come facilitare il processo formativo all’interno della comunità cristiana? E come favorire l’interiorizzazione del messaggio nella evangelizzazione, nella catechesi e mistagogia? È stato questo l’interrogativo che è servito di sfondo alla iniziativa realizzata sabato 12 marzo a Fasano (Br). Il seminario ha visto coinvolte due realtà attente alla pastorale della nuova evangelizzazione. Da una parte l’Istituto Pastorale Pugliese e dall’altra l’Aica (Associazione dei catecheti italiani). La conclusione finale ha messo in evidenza la positività che la pastorale avrebbe nella introduzione a tutti i livelli di una prassi formativa che tenga conto degli sviluppi della cosiddetta “pratica (auto)biografica”.

Per una “ecologia formativa”. Oltre la separazione tra istruzione e vita.

La prima riflessione è stata offerta dal. Prof. V.A. Baldassarre[1]. Riferendosi anche a riflessioni francesi e alla scuola dell’italiano D. Demetrio, ha messo in evidenza il tema “vita come paradigma”. Il ricorso alla autobiografia nella ricerca pedagogica e alla prassi formativa contemporanea è stato reso necessario – ha sostenuto –della necessità di superare l’oggettivazione della scienza propria del periodo moderno. L’approccio oggettivo al sapere, infatti, tra i molti meriti è stato anche la causa della separazione tra soggetto e oggetto con la conseguente difficoltà a realizzare una interiorizzazione delle conoscenze e quindi un adeguato processo formativo. Questo vale anche per i saperi religiosi. Oggi sentiamo il bisogno di recuperare l’unitarietà tra mente e corpo. Questo obiettivo può essere definito con l’espressione “processo ecologico” della formazione.

Il superamento di tale separazione è lo scopo che si prefigge l’introduzione del metodo biografico nella pedagogia. Esso tende a recuperare “il senso” che ciascuno vive nell’incontro con l’alterità. Esso ricostruisce, ricompone, la trama delle relazioni per comprendere e riprogettare se stessi. Ne deriva una pratica formativa-biografica che tende a “mettere di fronte”, in ricerca, in stile di autoformazione, il soggetto del cammino. È una pratica con momenti precisi: la descrizione della continuità/discontinuità con gli avvenimenti, la ricorsività e le corrispondenze dei fatti, la continua alternanza tra i soggetti: io/tu; qui/oltre; dentro/fuori.

La ricerca biografica ha come contenuto le diverse dimensioni della vita umana. In questo processo la persona è chiamata a compredere le sue proprie apicalità (i momenti, eventi, esperienze) che appaiono davvero decisivi per la condotta della persona stessa. Al tempo stesso deve metter a fuoco le salienze biografiche, ovvero i momenti più incisivi della vita. Tale processo si pone formalmente quattro aree di obiettivi: osservare e prender coscienza i propri sistemi metacognitivi (le teorie che presiedono al proprio agire), in secondo luogo dare forma cosciente alla propria identità, in terzo luogo motivare in profondità l’apprendere e il decidere di se stessi. Infine si realizza una attività euristica capace di spiegare e interpretare la propria “teoria soggettiva” con lo scopo preciso di confrontarla con la realtà e operare una trasformazione della persona traendo fuori dalla propria “latenza” tutte le potenzialità che ciascuno possiede.

In questo processo non viene meno la figura della guida. Il maestro non è escluso, ma certamente la sua funzione viene ridefinita e ricollocata in ordine all’obiettivo della presa di coscienza della propria biografia.

La pratica biografica

Il prof. Schettini[2] ha sottolineato maggiormente il tema della metodica della biografia. Per rispondere a tale interesse la sua relazione (“le memorie dell’uomo”) ha preso le mosse dalla analisi del funzionamento e dell’esercizio della memoria umana. Essa è costituita dall’insieme delle possibilità della vita e della storia degli individui. Agisce dentro di noi attraverso le strutture della codificazione temporale e dell’insieme dei temi vitali. Questo deposito compone la continuità del sé ma anche la possibilità della sua dimensione riflessiva. Si potrebbe affermare che si compone di una capacità dichiarativa (capacità di esprimere maggiormente la dimensione della continuità biografica) e non dichiarativa (la dimensione più attenta alle strutture e alle modalità dell’agire). A ben vedere la memoria rappresenta il luogo, il contenuto e il medium del processo biografico-autobiografico.

Seguendo riflessioni di diversi autori il relatore ha mostrato come l’esercizio della memoria guida l’interiorizzazione attraverso il processo biografico. Il primo momento dell’itinerario consiste nel raggiungimento della autologia ovvero l’esercizio del dialogo interiore. Segue il momento della autografia ovvero la scrittura di brevi brani che parlano di se stessi. Questo porta al livello della autobiografia cioè la capacità di descrizione della propria vita passata o in atto. Finalmente il livello della autobiologia ovvero l’attività di auto-organizzazione mentale e vitale. Questa pratica favorisce il perseguimento dell’aumento della stima necessaria al processo formativo. Più esattamente si para di autostima, di eterostima ed esostima (la stima ottenutola dall’incontro con l’alterità).

I possibili collegamenti tra queste impostazioni e la pratica formativa nel campo della comunicazione della fede sono facilmente intuibili.

Comunità che (si) raccontano

È stato il prof. Pio Zuppa[3] a spostare la riflessione sul piano della riflessione ecclesiale per evidenziare nella pratica (auto)biografica nuove potenzialità per l’orientamento della formazione ecclesiale. Egli vede nei modelli di formazione e comunicazione attenti ai vissuti, alle relazioni, ai “racconti di vita”, cioè alle persone, alle loro esperienze e ai modi di dare loro parola, una grande possibilità per la pastorale missionaria. Si tratta di una opportunità che nasce dalla “svolta narrativa” nata già da qualche decennio all’interno nella teologia dogmatica e biblica che, se accolta e ripensata metodologicamente in prospettiva biografica, rende le comunità e gli operatori pastorali capaci di una nuova competenza comunicativa e trasformativa.

Questa svolta appare epocale e la sua significazione è mostrata anche dalla “trasversalità” degli interessi che incontra. La narratività sembra coinvolgere in modo insospettato discipline e pratiche umane tra le più lontane. Forse perché, citando lo psicologo J. Bruner, essa rappresenta una dimensione insopprimibile e fondamentale del pensiero umano. La pratica narrativa inoltre sembra aprire a livelli di interpretazione e di azione della/sulla realtà, nuovi: essa crea spazi, ritmi, appartenenze e sistemi di orientamento. È dunque una “cifra” per comprendere l’universo antropologico. La narratività è strutturalmente composta da 4 aspetti. Essa è interpretazione (e non solo messaggio!) quindi è una precisa attribuzione di senso. Stabilisce connessione (fino a realizzare una/la trama degli avvenimenti) e quindi è portatrice di vera azione e trasformazione.

L’incontro tra pratica narrativa (e metodi autobiografici) e l’agire pastorale è davvero fecondo. Innanzitutto perché permette di rendere la persona davvero capace di sviluppo, orientamento e progettazione della propria vita. È quindi importante a livello della costruzione della apertura del destinatario all’annuncio evangelico. In secondo luogo queste metodologie possono dare un contenuto adeguato al bisogno di mistagogia proprio del nostro tempo. Se trasferito alla vita cristiana l’approccio narrativo-autobiografico permette di: avere strumenti e percorsi concreti per la catechesi post-battesimale soprattutto nel versante dell’accompagnamento verso la maturità di fede; di favorire la profondizzazione nella propria esperienza di vita della formazione precedente; permette di sviluppare presso le comunità quella necessità di testimonianza spesso sottolineata (EN 41). In buona sostanza permette di realizzare l’ideale del rapporto conoscenza/esperienza o della integrazione fede/vita e fede/cultura. Ideali, quindi, di chiara trasformazione della propria esistenza.

Pratiche di formazione autobiografica

Il seminario ha permesso di rileggere in questa prospettiva alcune recenti esperienze realizzate dall’Istituto pastorale pugliese. Diversi relatori[4] hanno messo in evidenza come lo studio e la sperimentazione delle pratiche autobiografiche (e più in generale degli strumenti della formazione) hanno favorito nell’ultimo quinquennio la buona riuscita di percorsi formativi destinati sia al clero che ai religiosi e ai laici in molte realtà ecclesiali della Puglia. Va sottolineato a tale proposito il recente percorso formativo per Guide di Comunità che ha portato in due anni un gruppo di sacerdoti ad una notevole consapevolezza e capacità di interpretazione del proprio vissuto pastorale. Tutto questo con notevole impatto nella capacità missionaria.

Questo seminario ha visto il coinvolgimento anche di un’altra realtà ecclesiale: l’associazione italiana catecheti (AICa). Esso si colloca infatti all’interno del percorso di riflessione che tale associazione compone da diversi anni sul tema “catechesi e formazione”. In primo luogo è stata fatta una rilettura del Documento Base che guida dal 1970 la catechesi italiana, un approfondimento della condizione culturale segnata dal passaggio dalla modernità alla post-modernità [2000].

Successivamente si sono studiati attentamente i grandi modelli catechistici del passato e analizzato le prospettive che, anche a livello mondiale, sono emerse nel post-concilio [2001]. Si è posto al centro della riflessione per un futuro modello formativo che accompagni l’annuncio della proposta cristiana e la maturità della fede, la realtà del destinatario e della sua alterità come via principe per ogni missione che voglia essere significativa per la persona [2002]. Il cammino è pervenuto, quindi, ad una rilettura degli elementi che compongono il processo formativo proprio della catechesi italiana [2003]. Tale ricerca si sta realizzando in questo anno attraverso una serie di laboratori di confronto decentrati nel territorio. Gli argomenti svolti o in fase di svolgimento sono: la analisi della competenza formativa dei catechisti, il confronto con le pratiche formative delle altre grandi religioni, l’analisi delle implicazioni antropologiche della formazione, il confronto tra il progetto catechistico italiano e le prospettive nate dalla iniziazione cristiana, il ruolo formativo della comunicazione mass-mediale. Tutto confluirà in un convegno nel prossimo fine settembre[5].

 

[1] Direttore del Dipartimento di Scienze dell’educazione, ordinario di Pedagogia sperimentale all’Università di Bari, professore presso l’ISSR di Bari.

[2] B. Schettini è associato di pedagogia generale e sociale alla Seconda Università di Napoli; si interessa da tempo di educazione degli adulti e pedagogia del ciclo di vita.

[3] Incaricato di Teologia Pastorale e Pedagogia presso l’Istituto Teologico Pugliese di Molfetta.

[4] Angelo Sabatelli (psicoterapeuta e incaricato di Psicopedagogia presso l’Istituto teologico pugliese), Marta Lobascio (incaricata di Pedagogia presso lo stesso istituto), Sandro Ramirez (ordinario di ecclesiologia presso Isr di conversano).

[5] Informazioni sulle iniziative e documentazione sulle riflessioni si trovano in www.catechetica.it