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Una continuità nella novità
Il prossimo convegno dell’AICa tocca
una problematica apparentemente nuova, ma di fatto in stretta connessione con
la riflessione degli ultimi anni. Il convegno del 2000, Il Documento Base e il
futuro della catechesi in Italia, ha preso atto del rinnovamento catechistico
sviluppasi in Italia a partire dal 1970, ma ha pure messo in evidenza le nuove
esigenze e sollecitazioni poste da un contesto mutato. Nel convegno del 2001
con il tema Cristiani per scelta si è focalizzata la necessità di pensare un
nuovo modello di catechesi, ma contemporaneamente si è messo a fuoco il
bisogno di trovare nuovi percorsi per trasmettere la fede. Il tema dello
scorso anno, A partire dall’altro è ancora nella mente di quanti hanno
partecipato ma risulta molto evocativo anche per chi non ha avuto la
possibilità di presenziare fisicamente. La riflessione ha aperto la necessità
di pensare la realtà catechistica valorizzando pienamente la persona.
E’ dentro queste istanze che si innesta il tema della formazione, per aiutare
gli operatori a diventare capaci di una proposta adeguata alle mutate
situazioni. In generale le sollecitazioni dei convegni catechistici, le
inchieste, l’impegno formativo delle chiese locali hanno avuto il grande
merito di fare quasi da cassa di risonanza non solo per il clima che si
respirava nella chiesa, ma anche per le radicali trasformazioni che sono
avvenute nella società e che obbligavano la catechesi a mettersi in
discussione per tentare di trovare una risposta adeguata alle esigenze dei
tempi. Il formatore interpellato
Oggi il rapporto con la religione è
concepito come un aiuto alla ricerca di una migliore qualità della vita e di
un senso complessivo da dare alle vicende umane. Fa fede ciò che produce senso
e produce senso ciò che fa vivere. Si salvano quindi i valori, quali la
libertà, il rispetto, la tolleranza, il senso di responsabilità, la pace, la
valorizzazione degli esclusi, creando una sorta di monoteismo dei valori quale
nuovo deposito del sacro.
L’appartenenza istituzionale è comunque in questione, sia per l’istituzione
religiosa, sia in generale. Ma non è una crisi totale, l’individuo infatti
pone in essa speranze ambivalenti; cerca sostegno, protezione, assistenza, ma
anche libertà e non contraddizione. Si criticano le istituzioni, le si tengono
a distanza, ma servono poi come punto di riferimento.
Apparentemente questo mondo in piena evoluzione diventa sempre più freddo,
indifferente e sordo alle ragioni del vivere che gli offre il cristianesimo,
come se quest’ultimo avesse perduto le parole giuste per parlare all’uomo
contemporaneo. Per districarsi nel labirinto delle possibili cause, vale la
pena pensare alla figura del formatore.
AICa convegno 2003 Proprio la chiusura soggettiva che minaccia i formatori
figli di questo nostro tempo ricorda come sia importante la prospettiva ecclesiologica. Per questo è necessario che i formatori acquisiscano una vera
coscienza di appartenenza alla Chiesa e che percepiscano il loro ruolo nel
contesto del progetto pastorale della loro Chiesa. Non a caso l’esperienza
mostra che uno degli ostacoli più forti per gli operatori pastorali impegnati
in un processo di formazione trova le sua radici in questo fatto. E’ facile
sentir dire alla fine di una formazione vissuta in uno stile stimolante: “E
ora che cosa andiamo a fare nelle nostre parrocchie con i nostri sacerdoti?”.
E’ una nota dolente, ma chiaramente questo dipende da tutta l’impostazione
catechistica, più finalizzata alla sacramentalizzazione che
all’evangelizzazione, più pensata come conservazione dello status quo che come
rinnovamento della proposta, più gestita dalla gerarchia che affidata alla
competenza e preparazione dei laici. Il formatore
come possibilità di rinnovamento
Riflettendo sulla possibilità di una
presentazione organica del mistero cristiano si scopre che l’atto catechistico
è un atto ecclesiale che muove una diversità di approcci, di luoghi e di
attori che non possono essere assunti da un solo catechista. Si innesta in
questa interazione ciò che caratterizza la specificità cristiana, che non è
una trasmissione/assimilazione di conoscenze, ma una correlazione di
esperienze. La proposta cristiana è un racconto che struttura l’esperienza
umana; non si tratta né semplicemente di un racconto di vita tra amici che
cercano il senso della loro vita, né soltanto il racconto di un avvenimento
confinato nel passato.
L’organicità concerne anche la modalità di elaborazione di questa
strutturazione narrativa della fede. Essa è l’opera di un soggetto che fa
interagire la totalità della sua persona e della sua soggettività personale e
culturale con la fede cristiana e la sua specificità. Ciò obbedisce al
processo della fede come traditio, receptio, redditio, perché informa e
trasforma l’esistenza in tutte le sue dimensioni d’intelligenza, di
appartenenza, di ritualità e di decisioni etiche.
L’educazione della fede e la formazione hanno di fronte a loro la sfida di
trovare l’equilibrio tra un orientamento che privilegia lo sviluppo delle
persone e un altro che si preoccupa della qualificazione in vista di un
servizio ecclesiale. La riflessione attorno al termine formazione e al
contesto culturale ha reso più viva la necessità di una formazione che
favorisca la corresponsabilità e la partecipazione. Si prova fortemente il
bisogno di superare il tono tradizionale, infantilizzante e autoritario che
riduce l’adulto a un ruolo quasi totalmente passivo di destinatario della
formazione.
Ci si orienta verso una formazione che tenga conto dell’esperienza e dei
problemi di vita delle persone. Fondamentalmente, i contenuti della formazione
devono essere integrati espressi nel contesto dell’esperienza e dei problemi
vissuti dalla persone concrete.
Si vorrebbe una formazione capace di condurre verso un nuovo modello di
formatore in grado di: · personalizzare
la fede: non è più possibile vivere la dimensione formativa senza uno
scheletro interiore, protetti unicamente dallo scudo dei vicini e dal contesto
sociale, o da una formazione autogestita;
· integrare fede e cultura: è qui che si situa uno dei punti nevralgici di
tutto il progetto di formazione, e il test decisivo della sua riuscita è la
promozione di questa integrazione;
· recuperare la dimensione sociale: oggi il formatore deve dare ragione della
sua coerenza di fede nell’impegno solidale dentro la realtà.
AICa convegno 2003 Per sviluppare una figura di formatore
Tenendo conto della diversità delle
situazioni possiamo dire che il primato formativo non è ancora centrale nella
pastorale catechistica. L’attenzione alla formazione dei formatori è un buon
obiettivo, sufficientemente concreto per permettere di provare, abbastanza
nevralgico da permettere di cambiare. La formazione non è mai un luogo neutro,
ma dice l’idea di Chiesa, di vangelo, di uomo. Formare i formatori chiede di
avere presenti alcuni condizioni: · che
il soggetto non appaia come un assoluto (si pensa a una pluralità di modelli
catechistici e non un modello unico);
· l’adozione della figura del formatore dovrebbe essere favorita da un’opzione
ferma in favore di una catechesi di accompagnamento;
· si deve pensare a preparare figure adatte agli adulti, ai giovani e ai
ragazzi;
· la formazione dovrebbe integrare alcuni elementi: offrire dei punti di
riferimento, permettere la scoperta dell’importanza della vita spirituale e
comunitaria, permettere alla comunità cristiana di essere con il fomatore
catechizzata e catechizzante;
· un formatore è adatto al suo compito a condizione che conosca la situazione
socioculturale delle persone, i loro valori le loro attese e che sviluppi
sempre un’attitudine di dialogo. Non è importante solo annunciare, ma essere
anche attenti alle persone;
· un formatore ha varie possibilità di agire nei confronti della persone che
forma dentro uno stile di “laboratorio” dove non ci si preoccupa dei contenuti
e degli obiettivi raggiunti, ma di un’esperienza che raggiunge la vita e la
trasforma;
· oggi sono da pensare più figure formative che interagiscano dinamicamente e
unitariamente;
· la formazione avviene prima, durante e dopo, non si esaurisce in un segmento
circoscritto per questo le forme si diversificano,
· va posta più attenzione al processo che al risultato finale, non si possono
più ipotizzare mete definitivamente raggiunte, ma vanno sviluppate invece
diverse possibilità, con modificazioni continue.
Nel momento in cui il formatore esperimenta ciò che lo costituisce più
radicalmente, fa l’esperienza religiosa, scopre o ricerca un ulteriore da sé.
Il nucleo centrale dell’esperienza religiosa diventa allora la possibilità di
percepire in modo riflesso e interiorizzato, di essere sostenuto da un
fondamento che dà senso e orientamento alla propria esistenza e può allora
dare senso e orientamento all’esistenza degli altri.
Per problematizzare offriamo alcuni stimoli proprio a partire dal fatto
formativo:
· si può oggi ancora formare secondo la logica degli obiettivi? Si può
mantenere in sede teorica la possibilità di procedere per mete educative? E
come far evolvere tutto l’impianto del progetto catechistico italiano?
· si richiede oggi anche un processo di umanizzazione in ambito formativo. In
che senso la grande esperienza che la comunità cristiana ha maturato in questo
ambito può incrociare questo bisogno e diventarne anche promotrice?
· se il soggetto oggi tende ad autogestire la propria formazione quali criteri
a livello teologico possono essere indicati?
· quale rapporto esiste tra soggetto e rivelazione? C’è la possibilità di
evidenziare una relazione nuova e diversa?
· I processi formativi richiedono alcune attenzioni di tipo metodologico che
non fanno parte del nostro modo di gestire la formazione, come accogliere
proposte che provengo da esperienze extraecclesiali e coniugarle con la
proposta cristiana? |